Thursday, November 21, 2019
 

Fuet Blog / Gustavo Piga

Il DEF di Don Abbondio

[Published in Gustavo Piga blog on 29/09/2014]

“Che bisogno avete di combattere il Fiscal Compact ancora? Non vedete che la Francia e l’Italia se ne sono staccati e la lotta contro l’austerità è ormai avviata?”

Ma per favore.

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In cosa consiste il Fiscal Compact? In una legge che detta ai Paesi di costruire un piano pluriennale di rientro di debiti e deficit pubblici senza se e senza ma.

L’orizzonte temporale di questo, tipicamente quattro anni (2015-6-7-8 nel nostro caso), replica alla perfezione quello sulla base del quale gli imprenditori fanno per i loro piani per valutare se investire in macchinari, tecnologie, ricerca e sviluppo. Se l’economia è tale in quegli anni da risultare incerta e/o poco profittevole quanto a vendite, l’investimento non verrà intrapreso.

I governi francesi ed italiani, nel presentare i loro piani ieri, hanno detto  due cose. Che per il primo anno (il 2015) non sosterranno un’austerità forte come quella annunciata lo scorso anno. Ed anche che dal 2016 in poi perseguiranno il rientro verso l’obiettivo di medio termine, che richiede minori e minori deficit, via maggiori tasse e minore spesa pubblica.

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Minore austerità nel 2015.

Sapin, Ministro dell’Economia francese: “l’aumento nominale della spesa pubblica nel 2015 sarà dello 0.2%“, cioè in termini reali negativo, una diminuzione. Ovviamente andranno ad essere tagliati i progetti con meno difensori d’ufficio e più importanti per l’economia: gli investimenti pubblici. André Laignel, sindaco socialista a capo di un comitato di leader locali incaricato di negoziare i trasferimenti da Parigi afferma che “i tagli di €3.67 miliardi per le autorità locali l’anno prossimo porteranno ad un forte calo degli investimenti“. http://online.wsj.com/articles/france-2015-budget-to-curb-spending-1412150641

Senza queste misure, la spesa sarebbe cresciuta dell’1.7%”. E aggiunge, Sapin: “rimaniamo seri sul bilancio, ma rifiutiamo l’austerità”.

Uh? Cioè?

Mi metto nei panni dell’imprenditore che deve decidere di investire in Francia. Ci sarà la quasi garanzia di sufficiente domanda interna da garantirgli sufficienti vendite? Macché: con politiche siffatte l’incertezza regna sovrana.

Come in Italia, dove il deficit pubblico è lasciato “scivolare” per il 2015 verso quota 3% del PIL, ma dove la posizione di avanzo primario che denota la direzione della politica economica (spese pubbliche al netto di interessi e tasse) rimane immobile, scendendo dallo 1,7% del PIL allo 1,6%: di fatto scambiando la conferma del bonus di 80 euro che non verrà spesa da famiglie pessimiste sul futuro con un mini taglio a casaccio della spesa pubblica (probabilmente tagli lineari nei capitoli dei Ministeri), questo sì che inciderà (in negativo) sulla produzione delle imprese che avranno meno appalti pubblici da aggiudicarsi.

Se dunque la crescita del PIL 2015 era indicata a 0,5% dall’Ocse prima di conoscere la manovra del Governo, ora tale stima dovrà essere rivista al ribasso. Insomma, al contrario della solita … ottimistica previsione governativa di +0,6%, avremo un quarto anno di recessione consecutiva (2015) – record dei record. In fondo se in 6 mesi questo Governo ha sbagliato le stime di crescita 2014 addirittura dell’1,1% (prevedeva +0,8%, chiuderà a -0,3%), in 12 mesi cosa potrà mai combinare se non il doppio di errori?

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Maggiore austerità dopo il 2015.

C’è qualcosa di tragicamente esilarante nella tabella programmatica della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Essendo il Governo Renzi all’interno del Fiscal Compact che non rinnega, è obbligato a dire (dopo un tortuoso e immaginifico massaggio dei dati per mostrare che il deficit strutturale 2015 non peggiorerà rispetto a quello del 2014, rimanendo ad un quanto mai misterioso 0,9% di PIL elaborato secondo i dettami assurdi della Commissione europea) che dal 2016 in poi … ragazzi, yippie, si torna all’austerità (mai abbandonata come abbiamo visto sopra). Eh già.

