Thursday, November 21, 2019
 

FUET Blog / Leonardo Becchetti

Appello: L’Italia chieda una “Bretton Woods” per l’eurozona

[Published in La Felicità Sostenibile blog on October 17th, 2014]

La decisione dell’attuale Presidente francese Francois Hollande di ignorare i vincoli di bilancio europei annunciando di voler rimandare il ritorno del rapporto deficit/PIL sotto il 3% di due anni potrebbe mettere la parola fine al sistema dell’austerità europea fondato sul Fiscal Compact.

La decisione della Francia non fa che sancire uno stato di crisi del sistema (e una violazione diffusa delle regole) che perdura da tempo. I paesi sopra il tre percento nella UE sono molti (oltre alla Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia, Slovenia e persino la virtuosa Polonia) e la Germania da tempo viola il limite superiore del surplus di bilancia commerciale.

Alcuni dei paesi in deficit, nonostante si siano sottomessi alla ricetta rigorista (anzi proprio a causa di essa) si trovano oggi con i conti pericolosamente fuori controllo e con un rapporto debito/PIL in forte crescita tendenziale. E’ questa la situazione di Grecia, Spagna, Portogallo ma anche dell’Italia. E la colpa non è soltanto quella dell’errore nelle ricette nazionali ed europee applicate, ma anche del fallimento da parte della BCE (nonostante i suoi meriti nel salvataggio dell’euro nella tempesta speculativa) dell’obiettivo di evitare la deflazione e garantire un’inflazione attorno al 2%. In generale è tutta la politica post-crisi finanziaria globale dell’UE che è fallita producendo un buco nella domanda aggregata (consumi più investimenti) l’arresto della crescita, la deflazione, l’approfondirsi degli squilibri tra Nord e Sud e, paradossalmente, un peggioramento della situazione del debito che rappresentava l’ossessione e la ragione della severità della terapia del rigore.

Il problema di questa fase di declino è che mentre la situazione macroeconomica è profondamente cambiata l’UE continua ad essere nella mano di solerti funzionari-vigili che applicano un codice della strada obsoleto. Non si tratta dunque di dare pagelle a chi rispetta più o meno le regole di questo codice. Bisogna scrivere nuove regole e non possono certo farlo i vigili.

Ci aspettiamo pertanto che il governo italiano capisca la gravità del momento e non si accontenti di negoziare deroghe ma proponga con forza un momento di verità chiedendo la convocazione di una conferenza per una nuova “macroeconomia civile” nell‘Unione Europea.
I temi fondamentali di discussione su cui costruire un nuovo accordo dovrebbero essere i seguenti:

i) Un ruolo molto più attivo della BCE sul modello di quanto fatto dalle banche centrali di Stati Uniti e Regno Unito che si spinga fino alle politiche di acquisto di titoli pubblici e privati;

ii) È inutile costruire un’unione monetaria se non si sfrutta e capitalizza appieno il potere della sua banca centrale che è potenzialmente superiore a quello delle banche centrali nazionali. Da questo punto di vista si dovrebbero seriamente discutere progetti come il piano PADRE (politically acceptable debt restructuring in the Eurozone) proposto da Wyplosz che prevede un’operazione di ristrutturazione dei debiti dei paesi membri dove la BCE ne acquista la quota eccedente il 60% convertendola in titoli senza interesse che saranno ripagati negli anni dalle risorse da signoraggio spettanti a ciascun paese. Liberando di fatto importanti risorse oggi destinate al pagamento degli interessi e producendo un formidabile stimolo alla domanda interna di tutti i paesi. Con vantaggi per tutti, Germania inclusa, che vedrebbe aumentare l’acquisto dei propri beni importati dagli altri paesi membri. Piani di questo tipo potrebbero essere avviati in via sperimentale su porzioni più piccole dei debiti pubblici per verificarne gli effetti;

iii) A fronte di questi vantaggi macroeconomici i paesi membri devono essere posti nelle condizioni di poter realizzare riforme di struttura sui principali assi di modernizzazione delle loro economie (infrastrutture digitali, politica industriale e di innovazione tecnologica ed organizzativa del lavoro, efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione e della amministrazione della giustizia, protezione sociale per coloro che sono esclusi dal lavoro, contrasto alle disuguaglianze economiche e sociali divenute insostenibili e che compromettono la crescita dei sistemi economici). La realizzazione di queste riforme di struttura è essenziale per accrescere i benefici di cui al punto i) e ii) e deve essere portata avanti seguendo gli stimoli provenienti dall’Europa, ma attraverso un processo di scelta democratica interno a ciascun paese membro;

