Tuesday, August 11, 2020
 

Società in house, riduzione selettiva

di Paolo De Ioanna

La questione della caduta degli investimenti pubblici è ora finalmente al centro della discussione. Il sistema delle partecipazioni degli enti territoriali in aziende che erogano servizi pubblici a carattere industriale (servizi idrici, elettricità, trasporti, smaltimento rifiuti, ecc) ha sempre svolto nel nostro paese, ma anche in Europa, un ruolo sostanziale nello sviluppo economico. Recenti lavori (Istat, Corte dei Conti e Ragioneria generale dello Stato) offrono una base conoscitiva esauriente, che conferma la funzione strategica di queste imprese. Dall’esame dei dati emergono tre ordini di criticità: la governance; le fonti di finanziamento; l’assetto industriale, mono o plurisettoriale.

Sembra chiaro che il riordino del sistema delle partecipate deve partire da una chiara distinzione, operativa e organizzativa, tra le società industriali che gestiscono servizi pubblici e quelle cui sono stati intestati compiti strumentali di ordine logistico- amministrativo. Con l’emanazione delle direttive comunitarie su appalti, concessioni e utility (nn.23, 24 e 25/2014) scopriamo che le economie dei nostri partner europei considerano le società in house che gestiscono partecipazioni industriali che hanno ad oggetto servizi pubblici essenziali, una tipologia ordinaria, a certe condizioni. Scopriamo, esplorando i dati europei sulle partecipate, che viene affidato alle società locali un ruolo cruciale nella manutenzione e sviluppo infrastrutturale dei territori. Il nodo dunque non è la forma giuridica, a cui abbiamo dedicato fiumi di norme alla ricerca di improbabili liberalizzazioni e privatizzazioni dall’alto, ma l’equilibrio economico patrimoniale delle gestioni, la loro reale capacità di creare reddito, sviluppo e lavoro produttivo e di non premere con oneri non giustificati sulle comunità locali o sullo Stato.

Dunque ci sono gli elementi per riprendere un discorso costruttivo su questo settore e il Governo sembra intenzionato a promuoverlo sulla base di una nuova delega contenuta nel disegno di legge sulla riforma delle pubbliche amministrazioni. Questa nuova delega si fonda proprio sulla distinzione tra società che gestiscono servizi strumentali e funzioni amministrative e società che gestiscono servizi pubblici di interesse economico generale con la definizione, in conformità con la disciplina dell’Ue, di criteri e strumenti di gestione volti ad assicurare il perseguimento dell’interesse pubblico ed evitare effetti distorsivi sulla concorrenza. La delega, tra l’altro, prevede la razionalizzazione e il rafforzamento dei criteri pubblicistici per gli acquisti e il reclutamento del personale, per i vincoli alle assunzioni e le politiche retributive, finalizzati al contenimento dei costi, nonché l’eliminazione di sovrapposizioni tra istituti pubblicistici e privatistici ispirati alle medesime esigenze di disciplina e controllo.

Proviamo a indicare poche questioni che andrebbero bene messe a fuoco. Primo punto. I processi di aggregazione produttiva sui territori non si realizzano spontaneamente ma neppure per decreto; la leva più forte sembra essere quella della progettazione e messa in campo di interventi di intensificazione e razionalizzazione degli investimenti sul territorio dai quali emergano benefici netti in termini di efficienza, innovazione e qualità dei servizi. La scelta della monosettorialità o della forma multi-utility dovrebbe scaturire dall’analisi delle specifiche situazioni territoriali, attraverso un coinvolgimento reale delle classi dirigenti locali. In sostanza, la promozione dei processi di aggregazione deve essere realizzata mediante politiche pubbliche interconnesse, in grado di creare sistemi incentivanti. Dunque torna in pieno il tema delle politiche pubbliche e del loro grado di integrazione sul territorio. Secondo punto. Dove si trovano i capitali che mancano? I cavalieri bianchi del capitalismo finanziario mondiale non sono alle viste e quando arrivano non sembrano disposti a considerare le esigenze dei territori e delle popolazioni; è opportuno cercare di coinvolgere fondi pensione e fondi assicurativi, fondi sovrani e banche di sviluppo, ma forse è meglio iniziare facendo affidamento sulle nostre forze. Ma quali? Gli istituti finanziari che storicamente hanno il compito di sostenere gli investimenti produttivi a lungo termine degli enti locali: la Cassa depositi e prestiti è il primo soggetto da considerare insieme alle altre banche pubbliche di sviluppo.

Le esperienze europee ci indicano che la creazione di una inhouse unica per ambito può essere talora la forma più semplice per procedere rapidamente all’unificazione della gestione, sfruttando economie di scala, quando la presenza di storie locali complesse rende lungo e difficile il raggiungimento di dimensioni razionali, o quando la scarsa conoscenza delle condizioni delle infrastrutture, il carente livello di servizio e la scarsa efficienza del ciclo attivo rendono problematico e incerto l’avvio di un percorso alternativo, quale la creazione di una società mista o l’affidamento a terzi. Infine, occorre capire bene come si possono mettere in campo formule di finanziamento degli investimenti, senza garanzia diretta o indiretta dello Stato, che utilizzino a fondo la capacità di raccolta di Cdp e delle altre banche di investimento pubbliche.

Formule da realizzare entro schemi produttivi ben costruiti in termini finanziari e industriali. In fondo gran parte dell’area degli investimenti territoriali (trasporti, rifiuti, reti idriche) realizzati da tedeschi e francesi è di mercato, ma passa attraverso soggetti societari controllati direttamente o indirettamente da enti territoriali. Forse è il momento di studiare bene queste esperienze, e utilizzare i tassi bassi per mettere in campo iniziative industriali economicamente valide.

Articolo apparso su la Repubblica il 09/02/2015

 

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