Da 2,9 a 1,8. Da 1,8 a 0,8. Da 0,8 a 0,2. Eccolo il rapporto deficit-PIL che diminuisce di 2,5% di PIL in tre anni, dal 2016 al 2018. Con manovre annuali di 15 miliardi di maggiori tasse e minori investimenti pubblici.

Roba da far tremare i polsi a qualsiasi imprenditore che volesse investire in Italia: e quando mai lo farà, in un quadro così restrittivo e pieno di incertezze tendenti al negativo?

Ma non poteva mancare la goliardica ciliegina sulla torta. C’è, in basso alla tabella programmatica di pagina 2 della Nota di Aggiornamento (l’unica pagina che conta veramente perché rileva per la valutazione della Commissione europea) una piccola noticina che recita quanto segue (non è uno scherzo!):

nella legge di stabilità del 2015 è ipotizzata una clausola sulle aliquote IVA e sulle altre imposte indirette per un ammontare di 12,4 mld 2016, 17,8 2017, 21,4 nel 2018. Gli effetti di tale clausola, stimati con il modello macroeconomico ITEM del Tesoro, genererebbero una perdita di PIL pari a 0,7% a fine periodo dovuta da una contrazione complessiva dei consumi e degli investimenti per 1,3%…

http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/def/2014/documenti/NdA_DEF_2014_PDF_UNITO_xon_linex_protetto.pdf

Dove può arrivare la follia umana? Il Tesoro, pur di accontentare la Commissione europea e fargli vedere che siamo dei “bravi scolari che fanno i compiti a casa” (oh sì che li facciamo), è disposto con lucida follia a rimarcare gli effetti recessivi delle sue politiche, così da deprimere ancora di più imprese e famiglie. Ma hanno mai studiato al Tesoro il ruolo delle aspettative e dell’ottimismo nelle scelte degli operatori??

E, badate, a poco vale dire “ma no, è tutta una finta, non faremo queste manovre”: nell’incertezza famiglie ed imprese staranno lontani dall’economia.

Il Fiscal Compact obbliga Francia e Italia ad annunciare a tutti una grande austerità per anni ed anni a venire. Va rimosso completamente, prima che sia troppo tardi.

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Una specie di Post Scriptum sulle scelte governative fatte con questa Nota di Aggiornamento. Questo aveva due opzioni ambedue valide per fronteggiare la crisi.

Prima opzione. Con una spending review seria, che andava avviata ben prima di oggi, individuava 1% di PIL di sprechi veri (non tagli a casaccio)  e destinava le risorse derivanti dalla loro eliminazione non ai bonus fiscali ma ad  1% di PIL di investimenti pubblici in più. Con i moltiplicatori stimati di recente dal Fondo Monetario Internazionale questi avrebbero generato un +1,2% di PIL in più per il 2015, lasciando il deficit su PIL al di sotto del 3% ed il debito su PIL in calo invece che, come annunciato, sempre in aumento. http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2014/02/pdf/c3.pdf

Seconda opzione. Prendendo atto dell’impossibilità di fare tagli agli sprechi ed evitando di fare tagli lineari a causa della mancanza di una seria spending review, uscire dal 3% di deficit su PIL con investimenti pubblici di 1% di PIL, per fermare il quarto anno di recessione (in questo caso il debito sarebbe con tutta probabilità rimasto stabile rispetto a quello previsto nella Nota, ma almeno avremmo avuto meno disoccupazione e più crescita).

Nessuno dei due progetti è stato scelto: si è invece preferito di lasciare il deficit al 3% senza spending review e senza investimenti pubblici. La peggiore, più timida e succube dei diktat europei, delle manovre. Da Don Abbondio.

La lotta al Fiscal Compact continua, ma da fuori delle stanze del potere.

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Rien ne va plus

[Published in Gustavo Piga blog on 29/09/2014]

Ci siamo. Manca poco alla fine dell’era degli slogan di Renzi. Tra pochi giorni (due?) avremo il responso finale sul vero orientamento del Premier quanto a politica economica: con la nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF) che sarà senza più alcuna ambiguità il “segno” del suo mandato per i prossimi 5 anni.

