Saturday, December 14, 2019
 

Il tempo delle scelte per l’Unione inquieta

di Mauro Magatti

In tempi recenti, la sgradevole percezione della realtà della guerra non è mai stata così forte in Europa come in queste ultime settimane. A Sud, i morti senza fine nel Mediterraneo sono l’«effetto collaterale» di una guerra che infiamma gran parte del Centro-Nord Africa e del Medio Oriente. Dietro i diseredati in fuga dal fondamentalismo che guardano all’Europa come la terra della salvezza, il Califfato (ora a meno di zoo miglia dalle coste Italiane) sogna di portare la guerra santa anche nel Vecchio Continente. Come sembrano voler confermare i tanti deliranti proclami messi online dopo gli attentati di Parigi e Copenaghen.

Eppure, sulla frontiera meridionale, l’Europa si mostra ancora incerta: le risorse investite in Triton sono minime e la discussione su natura e limiti di un’azione che trovi un equilibrio sensato tra umanità, prevenzione e rigore sembra destinata a non raggiungere punti fermi. A Est, l’Ucraina è l’ultimo teatro di una ferita che nella storia ha sanguinato ripetutamente. Dove sta il confine tra l’Europa d’Occidente e quella d’Oriente? Ambizione e potere sembrano tornare ad agire intemeratamente, incuranti delle conseguenze sulla vita e la sicurezza di tanti. Al tavolo dei negoziati si sono seduti Merkel e Hollande, a esprimere il punto di vista dei due principali Paesi continentali. La speranza è che la tregua ottenuta sia un passo nella giusta direzione. Ma, anche in questo caso, il ruolo dell’Europa resta una chimera. Da ultimo, c’è la «guerra economica» che si sta combattendo con la Grecia. Al cittadino, la contraddittorietà della situazione suona incomprensibile: da una parte le sofferenze di un popolo che paga anni di mal governo e corruzione; dall’altro le istituzioni europee — tecniche e non politiche — che hanno buoni argomenti ma che non possono non vedere come le cose in questi anni siano peggiorate.

Se si parte solo dai conti, la soluzione non c’è. Perché il compromesso che tutti cercano non sia al ribasso, la condizione è ammettere che esiste un bene comune europeo di medio-lungo termine. Tutti dicono che è difficile. Ma il cittadino europeo si chiede che cosa impedisca di partire da ciò che appare buon senso. Si annusa una brutta aria. Troppi scontri, troppa violen- za. Interessi che sembrano insanabilmente divergenti. Chi è più anziano ricorda il 1938-39. Far finta di nulla non si può. In giro si avverte un misto di trepidazione, coinvolgimento, senso di impotenza. Ci si sente dentro vicende troppo grandi, rispetto a cui non è chiaro che cosa fare. Si capisce che le istituzioni di cui disponiamo sono, almeno in parte, inadeguate.

La storia ha sempre questo di caratteristico: passa per la decisone di pochi e investe la vita di tanti. Travolti come da un’onda che rompe gli argini. Siamo già a questo punto? No. Siamo però al punto in cui le decisioni devono essere prese: per fortuna qualche passo in avanti negli ultimi giorni è stati compiuto. Ma siamo, soprattutto, al momento in cui la coscienza europea ha l’occasione per forgiarsi un po’ di più. Riconoscendo se stessa di fronte alle sfide del tempo. Dai sentimenti contraddittori di questi giorni affiorano almeno tre indicazioni. Primo: nonostante tutto, l’Europa continua a essere percepita/sperata come area di libertà, benessere, democrazia e pace. È questo il bene che condividiamo e che va perseguito con una continua innovazione istituzionale in grado di farci superare 1′ incertezza in cui versiamo. Le minacce da parte di nemici esterni possono forse convincerci a compiere i passi che in questi anni non siamo riusciti a fare. Secondo: come europei non possiamo più sottrarci alla responsabilità di difendere questi valori. Mostrandoci inflessibili con chi li nega. Senza paure e infingimenti. Il dialogo va cercato sempre. Ma l’aggressione va fermata insieme. E l’integrazione economica non potrà sussistere senza quella militare e internazionale. Terzo, l’Europa è un progetto che si struttura attraverso un processo di convergenza graduale ottenuta con un metodo comune: la moneta unica e la progressiva armonizzazione/ integrazione delle politiche. L’idea resta buona e va perseguita. A 36o gradi, però: non solo dove comandano gli interessi economici e politici più forti. Senza dimenticare che a reggere lo stress della convergenza dev’essere l’intero corpo sociale, ampio e variegato culturalmente e economicamente. Ci vogliono regole, certo. Ma anche una certa arte: l’arte della politica. Nella storia, come nella vita, la coscienza si fa facendosi. Ecco: per l’Europa, ancora una volta, ci siamo.

Articolo apparso su Il Corriere della Sera il 16/02/2015

 

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