iv) Si procede nel frattempo alla costruzione di meccanismi in grado di contrastare le asimmetrie dell’area euro. In primis penalità non solo per paesi in deficit ma anche per paesi in surplus con obbligo a realizzare politiche di rilancio della domanda interna per contrastare le asimmetrie. In secondo luogo un sussidio europeo di disoccupazione come forma di stabilizzatore automatico che preveda in cambio prestazioni sociali o formazione per la rioccupazione per i beneficiari e sospensione in caso di non accettazione di posto di lavoro;

v) Varo di una concreta e non solo annunciata politica fiscale UE espansiva per realizzare su scala europea investimenti pubblici e realizzare infrastrutture fisiche e digitali nei paesi membri, puntando ad un bilancio comunitario con risorse proprie ben oltre l’1% attuale (tra il 3% ed il 5%);

vi) Un forte impegno verso l’armonizzazione fiscale e la riduzione delle forchette eccessive nelle aliquote nazionali sulle imprese che producono elusione fiscale ed spostamento dei profitti alterando le stesse statistiche sulla crescita. Paradisi fiscali interni all’unione non potranno essere più tollerati e le pratiche più aggressive andranno considerate alla stregua di aiuti di stato (come sembra iniziare ad essere l’orientamento comunitario in alcuni recentissimi casi);

vii) Un forte impegno verso forme di unificazione politica e di partecipazione attiva dei cittadini europei alla nomina democratica dei propri rappresentanti nelle istituzioni europee non più esclusivamente su base nazionale, in maniera tale che il benessere di tutti i cittadini europei e non dei cittadini di ciascun paese membro sia posto al centro del processo decisionale in sede europea.

Un libro dei sogni? No. Piuttosto l’unica direzione di marcia possibile nell’interesse di tutti per realizzare crescita e sostenibilità e arrestare la rotta di collisione che porterebbe inevitabilmente all’aggravarsi degli attuali squilibri ed alla fine cruenta dell’euro. Meglio che i leader europei facciano un’operazione di verità convocando una fase costituente con l’obiettivo di realizzare un sistema nuovo fondato su questi sette punti. La mancanza di un accordo porterebbe quasi inevitabilmente alla fine dell’euro e al ritorno alle valute nazionali.

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Eurozona: svoltare ora

[Published in Avvenire.it on 4/10/2014]

Verso la fine degli anni ’60 l’allora leader francese, il “picconatore” Charles de Gaulle con la sua richiesta di convertire il dollaro in oro sancì di fatto l’inizio della fine del Gold Standard, il sistema monetario internazionale in vigore dal dopoguerra fondato sulla leadership americana (fine che di fatto avvenne con la decisione di Nixon del 1971 di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro). Oggi la decisione dell’attuale leader francese, il “picconatore” Francois Hollande, di ignorare i vincoli di bilancio europei annunciando di voler rimandare il ritorno del rapporto deficit/Pil sotto il 3% di due anni potrebbe mettere la parola fine al sistema dell’austerità europea fondato sul Fiscal Compact.

Ora come allora la decisione della Francia non fa che sancire uno stato di crisi del sistema (e una violazione diffusa delle regole) che perdura da tempo. I Paesi sopra il 3% nella Ue sono molti (oltre alla Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia, Slovenia e persino la virtuosa Polonia), mentre la Germania da tempo viola il limite superiore del surplus di bilancia commerciale.

Alcuni dei Paesi in deficit, nonostante si siano sottomessi alla ricetta rigorista fatta di recupero della competitività internazionale attraverso la svalutazione salariale (anzi proprio a causa di essa) si trovano oggi con i conti pericolosamente fuori controllo e con un rapporto debito/Pil in forte crescita tendenziale. È questa la situazione di Grecia, Spagna, Portogallo, ma anche dell’Italia. E la colpa non è soltanto quella dell’errore nelle ricette nazionali ed europee applicate, ma anche del fallimento da parte della Bce (nonostante i suoi meriti nel salvataggio dell’euro nella tempesta speculativa) dell’obiettivo di evitare la deflazione e garantire un’inflazione attorno al 2%. In generale è tutta la politica post-crisi finanziaria globale dell’Ue che è fallita producendo un buco nella domanda aggregata (consumi più investimenti), l’arresto della crescita, la deflazione, l’approfondirsi degli squilibri tra Nord e Sud e, paradossalmente, un peggioramento della situazione del debito che rappresentava l’ossessione e la ragione della severità della terapia del rigore.