Se abbiamo dato retta a chi ci diceva di non giudicarlo dal DEF primaverile (“troppo presto, lasciatelo lavorare!”), malgrado l’assurdo contenuto di austerità che aveva, con il suo sussiegoso e montiano inchino all’ottuso Fiscal Compact, ora non ci sono più scuse: se scriverà per il Paese “austerità”, flessibile o meno, sarà da giudicare per quello che è, la continuazione in formato comunicativamente più piacevole dei suoi due disastrosi predecessori.

Nel rimanere in “trepidante attesa”, val bene ricordare al lettore, confrontandola con un appena sfornato lavoro scientifico nei quaderni della BCE di Francoforte, la posizione che abbiamo sempre adottato in questo blog, e la cui bontà è confermata dal lavoro in questione.

Da sempre diciamo che: se ne esce solo con maggiori investimenti pubblici finanziati dal taglio degli sprechi di spesa pubblica in Italia. Per investimenti pubblici intendiamo non solo e non sempre le spese in conto capitale, ma anche stipendi più alti e posti per medici bravi, forze dell’ordine, ricercatori universitari e docenti scolastici di qualità, acquisti di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico per ospedali e luoghi pubblici dove si effettuano attività altamente rilevanti per il Paese che necessitano, ad esempio, di ampia infrastruttura informatica. E così via. Per sprechi intendiamo acquisti ridondanti o non necessari e sprechi di prezzo, maggiore del dovuto.

Siccome l’individuazione degli sprechi è opera certosina che richiede essa stessa 1) investimenti in qualità del personale ispettivo – mai fatti (a Cottarelli non è stato dato personale, al Presidente dell’Autorità Anti Corruzione verranno tagliati i fondi di dotazione da 85 a 60 milioni) – ed in tecnologia – anch’essi mai fatti, come l’anagrafe unica per gli appalti pubblici che centralizzi i dati (non gli appalti, che altrimenti uccidiamo le PMI!)  in tempo reale di chi compra cosa quando ed a che prezzo – e 2) tempi lunghi, abbiamo chiesto con la raccolta firme del referendum che si arrestasse la macchina folle del Fiscal Compact che forza coi suoi tempi isterici la mano di chi comanda verso il tagliare la spesa linearmente a casaccio senza se e senza ma. Abbiamo anche chiesto che il deficit pubblico fosse mantenuto al tre per cento del PIL senza ulteriori riduzioni, così da permettere tali investimenti subito e non dovere attendere che gli sprechi si trovino, contrariamente a quanto promesso con l’idiotico DEF di inizio anno firmato Renzi-Padoan, che prevede di ridurre il deficit in recessione di quasi quaranta miliardi di euro in tre anni.

Il progetto governativo che attendiamo con ansia di verificare se verrà confermato o meno con la Nota di Aggiornamento, prevede tra l’altro a tutt’oggi (oltre all’invarianza della pressione fiscale) la riduzione degli investimenti pubblici dal 2010 al 2018 da 51,8 a 41,5 miliardi, cioè una riduzione del 31,3% in termini reali (dati Ragioneria Generale dello Stato) portandoli al minimo storico come peso nel bilancio pubblico, allo 1,4% del PIL. A questo si somma il costante taglio in termini reali di occupazione e remunerazione per medici, ricercatori, giudici, poliziotti, maestri. Tutto richiesto dal Fiscal Compact, per abbattere il debito su PIL, che ovviamente invece cresce perché crolla la nostra capacità come sistema Paese di generare crescita via investimenti ed innovazione.

Abbiamo anche più volte sostenuto come all’interno di una strategia europea la spinta espansiva non doveva essere solo italiana ma in primis tedesca, così da massimizzare l’impatto sulle esportazioni reciproche e così da evitare le critiche che approcci unilaterali all’espansione fiscale da parte dell’Italia avrebbero generato aumenti di spread e peggioramenti della bilancia commerciale.

Keynesblog (http://keynesblog.com/2014/09/01/il-referendum-contro-lausterita-e-un-regalo-alla-germania-ma-anche-no/ ) aveva correttamente aggiunto nelle scorse settimane un ulteriore elemento decisivo per mostrare l’efficacia di questa strategia di rilancio europeo vietata dal Fiscal Compact e negata finora da tutti i Governi italiani (compreso il Renzi di aprile): che gli investimenti pubblici, agendo sulla produttività delle imprese italiane avrebbero ulteriormente spinto la crescita via export e competitività (in fondo spendere di più per scuole, ospedali, forze dell’ordine, tribunali, strade, ponti, parchi non fa altro che rendere più facile la vita alle imprese, giusto?). Lo insegniamo al primo anno di economia politica, ecco il grafico dal mio libro di testo, dove con maggiore domanda pubblica per investimenti (AD si sposta a destra) contemporaneamente si sposta a destra la curve di offerta, generando maggiore prodotto (le mele!) ed occupazione.

