Sunday, December 8, 2019
 

“Per lo sviluppo del Mezzogiorno contano le politiche nazionali più che quelle regionali” di Guido Pellegrini

La presenza di un divario fra Mezzogiorno e resto del Paese non è una caratteristica storica ineluttabile e immutabile della storia italiana: la “questione meridionale”, definita in termini quantitativi quando il prodotto per capite di tutte le regioni meridionali è inferiore alla media nazionale, si evidenzia con chiarezza nella prima parte del ‘900, in particolare in epoca fascista, consolidandosi negli anni del conflitto mondiale. Il ventennio seguente, contraddistinto da una forte crescita dell’intero paese, è il principale periodo di convergenza del paese: le regioni del Mezzogiorno si riavvicinano tutte ai livelli medi nazionali, mentre la minore crescita delle regioni del triangolo industriale riduce i divari regionali anche all’interno del Centro-nord. Dal 1970 i processi di convergenza appaiono arrestarsi: l’economia del Mezzogiorno chiude bruscamente la fase di riavvicinamento alle aree più ricche. Il gap si riallarga, tornando non distante dai valori del primo dopoguerra, sebbene nei primi anni del nuovo secolo vi siano deboli segnali positivi di convergenza. A questo allargamento dei divari economici tra Centro-Nord e Mezzogiorno non corrisponde una divaricazione nelle condizioni sociali e sanitarie e, per molti versi, nel benessere delle popolazioni meridionali dal resto del paese. Al contrario, rispetto al benessere sociale, il catching up delle regioni del Sud con il resto del paese appare pressoché realizzato. Questo risultato può essere attribuito a un processo di “modernizzazione passiva”, dove l’allargamento a tutto il paese di una serie di provvedimenti sanitari (dalle vaccinazioni obbligatorie alla distribuzione gratuita di farmaci fino alla realizzazione di infrastrutture idriche e sanitarie) ha permesso anche al Mezzogiorno di godere dello sviluppo del paese.

Questi fatti sottolineano il ruolo fondamentale che hanno le politiche nazionali,  legate all’offerta di servizi pubblici indispensabili per la crescita economica e sociale, per garantire un futuro di sviluppo del Sud. E’ questa una riflessione sviluppata nel recente lavoro “Critica  della ragione meridionale”, scritto insieme a Marco Magnani e Luigi Cannari.Molta parte del dibattito che riguarda il presunto fallimento delle politiche per il Mezzogiorno è, a nostro parere, mal posta, e fuorviante rispetto alla comprensione del ruolo delle politiche, di tutte le politiche, nel portare a termine il processo di convergenza del Mezzogiorno. A nostro parere, è necessario chiedersi in che misura il fallimento dei processi di catching up nel reddito pro capite sia il risultato di politiche pubbliche inadeguate, sia di quelle place based (ovvero specificatamente dedicate allo sviluppo del Sud) sia di quelle nazionali con effetti differenziati sul territorio.

La  nostra tesi di fondo è che per lo sviluppo del Mezzogiorno contino non solo le politiche regionali, ma soprattutto quelle nazionali. Una  valutazione delle politiche pubbliche per il Sud deve tenere conto della rilevanza degli effetti delle politiche nazionali sull’economia meridionale e dunque indirettamente sui risultati della stessa politica regionale. In presenza di condizioni diseguali al Nord e al Sud lo stesso intervento di politica economica ha effetti diversi nelle due aree. Se l’amministrazione pubblica al Sud è inefficiente, la stessa norma produrrà risultati diversi nel territorio. Analogamente, se il contesto è differente, anche amministrazioni ugualmente efficienti otterranno risultati diversi: se i giovani provengono da famiglie poco istruite, frequentano ambienti dove la criminalità è diffusa, è più difficile che possano ottenere gli stessi risultati conseguiti dai giovani che provengono da famiglie colte che frequentano ambienti in cui i valori civici sono tenuti in maggior conto, anche se la qualità degli insegnanti e delle infrastrutture scolastiche fosse simile nelle diverse aree.

Sono molti i settori in cui le politiche nazionali  hanno effetti territorialmente disomogenei, pur non motivati da finalità di promozione dello sviluppo territoriale. Tra i più importanti sottolineiamo l’istruzione, la giustizia, la sicurezza. Non vi è bisogno di scomodare la letteratura, anche copiosa, su questi temi per segnalare come i livelli di apprendimento degli studenti, l’efficienza della giustizia, la capacità della pubblica amministrazione di far rispettare le norme, il grado di fiducia dei cittadini nelle istituzioni siano fattori importanti, se non fondamentali, per la crescita di un’economia. Quello che si osserva è che nel Mezzogiorno questi fattori, oggetto primario dell’azione pubblica nazionale, si collocano su livelli inferiori a quelli delle altre regioni italiane, contribuendo in questo modo a spiegare il debole sviluppo dell’economia meridionale.

di Guido Pellegrini, La Sapienza Università di Roma

 

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