Monday, July 13, 2020
 

Dopo il Def serve più ambizione per crescere

di Leonardo Becchetti

Nonostante le tre notizie positive su Quantitative Easing, cambio dell’euro e prezzo del petrolio l’Italia non sembra ancora in grado di sfruttare appieno il nuovo vento congiunturale. Il dibattito sul Def di questi giorni che si concentra sullo zerovirgola dei decimali di Pil deve essere più ambizioso perché non sappiamo ancora quanto la congiuntura positiva potrà durare.

Il QE ha immediatamente abbattuto lo spread e svalutato il cambio con effetti molto importanti sulla sostenibilità del nostro debito. Ma l’immensa liquidità in circolazione fa fatica a tradursi in aumento del credito alle imprese. Tre notizie importanti degli ultimi giorni lo confermano. Banca d’Italia segnala che, nonostante il Pil in terreno positivo e il presumibile aumento della domanda di finanziamenti, proprio i prestiti alle imprese sono calati anche nel mese di febbraio del 3% dopo il calo del 2,7% del mese precedente (l’andamento dei prestiti alle famiglie è, in proporzione, simile).

Il Tesoro americano ha nuovamente rimproverato l’Unione Europea di non sostenere abbastanza la domanda e la ripresa mondiale puntando soltanto sulla competitività dell’export che, come è noto, sottrae benefici ai Paesi concorrenti a differenza di uno stimolo UE alla domanda interna di cui beneficerebbero tutti. Aiuterebbe e molto, da questo punto di vista, rilanciare il piano Junker con la proposta di obbligazioni emesse dalla Bei (Banca europea degli investimenti) per finanziare infrastrutture europee (fisiche e digitali) acquistabili dalla Banca centrale europea sul mercato secondario. Inutile avere l’Europa se non possiamo sfruttarne appieno le potenzialità: lo diciamo noi e, a quanto pare, anche il Tesoro americano. Infine, la solo apparentemente sorprendente notizia dei Bot a tasso quasi zero e dei titoli pubblici decennali dello Stato svizzero aggiudicati al tasso del meno 0,055% con una domanda di 410,5 milioni di franchi di gran lunga superiore all’offerta di 235,2 milioni.

Come è possibile che un risparmiatore acquisti un titolo decennale che ogni anno dà come “premio” un interesse negativo, ovvero una lieve erosione del valore del capitale? Non basta l’aspettativa di deflazione che può rendere la differenza tra l’interesse negativo e i prezzi in maggior calo comunque positiva. Perché altrimenti sarebbe ancor meglio lasciare i soldi su un conto corrente o su un deposito bancario vincolato in grado di offrire sicuramente tassi nominali superiori allo zero. L’asta dei titoli svizzeri, e le molte aste simili in tanti altri Paesi europei in questi giorni indicano la forte presenza di moventi speculativi. Si compra non per tenere i titoli nel cassetto per accettare in partenza una perdita delle somme investite quanto piuttosto sperando che la liquidità che inonda i mercati continui a far salire domanda e prezzi o (se investitori esteri) che il cambio della valuta (in questo caso il franco svizzero già ampiamente rivalutato) continui a salire.

Ciò che lega queste tre notizie è il male sottile dell’Unione Europea dal quale non siamo immuni. In assenza di uno stimolo fiscale che accompagni quello monetario la domanda interna rimane fiacca e la moneta in circolazione si indirizza verso canali speculativi alimentando pericolose bolle. Lo specchio della contraddizione è il settore bancario dove possiamo formulare un vero e proprio “teorema dell’impossibilità del credito”: ovvero, se valgono le quattro condizioni che seguono, fare credito diventa quasi impossibile. La prima sono i tassi d’interesse così bassi che implicano margini di rendimento per il credito molto risicati a fronte di rischi significativi connessi con quest’attività.

La seconda sono i principi prudenziali severi imposti della Bce che limitano la concessione del credito e sembrano dimenticare che la crisi è nata dai derivati e non dal credito tradizionale. La terza è l’assenza di una separazione tra banca commerciale (dedita unicamente all’attività creditizia) e banca d’affari o di un divieto di trading proprietario per le banche commerciali. La quarta è il modello (unico?) di banca quotata in Borsa orientata dunque alla massimizzazione del valore per l’azionista.
Come è possibile, sotto queste quattro condizioni, che una banca utilizzi la liquidità in circolazione per aumentare l’offerta di credito (invece che indirizzarla verso attività potenzialmente più redditizie come anche la vendita di prodotti a maggior margine agli sportelli)?

Quanto aiuta in questo la direzione intrapresa dal legislatore italiano che sembra mantenere la preferenza per questo modello di banca e quanto importante diventa evitare nella riforma del credito cooperativo altra distruzione di biodiversità bancaria, coerentemente con quanto accade negli altri Paesi membri dove il settore delle banche locali e mutualistiche è un cuscinetto fondamentale di offerta di credito?

Lo scopriremo nei prossimi mesi ma senz’altro in Europa e in Italia finanza ed economia reale sembrano non realizzare al momento tutte le sinergie di cui possono essere capaci.

Articolo apparso su Avvenire il 21 aprile 2013

 

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