Il problema di questa fase di declino è che mentre la situazione macroeconomica è profondamente cambiata, l’Ue continua ad essere nella mano di solerti funzionari-vigili che applicano un codice della strada obsoleto. Non si tratta dunque di dare pagelle a chi rispetta più o meno le regole di questo codice. Bisogna scrivere nuove regole e non possono certo farlo i vigili.

Ci aspettiamo pertanto che il governo italiano capisca la gravità del momento e non si accontenti di negoziare deroghe ma proponga con forza un momento di verità chiedendo la convocazione di una conferenza per una nuova “macroeconomia civile” nell’Unione Europea. I capisaldi di un nuovo patto costituente potrebbero essere i seguenti:
1) Proseguendo nella direzione presa da Draghi che, rallentato da opposizioni interne, cerca di muovere verso il modello della Fed americana, la Bce si dà l’obiettivo prioritario di combattere la disoccupazione e a tal fine punta ad un tasso d’inflazione uguale o leggermente superiore al 2% con una politica di acquisto di titoli privati e pubblici analoga a quella realizzata dalla Fed “monetizzando” di fatto il debito dei Paesi membri.
2) La stessa BCE si pone l’ulteriore traguardo di realizzare il piano “Padre” (Politically acceptable debt restructuring in the Eurozone) proposto da Wyplosz con un’operazione di ristrutturazione dei debiti dei paesi membri. Ne acquista la quota eccedente il 60% convertendola in titoli senza interesse che saranno ripagati negli anni dalle risorse da signoraggio spettanti a ciascun Paese. Liberando di fatto importanti risorse oggi destinate al pagamento degli interessi e producendo un formidabile stimolo alla domanda interna di tutti i Paesi. Con vantaggi per tutti, Germania inclusa, che vedrebbe aumentare l’acquisto dei propri beni importati dagli altri Paesi membri.
3) In cambio di questi vantaggi macroeconomici i Paesi membri si impegnano a realizzare riforme interne sui principali assi di modernizzazione delle loro economie (infrastrutture digitali, efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia, costruzione di un mercato del lavoro con ammortizzatori universali che proteggono la persona e non il posto di lavoro). La violazione degli accordi sul piano di riforme interne produce la perdita dei benefici di cui al punto 1 e 2.
4) Si procede nel frattempo alla costruzione di meccanismi in grado di contrastare le asimmetrie dell’area euro. In primis penalità non solo per Paesi in deficit, ma anche per Paesi in surplus con obbligo di realizzare politiche di rilancio della domanda interna per contrastare le asimmetrie. In secondo luogo un sussidio europeo di disoccupazione come forma di stabilizzatore automatico che preveda in cambio prestazioni sociali o formazione per la rioccupazione e sospensione in caso di non accettazione di posto di lavoro.
5) Varo di una politica fiscale Ue espansiva sulla linea di quanto proposto dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per sostenere la domanda di investimenti e realizzare infrastrutture fisiche e digitali nei Paesi membri.
6) Ultimo caposaldo, un forte impegno verso l’armonizzazione fiscale e la riduzione delle forchette eccessive nelle aliquote nazionali sulle imprese che producono elusione fiscale e spostamento dei profitti alterando le stesse statistiche sulla crescita. Paradisi fiscali interni all’Unione non potranno essere più tollerati e le pratiche più aggressive andranno considerate alla stregua di aiuti di Stato (come sembra iniziare ad essere l’orientamento comunitario nei recentissimi casi di Apple e Fiat).

Un libro dei sogni? No. Piuttosto l’unica direzione di marcia possibile nell’interesse di tutti per realizzare crescita e sostenibilità e arrestare la rotta di collisione che porterebbe inevitabilmente all’aggravarsi degli attuali squilibri ed alla fine cruenta dell’euro. Meglio che i leader europei facciano un’operazione di verità convocando una fase costituente con l’obiettivo di realizzare un sistema nuovo fondato su basi nuove. Già in passato l’Europa ha dato prova migliore di sé in momenti difficili. Speriamo che anche stavolta sia così.

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Danno erariale?

