Thursday, December 5, 2019
 

Far ripartire la crescita. Ma come?

Luigi Bonatti

Estratto

Questo saggio si propone di fare il punto sulle ragioni dell’attuale stentata o mancata crescita delle economie avanzate, con particolare attenzione all’area euro e all’Italia, e di discuterne le implicazioni in termini di policy. L’obiettivo è di delineare una visione d’insieme, e su questa base di tentare di offrire un’interpretazione coerente di quanto accade, a costo di glissare sui dati, le analisi formali e i riferimenti bibliografici che la supportano. Il saggio approfondisce le ragioni strutturali della bassa crescita nei paesi ricchi. Inoltre, esso interpreta alcuni importanti episodi che si sono verificati nell’economia mondiale a partire dagli Ottanta come risultato di tentativi di “forzare” la crescita al di là del sostenibile, e si sofferma in particolare sulla crisi dell’area euro. Esso discute infine di perché lo shock dal lato dell’offerta di cui l’Italia ha bisogno per riprendere lo sviluppo non può che venire dal potenziale di crescita del Mezzogiorno, soffocato finora dal mix di politiche che hanno reso permanente il gap che lo separa dal resto del paese.

La prima conclusione a cui giunge il saggio riguarda i paesi avanzati in generale: la crescita sostenibile è bassa per cause strutturali che solo molto parzialmente hanno a che fare con il presunto rallentamento del progresso tecnologico. Alcune di queste cause sono pressoché irreversibili, altre sono socialmente e politicamente difficili da rimuovere, e su altre ancora non è neppure desiderabile incidere poiché sono legate alle profonde trasformazioni nella cultura e negli stili di vita maturate nel secondo dopoguerra in tutto l’Occidente. Tentare di forzare la crescita al di là del sostenibile con politiche macroeconomiche ultra-espansive, la leva finanziaria e l’accumulo di debito pubblico e privato – come è stato fatto più volte e da vari paesi nel recente passato – genera  squilibri e instabilità, e finisce a medio-lungo termine col creare problemi più gravi di quelli a cui si intendeva porre rimedio.

Il secondo messaggio del saggio riguarda la crisi dell’euro area: i sintomi di deflazione emersi nei paesi della periferia sud dell’euro area manifestano una sfiducia diffusa – che paralizza gli investimenti e frena i consumi – circa la capacità strutturale di questi paesi di crescere in modo sostenibile a tassi accettabili. In tale situazione, misure di quantitative easing o espansioni fiscali finanziate a debito possono essere d’aiuto nel rilanciare la crescita di lungo periodo solo se accompagnate da uno shock permanente dal lato dell’offerta che, agendo sia sui costi di produzione che su produttività ed efficienza, riduca il gap di competitività che penalizza questi paesi. Senza uno  shock di questo tipo, gli squilibri strutturali tra euro core ed euro periferia finiranno col mettere in serio pericolo l’esistenza stessa dell’euro.

Il terzo ed ultimo messaggio riguarda l’Italia: per ridare dinamismo alla sua economia occorre cambiare quelle politiche che hanno sì sostenuto i consumi privati e pubblici del Mezzogiorno, ma al costo di posporre indefinitamente l’aggiustamento strutturale indispensabile a ridurre il gap competitivo che è all’origine del suo ritardo di sviluppo ormai endemico.

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