Tuesday, December 10, 2019
 

L’avanzata della moneta cinese grazie al G20 a direzione turca

di Domenico Lombardi

IL VERTICE DEI GRANDI A ISTANBUL, LA CONTNUITÀ CON L’AUSTRALIA SULLA CRESCITA, L’AVVICINAMENTO ALL’ASIA

Con l’incontro inaugurale dei ministri delle Finanze e dei governatori delle Banche centrali del G20 tenutosi a Istanbul la scorsa settimana, emergono con maggiore chiarezza le priorità della presidenza turca per l’anno in corso, come gli aspetti potenzialmente problematici. Tali priorità – racchiuse nell’acronimo della “tripla I” (investimenti, implementazione, inclusività) – riflettono bene la sua natura di presidenza di transizione tra quella australiana conclusasi con il summit di Brisbane lo scorso novembre e l’altra, assai attesa, della Cina che comincerà subito dopo il summit di Antalya previsto a metà novembre.

La presidenza australiana aveva fatto degli investimenti, intesi come elemento propulsivo di una più aggressiva strategia di crescita dell’economia mondiale, il fulcro della propria presidenza che si era conclusa con l’impegno delle economie del G20 a innalzare di altri 2 punti percentuali il livello del pil che l’economia mondiale comunque genererà entro il 2018. Non a caso, nel comunicato di quattro pagine rilasciato al termine dell’incontro inaugurale, la parola “crescita” è quella più citata ricorrendovi 23 volte.

Occorrono naturalmente tempi lunghi affinché nuovi progetti di investimento, soprattutto se infrastrutturali, giungano a termine e il rischio che i governi intendano sfruttare l’effetto annuncio è particolarmente elevato. Di qui l’enfasi sull’implementazione che la presidenza turca intende sottolineare rafforzando il monitoraggio rispetto agli impegni che ciascun paese membro ha assunto volontariamente e sulla base delle circostanze specifiche della propria economia.

Infine, l’inclusività che per la presidenza turca ha una doppia valenza progettuale: verticale, tesa a galvanizzare attorno alla proiezione internazionale di cui beneficia l’amministrazione Erdogan il variegato tessuto di piccoli e medi imprenditori della fiorente economia dell’Asia minore; ma anche orizzontale, rivolta ad altri paesi del G20 che, come l’Italia, presentano una morfologia aziendale simile. Al di fuori del G20, poi, l’inclusività consente alla presidenza turca di inglobare tematiche pertinenti al mondo dei paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli africani, rispetto ai quali l’attenzione di Ankara è andata accrescendosi negli anni.

Eppure la natura di presidenza “preparatoria” rispetto a quella cinese non si evince solo dalla continuità dell’agenda turca rispetto alla presidenza che l’ha preceduta o dall’enfasi posta sull’implementa-zione degli accordi di Brisbane. Tale natura si riflette dal crescente, anche se ancora silenzioso, impegno di Pechino su tematiche che presumibilmente saranno parte dell’agenda cinese il prossimo anno.

A fronte della crescente importanza della valuta asiatica come mezzo di pagamento internazionale – ora la quinta al mondo – la Cina è determinata a chiedere l’inclusione del renminbi nel paniere di valute che costituiscono i diritti speciali di prelievo (Dsp), un’attività di riserva che solo il Fondo monetario internazionale puo’ emettere. L’ultima emissione avvenne all’apice della crisi finanziaria internazionale, quando i leader del G20, riunitisi a Londra nell’aprile del 2009, raccomandarono una emissione di 250 miliardi di dollari a favore dei paesi membri dell’istituzione multilaterale.

La composizione del paniere – che include le maggiori valute delle economie avanzate come il dollaro, l’euro, la sterlina e lo yen – viene periodicamente rivista dal consiglio di amministrazione del Fmi. Con perfetto tempismo, la delegazione ministeriale cinese ha voluto inserire nel comunicato rilasciato a Istanbul un apposito riferimento alla prossima revisione che il Fmi condurrà proprio quest’anno.

Per la verità, l’inclusione nel paniere dei Dsp rappresenta una aspetto più simbolico che di sostanza visto che i Dsp costituiscono una frazione decimale delle riserve internazionali. Ma il congelamento della riforma della governance del Fmi promossa dai leader del G20 a Seul nel novembre 2010 in seguito alla mancata ratifica da parte del Congresso americano ha creato una situazione di stallo nella redistribuzione del potere di voto a favore delle economie emergenti. La Cina, che diventerebbe il terzo azionista se tale riforma venisse approvata, ne risulta la più colpita.

A chi toccherà il G20 nel 2017, dopo la Cina?

A Istanbul, il segretario al Tesoro americano Jack Lew ha invitato i suoi colleghi a pazientare ancora sino ad aprile ma Pechino intende richiedere una compensazione, data la situazione di stallo, con la formulazione di una roadmap che possa in un futuro non lontano portare all’inclusione della sua valuta nel paniere. Se così fosse, il renminbi sarebbe la prima valuta di un paese emergente a entrale nel paniere dei Dsp e collocherebbe simbolicamente Pechino nel rango delle maggiori potenze valutarie.

Mentre gli analisti cominciano a chiedersi quali altri punti qualificheranno la presidenza cinese del G20, la partita si è appena aperta per il paese che raccoglierà il testimone della presidenza da Pechino. Toccherà certamente a un paese europeo: tuttavia, il Regno Unito ha già presieduto il summit di Londra nel 2009; la Francia quello di Cannes nel 2011; rimangono, pertanto, la Germania e l’Italia tra i paesi europei che guideranno il G20 nel 2017.

Articolo apparso su Il Foglio il 16/02/2015

 

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