[Published in Avvenire.it on 1/10/2014]

Qualcuno ha considerato per un bel po’ noi italiani la “tribù con l’anello al naso”, l’unica tra tutti i Paesi del mondo destinata a beccarsi senza reagire, cioè senza alzare argini, slot machine in (quasi) tutti i bar del proprio territorio nazionale. Sappiamo poi come è andata. Diverse realtà sociali (tra cui il movimento SlotMob sostenuto dalla campagna d’informazione di “Avvenire”) hanno reagito contro l’imbarbarimento e il crescere del distruttivo fenomeno della ludopatia, ovvero del gioco d’azzardo compulsivo. E hanno spinto la classe politica del Paese a cercare un equilibrio diverso che superi errori e contraddizioni evidenti. Come quella di un vizio – il fumo – per il quale facciamo fuoco e fiamme mettendo messaggi di morte sui pacchetti di sigarette per spaventare gli acquirenti, mentre un altro vizio – il gioco d’azzardo – invece lo pubblicizziamo ingannevolmente a ogni piè sospinto, e persino come panacea per ogni problema economico-esistenziale, attraverso tutti gli schermi (tv pubblica in primis) e con pubblicità su magliette di squadre di calcio e pompe di benzina. La proposta di legge che è stata finalmente articolata si fonda su tre punti essenziali: divieto di pubblicità, distanza minima da luoghi sensibili (scuole, oratori…) degli apparecchi e introduzione di sistemi per rendere obbligatoria l’identificazione dei giocatori (tessera sanitaria) anche per evitare il rischio riciclaggio.

Un’iniziativa di buon senso, che dopo lo stralcio di misure analoghe da provvedimenti precedenti anche il governo – l’allora sottosegretario Legnini lo ha dichiarato proprio a questo giornale – si è impegnato a realizzare entro la fine del 2014. Limiti giusti, ma davanti ai quali gli stregoni della “tribù con l’anello al naso” agitano oggi lo spauracchio del «danno erariale» e del «danno irreparabile al Pil» e alle entrate fiscali paventando 9-13 miliardi di perdita per le casse dello Stato. «Da far tremare i polsi», fa eco qualche solerte cronista che ha ripreso altrettanto preoccupato la nota dei Monopoli di Stato che formulava l’inquietante previsione.

Quando i tacchini fanno l’analisi costi-benefici del “Giorno del ringraziamento”, o gli agnelli del pranzo pasquale, è legittimo il sospetto che le preoccupazioni siano lievemente esagerate. E la nota in questione non fa eccezione. Come è possibile preventivare un «danno» così elevato quando l’azzardo tramite slot machine (AVT e WLP) ha portato nel 2013 – come ci ricorda la stessa Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – a entrate fiscali per circa 4,3 miliardi?

Approfondendo la nota, il mistero si fa più fitto quando leggiamo le prime cifre. L’agenzia è molto preoccupata per la «riduzione» di entrate da azzardo che quantifica per l’anno in corso nella (molto minore) cifra di 200 milioni che addebita a tre principali fattori: la recessione, l’aumento del prelievo sui giochi (mirabile esempio di “curva di Laffer”, cioè di minore gettito per una presunta spinta a evadere) e l’entrata in vigore delle prime disposizioni regionali sulla distanza minima delle slot dai luoghi sensibili (Trentino Alto Adige, Veneto, Liguria, Lombardia, Puglia). Dovendo dividere l’effetto in tre parti (non sappiamo in mancanza di analisi ad hoc se eguali o no), fate voi il conto dei terribili effetti sulle casse pubbliche di quanto deciso sinora in materia di contrasto alla famigerata ludopatia.

Spulciando la nota arriviamo finalmente al dunque e scopriamo cosa partorisce la terribile previsione e come può il topolino (la perdita di 200 milioni diviso tre) partorire la montagna (la perdita attesa di 9-13 miliardi). La fosca previsione dell’Agenzia è che gli operatori del settore impiegheranno tre anni a sostituire le macchine attuali con quelle dove è necessario dare i dettagli della propria tessera sanitaria per giocare. E che in questi tre anni tutto si fermi. 4 per 3 fa 12 e il gioco è fatto.

Che nell’economia del terzo millennio esista un settore produttivo (!) che impiega tre anni per introdurre una piccola modifica negli apparecchi è veramente poco credibile (senza contare l’effetto keynesiano della rottamazione delle vecchie macchine e della sostituzione con le nuove). Per disinnescare la fosca profezia basterebbe introdurre una norma transitoria che consente nell’intervallo che precede l’introduzione delle nuove macchine (6 mesi? un anno?) di continuare a utilizzare le vecchie e il gioco (d’azzardo) è fatto. E pure i danni che produce (esistenziali, sociali ed economici) sono purtroppo garantiti. Anche se questi ultimi l’Agenzia ministeriale si guarda bene dal sottolinearli e, anzi, tende – più ancora che a sminuirli – a ignorarli completamente.

