Monday, December 16, 2019
 

Il sistema deve sostenere le Pmi

di Rainer Masera

La ripresa dell’economia europea e in particolare di quella italiana richiede che ai nuovi meccanismi di sostegno finanziario tramite i mercati del debito e del capitale, si affianchi un deciso sostegno del credito bancario segnatamente alle Pmi. Occorre far leva sul quantitative easing, sui significativi processi di ricapitalizzazione, sui migliori processi di selezione del credito e sulla qualità delle imprese sopravvissute alla recessione.

In Italia si rilevano in questo contesto fermenti di riassetto del sistema bancario. Fra questi, il decreto sulla trasformazione in Spa delle maggiori popolari, le ipotesi di riforma e di integrazione delle banche di credito cooperativo, lo scioglimento dei nodi connessi alle sedici banche commissariate. E ancora: il superamento delle criticità segnalate negli stress test dalla Bce per alcune banche significative come Mps e Banca Carige, le rinnovate ipotesi di attivazione di schemi di bad bank a fronte del continuo aumento delle sofferenze lorde e dei crediti deteriorati (che hanno raggiunto rispettivamente circa 185 e 350 miliardi di euro), l’esigenza di superare le difficoltà connesse ai modelli di cartolarizzazione (Abs) per consentire alla Bce di acquistare questi titoli che rappresentano un ponte fondamentale fra credito bancario e credito di mercato (idonee forme di garanzia sono al riguardo uno strumento necessario), il ruolo crescente di Cdp come banca promozionale. Non è possibile affrontare ciascuna di queste tematiche e valutare opportunità, vincoli e opzioni operative, senza far riferimento al complesso delle politiche a livello europeo.

L’Europa è al centro di un approccio nuovo alla politica economica, che accompagna e deve sostenere le prospettive per una crescita sostenibile e condivisa. Il semestre di presidenza italiano ha contribuito a orientare il diverso quadro di riferimento. Ma permangono contraddizioni e resistenze da superare. Ricordiamo le luci: sono state inserite forme di flessibilità nel Fiscal compact, che permane troppo restrittivo, anche per favorire la miglior definizione e la rapida attuazione del Piano Juncker e in particolare del cofinanziamento pubblico-privato delle infrastrutture, dell’educazione, della ricerca e sviluppo, delle Pmi. Le nuove forme di flessibilità dovrebbero indurre i Paesi a coinvestire nel Fondo per gli investimenti strategici accanto alla Ue e alla Bei. Si registrano comunque apporti significativi delle banche promozionali (la Cdp parteciperà con 8 miliardi).

Altro elemento positivo, la Bce ha intrapreso, con ritardo ma risolutamente, la strada del Qe (affiancato dal Tltro per incentivare il credito all’economia reale) i cui positivi risvolti, anche sulle aspettative, si stanno già manifestando e hanno contribuito alla discesa dell’euro su valori coerenti con i fondamentali. La decisione imposta dai falchi di Francoforte di porre le garanzie sugli acquisti di titoli sovrani per il 90% sulle banche centrali nazionali è peraltro un vulnusdi principio, criticato anche dalla direttrice esecutiva del Fmi, Christine Lagarde. Ancora luci. L’Unione bancaria e il meccanismo di Sorveglianza unica affidato alla stessa Bce, pur con qualche sbavatura nell’avvio, soprattutto con riferimento agli stress test, contribuisce alla fiducia sulle banche. Il progetto di Unione dei mercati dei capitali (Cmu), dopo le consultazioni in corso si concretizzerà entro l’anno in un Action Plan. La Cmu dovrebbe rappresentare la cornice per un fecondo rapporto tra banche e mercati nel finanziamento dell’economia europea, completando l’Unione bancaria. Il Meccanismo unico di vigilanza sarà affiancato dal 1° gennaio 2016 da un unico Meccanismo di risoluzione, responsabile per la gestione delle crisi bancarie dell’intera area e accompagnato da uno schema comune di assicurazione dei depositi.

Il finanziamento dei due schemi resta a carattere prevalentemente nazionale, anche se il Meccanismo di stabilità (Fondo salvastati) potrebbe intervenire su richiesta dei singoli paesi. Il nuovo approccio prevede il passaggio dai modelli di salvataggio delle banche a carico del contribuente ( bail out) a modelli di risoluzione e di bail in, con oneri in primo luogo per azionisti e detentori di obbligazioni delle banche. L’esigenza di realizzare politiche strutturali e del-l’offerta per rendere più flessibili e competitive le economie europee è condivisa e procede concretamente: occorre più coraggio sui tagli delle spese e delle imposte, che dovrebbe esser incentivato dallo stesso Fiscal compact, piuttosto che insistere su presunti aiuti di stato connessi a garanzie onerose pubbliche su pacchetti di crediti bancari. A questo quadro positivo si aggiungono ulteriori politiche di fondamentale rilievo sulle quali si possono invece manifestare perplessità. La cosiddetta politica macroprudenziale è rivolta a favorire la stabilità sistemica e sciogliere i possibili conflitti con le regole microprudenziali (segnatamente i vincoli sul capitale). La politica macroprudenziale è affidata all’Esrb, di fatto alla BCE, con un meccanismo di governance complesso. Comunque ha un mero potere di “raccomandazione”. Anche per questi motivi, molti hanno sostenuto che il Board abbia scarsa efficacia e tempestività. L’ultimo rapporto appena uscito a firma di Mario Draghi sostiene l’opportunità di introdurre per le banche una ponderazione più corrispondente ai profili di rischio sui titoli sovrani (maggior capitale). E’ una considerazione corretta, ma forse inopportuna oggi per evitare stress al sistema in un momento di transizione così delicato. Per le regole sul capitale, invece di una pausa di consolidamento si prospetta già un nuovo sistema ancor più complesso e oneroso (Basilea 4): ciò che conta è la trasposizione delle regole che la Commissione applica in Europa, ancorata al principio sbagliato della taglia unica (diversamente dagli Usa).

Questo modello imporrebbe nuovi vincoli sulle banche e ne frenerebbe il supporto alla ripresa. Quanto ai punti di fermento del nostro sistema bancario alla luce del quadro sopra delineato, accenno a una sola questione: quella dei modelli di bad bank declinati secondo modalità di mercato, in particolare con garanzie pubbliche onerose e correlate alla valutazione dei profili di rischio, per favorire l’incontro tra domanda degli operatori specializzati e offerta delle banche.

Appare bizzarro che la Commissione da un lato evochi l’ipotesi di aiuti di stato, ma dall’altra sottolinei nei documenti predisposti sulla Cmu che i mercati delle cartolarizzazioni abbiamo ripreso vigore negli Stati Uniti e favorito la ripresa proprio per i benefici dei sostegni pubblici. È necessario muovere verso assetti di deduzione fiscale delle perdite e di recupero delle garanzie su crediti in mora in linea con gli altri paesi europei.

Articolo apparso su la Repubblica il 23/03/2015

 

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