Monday, December 9, 2019
 

Il ribasso dell’euro rispetto al dollaro

di Massimo Lo Cicero

Una opportunità decisiva per la ripresa delle esportazioni in Europa ed in Italia. I casi delle grandi filiere: l’auto, l’avionica, la moda ed i prodotti alimentari. I casi dei beni culturali e dell’industria turistica.

Scende il cambio tra euro e dollaro, grazie alla ridefinizione dell’economia europea: si avvicina l’annunciata manovra di Mario Draghi sulla politica monetaria, lo sapremo nella conferenza stampa del 22 gennaio, dopo il consiglio direttivo della BCE. Prende corpo il piano di Junker sugli investimenti per le grandi infrastrutture. Sembra che la crescita, in Europa ed in Italia possa davvero riprendersi nel corso del prossimo biennio.

L’euro aveva toccato il suo massimo nel 2008 sul dollaro: 1,599. Mentre aveva avuto il suo minimo storico ad ottobre del 2000, nell’anno del suo debutto, quando quotava 0,825. Dopo il picco del 2008 la moneta europea sfora quota  1,200 nel 2010. Poi rimbalza a 1,500 nel 2011; torna nel 2012 ad 1,200; rimbalza ad 1,400 nel primo trimestre del 2014 mentre, all’inizio del 2015, si concede anche punte inferiori ad 1,200. Nessuno ha ricordato che, nel 2011, in un seminario internazionale del G -20 in Cina, il premio Nobel Bob Mundell spiegava che la stabilità, e la crescita – nel futuro del secondo decennio del terzo millennio – avrebbero dovuto fondarsi su un euro contro il dollaro in un canale tra 1,400 ed 1,200: con l’economia americana che avrebbe tutelato il pavimento del canale (1,20) e l’economia europea che avrebbe dovuto tutelare il tetto (1,400).

Nel 2011 Mario Draghi ha preso la guida della BCE e della politica monetaria europea. Sono passati tre anni: e sembra che quel canale si stia definendo mentre, in questo momento di recessione, la moneta europea sia schiacciata giustamente verso, ed anche sotto, il pavimento del canale, come aveva indicato Mundell e come è riuscito a fare Mario Draghi. Attenzione, tuttavia, alla circostanza che stiamo descrivendo: Mario Draghi non ha fatto scendere il cambio come se esso fosse uno strumento a disposizione della BCE: Mario Draghi ha creato un ambiente economico, con la sua politica monetaria non convenzionale, che genera un ribasso tra euro e dollaro. E crea le condizioni per una opportunità di vendite all’estero, da parte delle imprese europee, grazie alla ridotta forza dell’euro ed al rafforzamento in atto del dollaro. L’Italia dovrebbe sfruttare, meglio di quanto stia avvenendo, queste circostanze.

Le imprese italiane, che possono esportare, sono quelle legate all’automobile, all’avionica, alla moda italian style ed alla filiera dei prodotti alimentari, trasformati e proponibili sul mercato internazionale. Queste quattro filiere – tranne la moda ma anche in questo settore il Sud sta allargandosi – sono fortunatamente collegate agli impianti industriali del Mezzogiorno. La Fiat non è più in Italia ma Melfi e Pomigliano sono impianti che possono, e stanno, approfittando della discesa del l’euro per alimentare le proprie esportazioni. Tanto che le imprese alimenteranno anche nuova occupazione in quegli impianti. Se si vende all’estero, e si riprende a produrre in Italia, forse si recupera anche sul mercato interno. Tutto questo è vero anche per l’avionica e l’industria alimentare. Certamente non si vive di sole esportazioni. Noi dobbiamo anche rimettere in moto il mercato domestico.

Ma abbiamo una seconda carta da giocare e la possiamo affiancare alle filiere industriali che esportano e che, in seconda battuta, potrebbe certamente allargare il mercato interno. Il Mezzogiorno ha una coppia straordinaria ed esclusiva di beni fungibili in parallelo: i beni culturali e l’industria del turismo. Certo i beni culturali non sono valorizzati e non sono collegati alle potenzialità dell’industria turistica. Mentre la stessa industria turistica presenta impianti troppo piccoli e deve accelerare la formazione di reti e di collegamenti, che possano rendere facile al turista l’accesso e la visita ai nostri territori. Ma l’industria del turismo deve anche creare una reciproca relazione tra l’attrattività dei beni culturali e la produttività – una volta creato un compatto e coordinato sistema del turismo – nel campo dell’accoglienza, nel senso più generale possibile. Il turismo è identico alle esportazioni come reazione al ridimensionamento della moneta nazionale. Se il dollaro cresce sull’euro, chi vende ad un mercato che paga in dollari ottiene un vantaggio competitivo. E può ricaricare le pile scariche della propria produttività per nuove future tecnologie. Tutto questo si deve fare anche per la coppia turismo e beni culturali: bisogna accogliere turismo che paga in dollari, e non solo dagli americani, per allargare e consolidare il sistema che lega industria del turismo e godimento dei beni culturali.

In un primo momento ci saranno afflussi turistici ed una spesa aggiuntiva nel Sud ma, in un futuro prossimo, dovremo essere capaci di integrare sistemi turistici e beni culturali, per creare nuove tecnologie ed una produttività più alta. Per allargare la griffe della cultura come marchio nazionale. Aumentando ulteriormente il volume di reddito che si potrà generare nel Sud. Vale la pena provarci e vale la pena di aggregare in questo sforzo tutte le regioni meridionali senza piccoli campanilismi dentro le regioni e tra le regioni stesse.

Articolo apparso su Il Mattino il 20 gennaio 2015 con il titolo Perché l’euro debole può dare una mano al Sud (pag. 46) e sul blog di Rubettino Editore

 

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