E a nulla serve ascoltare la litania di chi da un lato propone la spending review e dall’altro sostiene che aumentare gli investimenti pubblici equivarrebbe a sprecare risorse. Perché chi propone la spending review propone uno Stato che sappia mettere un alt agli sprechi e dunque che sappia spendere bene: altrimenti l’ipocrisia del ragionamento sarebbe evidente, o no?

Dopo aver detto per la millesima volta tutto ciò, in attesa di un Governo Renzi che traduca queste considerazioni in politiche economiche che impattino veramente su occupazione e crescita senza trastullarsi con riforme poco rilevanti che non danno sollievo ma solo visibilità, vediamo un po’ cosa dice il lavoro dei tre economisti che hanno pubblicato il loro lavoro nei quaderni della BCE.

http://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/scpwps/ecbwp1727.pdf

La sintesi del lavoro BCE: “ridurre la spesa per investimenti produttivi porta a perdite di prodotto sia nel breve che nel medio periodo. Inoltre, una riduzione della spesa per investimenti pubblici riduce nel medio termine la competitività estera di un Paese, confermando l’evidenza empirica degli studi esistenti riguardo all’impatto della politica fiscale sul grado di competitività internazionale. E ciò vale sia che i beni capitali pubblici siano importati o prodotti localmente. Siccome l’investimento pubblico ha effetti positivi sulla produttività del capitale privato, riducendo i costi marginali delle imprese, anche gli investimenti privati declinano nel medio termine se calano i primi. L’implicazione di policy chiave del nostro lavoro è che una riduzione della spesa per investimenti pubblici, malgrado sia spesso la prima componente di spesa pubblica che viene tagliata, ha effetti indesiderabili nel medio termine.”

E per chiunque fosse preoccupato che spingere sugli investimenti pubblici possa mettere in difficoltà la nostra bilancia dei pagamenti, i tre ricercatori hanno parole di conforto: “per il contenuto di importazioni negli acquisti ed investimenti pubblici ci basiamo su studi scientifici che affermano come lo sbilanciamento (bias) verso la produzione nazionale è più forte nella spesa pubblica che in quella privata” di circa il doppio, la quota di import toccando al massimo il 10-12% per la spesa corrente ed il 25% per quella in conto capitale.

Un aumento degli investimenti pubblici – nell’ipotesi estrema che il loro contenuto sia ad alto peso di importazioni (e non deve esserlo se ad esempio rimettiamo a posto tutte le nostre scuole dando lavori pubblici a tantissime piccole imprese italiane) – “inizialmente porterà ad un aumento di importazioni e ad un deterioramento della bilancia commerciale. Quando l’accumulazione di capitale avrà effetto, le esportazioni aumenteranno e la bilancia commerciale entrerà in surplus”.

Parola di BCE.

E che succede se un aumento di investimenti pubblici dello 1% di PIL è finanziato da tagli di sprechi? Di quella che è la proposta chiave contenuta nel nostro blog i ricercatori BCE non possono che ammettere la bontà: “nel medio termine, la bilancia commerciale migliora sostanzialmente, il PIL aumenta in maniera permanente dello 0,25% ed il debito pubblico comincia a diminuire con effetti tutti persistenti nel tempo, e tutto grazie all’aumento degli investimenti pubblici  che porta ad una riduzione permanente dei costi aziendali”.

E’ tempo di prepararsi. Non sarà convocata la segreteria PD per discutere della nota di aggiornamento del DEF, e questo fa francamente ridere dopo avere assistito ad uno scontro epocale per qualche centinaia di reintegri in meno o in più.

Ma non c’è dubbio che lo spartiacque sarà segnato tra chi predica contro l’Europa ma ne sottoscrive le logiche ottuse, portandola al suo disastro finale e chi ancora crede che la si possa salvare combattendo il Fiscal Compact e fermando questa macchina infernale.

Rien ne va plus, teniamoci forte.

