Monday, December 16, 2019
 

“Nucleare. Conviene?” di Luigi Paganetto

“C’è bisogno di un approccio al nucleare che non risenta di ideologie o sentimenti del momento. In quest’ottica occorre che siano realizzate analisi che rendano disponibili tutti i dati utili per una decisione informata. Occorre in particolare un esame accurato dei costi e dei benefici di investire sul nucleare con una valutazione delle opzioni in campo.

La scelta del nucleare non va legata soltanto all’esigenza di avere un mix più completo delle diverse fonti di energia o di aumentare la certezza degli approvvigionamenti. Nel fare questa scelta bisogna valutare con attenzione oltre agli aspetti strettamente legati alla produzione di energia anche quelli della misura della nostra partecipazione all’innovazione tecnologica del settore.

Le difficoltà d’investimento sul nucleare non sono legate soltanto all’incertezza del ritorno economico a causa della dimensione della spesa per gli impianti e la loro durata (50-60 anni), ma anche all’incertezza dell’evoluzione tecnologica: il rischio è quello d’investire oggi sulla tecnologia esistente, quella di generazione 3 o 3+, ma di trovarsi domani (diciamo 20 anni) con una tecnologia costosa e superata. Sono queste le ragioni per le quali le centrali in costruzione in Europa sono 6, negli Usa e Giappone soltanto una. La teoria delle opzioni reali insegna che l’irreversibilità delle decisioni d’investimento rappresenta un costo-opportunità tanto più grande quanto maggiore è la durata della vita dell’impianto e l’incertezza del ritorno economico.

Questo aspetto è particolarmente importante nel caso dell’Italia. Risalire sul treno del nucleare dopo esserne scesi implica una scelta su modi e tempi:

  1. In condizioni di libero mercato concorrenziale, l’investimento sul nucleare non parte a meno che si assicurino agli investitori tariffe di lungo periodo e assicurazioni contro i rischi di ritardo nella costruzione delle centrali o altre forme di incentivazione;
  2. Occorre, di conseguenza, una politica energetica in cui siano definiti costi e benefici, compresi quelli relativi agli oneri di sistema (sicurezza, scorie, ecc.) e la convenienza delle diverse tecnologie. Non basta fare affidamento sul mercato;
  3. importare tecnologia nucleare oggi significa avere ricadute sul nostro sistema economico pari al solo 40% circa del valore complessivo dell’investimento. Al di là di quest’aspetto, occorre valutare il rapporto tra costi e benefici per la nostra economia delle diverse tecnologie importabili;
  4. avere centrali di generazione 3 significa avere scorie di uranio pari al 75% dell’uranio impiegato per produrre energia. Il beneficio dell’attesa potrebbe essere una forte riduzione di questo costo.
  5. Ciò non significa rinunciare nel frattempo ad investire sul nucleare quanto, piuttosto, lavorare su attività sperimentali capaci di riportarci per competenze e capacità di innovazione nel club del nucleare. Ciò anche perché i dati disponibili suggeriscono che senza intervento pubblico non ci sono condizioni di economicità per il nucleare e che il costo dell’energia per Kw è superiore o, al meglio, di analogo livello di quello da fonti fossili.
  6. La sicurezza degli approvvigionamenti può essere assicurata dall’investimento in impianti di rigassificazione.
  7. La ragione di rientro sul nucleare può ritrovarsi nell’esigenza di contenere la produzione di Co2 e nella partecipazione all’evoluzione tecnologica che, a sua volta, pone la questione del quando rientrare e su quali tecnologie, nonché quella dell’investimento sul rinnovo delle nostre competenze nel settore che è comunque da fare.”

di Luigi Paganetto, Presidente Fondazione Economia – Università di Tor Vergata

 

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