Si perfeziona, così, il giochino di sottometterci a un Pil che ha uno sguardo strabico sulla felicità dei cittadini ed è sempre più taroccato da “beni” che a essa non contribuiscono. Un giochino molto pericoloso… Se il metro fosse davvero questo, dovremmo fare molta attenzione. Battersi per ridurre la dipendenza da gioco d’azzardo e droghe e per impedire contrabbando e la tratta delle donne destinate alla prostituzione non sarebbe da considerare un impegno teso a migliorare la qualità delle relazioni interpersonali (e anche tra gli Stati) nonché a produrre una riduzione delle spese di difesa e sicurezza, ma una minaccia. Se tutte queste “cattive notizie” – meno azzardo, meno droghe, meno traffici di merci illegali e di persone – accadessero insieme, secondo la “logica” dei Monopoli, saremmo veramente rovinati. Chi risarcirebbe il danno erariale?

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Democrazia dei diseguali?

Soldi ai partiti e peso delle lobby

[Published in Avvenire.it on 16/09/2014]

Colpisce il silenzio disattento (o interessato?) sulle insidie della nuova legge sul finanziamento dei partiti. Eppure l’approfondita inchiesta a puntate sviluppata sulle pagine di questo giornale le sta mettendo inesorabilmente in luce. Dopo la cornucopia degli anni passati che ha portato troppi soldi pubblici nelle casse dei partiti, la crisi del debito e la pressione dell’opinione pubblica (la cui volontà per l’abolizione del finanziamento pubblico si era chiaramente manifestata anche in un referendum) hanno favorito una graduale riduzione di quei contributi che, con la nuova legge (la n.13 del 21 febbraio 2014), sono destinati a diminuire fino a sparire nel 2017 per essere sostituiti dalla donazione volontaria del 2 per mille dell’Irpef da parte dei contribuenti. Si stima che, stante l’attuale clima “anticasta”, solo poco più della metà degli iscritti ai partiti donerà. Il canale delle donazioni di privati previsto dalla legge diventa dunque sempre più importante. E, come “Avvenire” ha dettagliatamente spiegato, da questo punto di vista, le nome prevedono un tetto massimo di 100mila euro per ciascuna donazione (facilmente aggirabile con donazioni multiple) e, sorprendentemente, si distrae sul problema della trasparenza e della pubblicità, stabilendo che i contributori non hanno l’obbligo di rivelare la propria identità a meno che non intendano usufruire della deducibilità fiscale del contributo.

Questo dettaglio fondamentale della nuova normativa è in totale controtendenza rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in diversi Paesi europei come Austria e Germania dove esiste l’obbligo di trasparenza sopra i 50 dollari, sterline o euro. Alcune recenti evidenze dagli Stati Uniti (dove pure l’obbligo di pubblicità esiste e le organizzazioni della società civile sono molto attive nel monitorare i comportamenti dei parlamentari) dimostrano che il predominio del finanziamento privato produce effetti indesiderati. In un recente lavoro pubblicato su una delle maggiori riviste scientifiche di economia (il Journal of Economic Perspectives) nel 2013 Adam Bonica Nolan McCarty, Keit. Poole e Howard Rosenthal si pongono una domanda molto interessante: perché la democrazia non ha rallentato il crescere delle diseguaglianze? («why democracy hasn’t slowed rising inequality?»).

La sostanza della loro rigorosa analisi empirica è sintetizzata in un dato. Il 40% dei contributi elettorali nelle elezioni federali americane proveniva nel 2012 da un’esigua minoranza (l’uno per diecimila dei più ricchi) con effetti e influenze sull’attività politica degli eletti che possiamo immaginare. Nel 1980 la stessa quota era inferiore al 10%. L’enorme e crescente concentrazione del finanziamento dei politici nelle mani di una ristretta élite dei più ricchi di fatto altera la regola democratica (una persona/un voto) orientando il sistema elettorale verso la regola delle società per azioni dove i voti si pesano in base alla ricchezza posseduta e riportandoci di fatto verso un modello di voto di censo. E allo stesso tempo è possibile ritenere che la stessa capacità di influenzare l’agone politico si sia riversata sul fronte culturale favorendo la diffusione di ideologie come quelle per cui «la diseguaglianza favorisce la crescita» e della «ricaduta benevolente» sulla quale anche l’Evangelii Gaudium di Papa Francesco interviene in modo piuttosto critico.

Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è il progressivo impoverimento dei ceti medio-bassi, il cortocircuito del crollo della domanda, che ha messo in crisi l’economia, e la corsa ai ripari con un consenso (mai visto prima) tra destra e sinistra sull’opportunità di aumentare il potere di acquisto dei ceti più deboli (ad esempio, qui in Italia, con gli 80 euro). In controtendenza rispetto a questo tentativo di corsa ai ripari, ciò che possiamo ragionevolmente aspettarci a seguito della nuova legge italiana sul finanziamento della politica, se non subentreranno correttivi sostanziali, è il mettersi in moto di meccanismi che produrranno un ulteriore aumento delle diseguaglianze.

La denuncia del rischio dello strapotere delle lobby in politica, va sottolineato, non ha nulla a che vedere con la tutela e la difesa del preziosissimo patrimonio produttivo ed industriale del Paese, con l’impegno sacrosanto all’eliminazione degli ostacoli dell’attività d’impresa e con la sua valorizzazione in considerazione del contributo fondamentale alla creazione di valore economico nazionale. Le aziende sono il fulcro e il punto più debole e delicato della vita sociale ed economica e molto deve essere ancora fatto in Italia (efficienza e tempi della giustizia civile, costi della burocrazia, accesso alla rete, costi dell’energia) per creare un clima più favorevole alla loro attività con particolare attenzione alle imprese medio-piccole. Ma ciò non vuol dire avallare una deriva pericolosa che, attraverso la furia iconoclasta verso i ‘costi della politica’ (che erano e sono troppo alti, ma che sono anche ineliminabili) , le assurdità presenti nella nuova legge sul finanziamento dei partiti e l’ostilità verso il servizio pubblico radiotelevisivo, rischia di sbilanciare pericolosamente il dibattito politico e culturale del nostro Paese e costituire la base per una grave involuzione
della nostra democrazia sostanziale.

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La rottura del Fiscal Compact e i futuro dell’UE

[Published in La Felicità Sostenibile blog on September 14th, 2014]

Renzi ha comunicato che l’Italia non rispetterà i Fiscal Compact con la prossima legge di bilancio. Non ridurrà il deficit e resterà soltanto sotto il 3%. Liberando risorse da utilizzare per stimolare la crescita. La ratio è che il perseguimento della politica del rigore renderebbe ancora pià grave la crisi di deflazione e stagnazione peggiorando la situazione debitoria. E che i primi a violare le regole sono i partner europei e in particolare la Bce che ha fallito nell’obiettivo di garantire un livello di inflazione prossimo al 2 percento evitando la caduta in deflazione. E la Germania stessa che accumula surplus superiori al 6% senza pagare dazio e senza minimamente proporsi di correggere lo squilibrio. Quanto alle politiche fiscali espansive di Juncker esse restano solo una promessa all’orizzonte ancora lontana dal realizzarsi. La violazione del patto è semplicemente comunicata ai partner così come è stato per la Francia che ha spostato l’onere dell’aggiustamento al 2017. La sfida alla Germania e ai paesi rigoristi del nord è lanciata. All’orizzonte due possibilità. Una ricomposizione di compromesso dell’eurozona su politiche monetarie e fiscali diverse e lontane dal rigore. Oppure il progressivo approfondimento del contrasto fino alla creazione pilotata di due diverse aree monetarie a Sud e a Nord dell’area euro. La mia soluzione ottimale è sempre la stessa. Vale la pena sopportare i costi dell’euro solo se è possibile sfruttare al massimo il suo potenziale co una politica di ristrutturazione dei debiti coperta dall’ombrello della BCE con acquisto dei titoli sul mercato e conversione in titoli senza tasso d’interesse ripagati da ciascun stato con le risorse da signoraggio (progetto PADRE). Con effetti benefici su deflazione e tasso di cambio. E solo se le politiche fiscali UE cambiano verso e si costruisce un sistema simmetrico di aggiustamento degli squilibri delle bilancie dei pagamenti. E’ inoltre necessario un processo di armonizzazione fiscale perchè la moneta unica tra paesi membri che al loro interno hanno differenze così marcate e persino paradisi fiscali non è sostenibile.

 

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