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Il Fiscal Disfact? Le ragioni del referendum

[Published in Il Fatto Quotidiano on September 16th, 2014]

L’ottusa austerità imperante oggi in Italia ha una causa, ha un colpevole, dal nome e volto ben riconoscibile.  Qualcuno lo chiama formalmente Fiscal Compact, io lo chiamo “il Fiscal Disfact”. Non è mera ironia: “disfact” richiama disfatta, ricorda il verbo “disfare”, disfare quanto costruito in questi 60 anni di pace post-bellica europea, mettendo a rischio (ogni giorno che passa sempre di più) la coesione all’interno dei singoli Paesi e tra Paesi dell’area euro.

E’ per questo che contro di esso, nella sua versione importata nell’ordinamento italiano, la legge 243 del 24 dicembre 2012, abbiamo promosso quattro quesiti referendari per i quali stiamo terminando di raccogliere le firme, entro il 30 settembre, in tutte le piazze d’Italia (il sito del Comitato Promotore è su www.referendumstopausterita.it). Un referendum per l’Europa dell’euro, ma anche per un’altra Europa: non a caso il logo della nostra iniziativa ha i colori blu e gialli della bandiera europea ma anche il motto “Stop Austerità”. Sono quattro quesiti che se la prendono con quelle parti – austere anch’esse – della legge 243 che sono state aggiunte in più dal Governo Monti rispetto a quanto l’Europa richiedeva di recepire, e quindi non suscettibili di accusa di impossibilità ad essere oggetto di referendum. Sono quattro quesiti contro gli eccessi di zelo dei Governi italiani, sussiegosi verso la Germania che, quando ad esempio la norma europea ci permette di raggiungere a regime lo 0,5% di deficit strutturale su PIL ci porta,  in un impeto masochistico senza pari, ad aggiungere la parola “almeno”, facendolo diventare “almeno  lo 0,5%”, così tarpando le ali alla ripresa delle aspettative e dell’economia. Uno dei quesiti mira dunque ad eliminare la parola “almeno” dalla legge, obbligandoci a raggiungere lo 0,5% di deficit e non lo zero.

Se dunque certamente l’effetto dell’azione del Comitato Promotore del Referendum non è quello di mirare direttamente al Trattato Internazionale, non vi è dubbio che la nostra azione è comunque volta ad avviare in tutto il Paese ed in tutto il continente europeo per la prima volta un dibattito aperto e democratico sulle ragioni della ottusa austerità che il Fiscal Compact impone senza se e senza ma. Non sarà infatti sfuggita ai più la data di approvazione della 243: la vigilia di Natale 2012, a conferma della rapidità e della segretezza con cui la norma fu approvata dal nostro Parlamento, quasi all’unanimità e senza alcun dibattito all’interno del Paese.

Una decisione, quella del mantenere il dibattito “proibito”, quanto mai enigmatica, verrebbe da dire, se non fosse che il termine  è stato coniato ormai tanti anni fa dall’economista francese Jean Paul Fitoussi proprio per questo deficit di democrazia che sembra accompagnare dalla sua nascita l’Europa dell’euro, come se ne fosse una caratteristica intrinseca. E che spiega anche l’enorme resistenza dei vertici UE al ricorso allo strumento referendario: basta ricordare la proposta di Papandreou  di lasciare al popolo greco la decisione del se tenere la moneta unica o tornare alla dracma, che comportò la fine politica del Premier ellenico,  ma anche sottolineare come, per la nostra iniziativa, abbiamo incontrato in questi mesi un incredibile muro di gomma da parte dei principali media e dei partiti governativi, a conferma che l’austerità può anche essere flessibile ma deve permanere e non essere, come vogliamo noi, cancellata. Un muro che comunque l’appoggio del Fatto Quotidiano  al referendum Stop Austerità aiuta a scuotere.

Perché 16 persone, i membri del Comitato Promotore, di diversissima estrazione culturale e politica, ed altri intellettuali e parlamentari che sostengono l’iniziativa referendaria, si battono con così granitica e comune convinzione contro il “Fiscal Disfact”?Perché il Fiscal Disfact ha dentro di sé i prodomi della morte europea, e questo ce lo rende intollerabile.

Il Fiscal Disfact non permette di costruire quei ponti tra generazioni, chiamati investimenti pubblici, con i quali sono cresciute le precedenti generazioni dal dopoguerra. E questo checché ne dica Draghi: il Documento di Economia e Finanza prevede purtroppo che dal 2010 al 2018 questi calino da 51,8 a 41,5 miliardi, un calo del 31,3% in termini reali. Con questi investimenti avremmo potuto ristrutturare tutte le nostre scuole fatiscenti, dando lavoro a tantissime piccole imprese di costruzione e manutenzione, oggi soffocate dalla crisi, e avremmo aumentato la produttività di maestri e studenti, che in ambienti più consoni insegnano e studiano meglio. Se non lo possiamo fare è perché il Fiscal Disfact, senza se e senza ma, non lo autorizza.

Parrà curioso, ma il Fiscal Disfact non permette nemmeno di fare le riforme. Per esempio non permette di mettere fine al divario di remunerazione tra maestri di scuola tedeschi ed italiani, di un terzo inferiori, così bloccando quella che Draghi ha chiamato la sola riforma del lavoro capace di renderci competitivi nella sfida globale con i Paesi emergenti, una sfida da basare su istruzione e competenze, e non, utopisticamente, sul ribasso del costo del lavoro.

E sia chiaro che con la nostra iniziativa non stiamo chiedendo di diventare bruscamente degli spendaccioni, né di schierarci contro una vera spending review che ci pare anzi essenziale. Ma uno dei problemi più evidenti del Fiscal Disfact è che non permette di trovare le risorse per finanziare le necessarie spese per investimenti pubblici senza generare un’oncia di debito in più: con i suoi assurdi target numerici di riduzione del debito e del deficit in una situazione di recessione, infatti, mette una fretta isterica ai Governi. La fretta – si sa – è cattiva consigliera e ci costringe a mortali tagli lineari che sottraggono risorse a casaccio nell’economia, ai bravi e ai meno bravi.

E’ tempo di mandare a casa il Fiscal Disfact, firmate in tutte le piazze d’Italia il nostro referendum, c’è tempo fino al 25 settembre!

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Il trucco dei conti europei: pagano solo le popolazioni, non i colpevoli

[Published in Gustavo Piga blog on 07/09/2014]

Da Repubblica, pagina 2, tanto per non dimenticare, si cita Barroso a Cernobbio:

Qui si accusa la Grecia di aver truccato i conti, ma a bloccare i controlli di Eurostat fu proprio la Germania perché non si voleva che si svelassero i suoi, di segreti contabili“.

Al di là di ammirare il coraggio veramente leonino di Barroso che rivela segreti una volta fuori dalla Commissione europea da lui presieduta fino a qualche giorno fa, sarebbe facile ricordargli come, essendo stato Presidente dal 2004, avrebbe potuto tranquillamente forzare Eurostat lui stesso a effettuare i controlli sui derivati del Tesoro greco con Goldman Sachs, che scoppiarono in faccia all’Europa solo nel 2010.

La verità è che quando il mio libro sui derivati dei governi uscì (lo trovate su questo sito), nel 2001, denunciando le transazioni via derivati dei Tesori europei per imbellettare i conti pubblici, si sarebbe già potuto mettere fine a questa pantomima, risparmiando all’Europa molta parte dell’austerità che Draghi (a torto) ritiene sia stata necessaria per chetare i mercati finanziari.

Sarebbe interessante se Barroso sostanziasse e tirasse fuori le prove di quanto sostiene, ma non avverrà perché probabilmente coinvolgerebbe ancora oggi una fetta troppo grande di chi è al potere in Europa.

La verità di Barroso, per quanto ipocrita, serve tuttavia a confermare per l’ennesima volta l’assenza di una componente “morale” di questa crisi, con i buoni da una parte, i tedeschi, ed i cattivi dall’altra, l’area Sud dell’euro. L’avevamo detto in occasione delle rivelazione sugli acquisti greci dei sottomarini tedeschi, lo ribadiamo ora.

L’immoralità è stata bi-partisan, certamente, ma ha riguardato i dipendenti e i dirigenti delle tre istituzioni preposte al controllo dei conti europei (BCE, CE, Eurostat) nonché i diversi politici coinvolti, assieme alle banche d’affari che si lanciarono allegramente e senza scrupoli nel business dei derivati. La loro scriteriata dissennatezza ha causato sofferenza e miseria in tante famiglie, del Sud e anche del Nord d’Europa. Non pagheranno per questo, ma ricordiamolo.

 

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