Sunday, December 8, 2019
 

La sfida Le Pen chiede un tagliando all’Ue

di Leonardo Becchetti

L’onda di attenzione mediatica concentrata sulla paura degli attentati e sulla guerra al terrorismo rischia di non farci più percepire il problema fondamentale che cova sotto la cenere dell’Europa imperfetta. Il trionfo di Le Pen in Francia è figlio dei problemi sociali prima che degli effetti del terrorismo ed è la spia di una grave crisi spirituale, culturale ed economica dell’Unione Europea e rende assolutamente necessario un ‘tagliando’ e una riforma del progetto originario. Pregi e difetti della moneta unica combinati con la rivoluzione della globalizzazione hanno prodotto più diseguaglianze e soprattutto una riduzione della qualità del lavoro con connessi aumenti di precarietà e rischio economico per uno strato molto vasto della popolazione europea. Creando le condizioni della «trappola di povertà economica e di senso della vita» che rende paradossalmente attraente per alcuni (per fortuna pochi) l’offerta di senso della follia del terrorismo jihadista. Il perimetro dell’Eurozona si è rivelato ben lontano da quell’area valutaria ottimale all’interno della quale l’introduzione della moneta unica avrebbe dovuto rendere più omogenei gli choc locali producendo un processo di convergenza. Assistiamo invece purtroppo a un processo di divergenza tra Nord e Sud d’Europa e all’interno del nostro stesso Paese dove i dati del benessere di Nord e Mezzogiorno continuano a segnare una crescita dei divari su molti fronti non solo monetari come ad esempio l’aspettativa di vita in buona salute.

Un anno fa, con un manifesto firmato da più di 300 colleghi e lanciato dalle colonne di questo giornale, abbiamo indicato alcune iniziative fondamentali per evitare tale deriva dell’Europa e degli Stati membri. Tra di esse il Quantitative easing, una politica fiscale europea espansiva per uscire dall’ideologia del rigore e dalle secche della rigida applicazione del Fiscal Compact, l’armonizzazione fiscale nei Paesi membri e la lotta all’elusione, un piano di ristrutturazione del debito, una riforma degli organismi rappresentativi europei per aumentare partecipazione e democrazia. Alcune di queste idee sono passate, e anche piuttosto rapidamente. La politica monetaria ha fatto subito il suo dovere lanciando il Quantitative easing e sfruttando il dividendo monetario della globalizzazione che rende possibile stampare moneta quasi ad libitum senza produrre inflazione. Il Qe ha ridotto l’asimmetria dei tassi d’interesse tra Nord e Sud dell’Eurozona facendo crollare lo spread e il nostro costo del debito e portandoci nel club dei Paesi che possono finanziare il proprio debito a tassi zero o addirittura negativi. La lotta all’elusione sta facendo progressi importanti. Il Fiscal Compact è stato di fatto mandato in soffitta, tante e tali sono le violazioni da parte di vari Paesi membri (Francia in primis). Ma guai a dirlo in linea di principio perché le regole comunitarie, una volta prodotte, diventano dogmi irriformabili in curioso contrasto con un ambiente economico che cambia e si evolve a velocità supersonica.

Tutto questo non è però bastato, perché il ‘denaro lanciato dagli elicotteri’ dalle Banche centrali si è fermato nei cortili delle banche e nel sistema finanziario. Le dinamiche di consumi e investimenti privati stentano ancora a decollare. Ed è facile capirne il motivo. I nostri genitori vivevano in un mondo di lavori stabili e dunque consumavano e accendevano mutui con grande fiducia nel futuro. I lavoratori di oggi molto più precari di allora, se non sono addirittura working poor, si guardano bene dal consumare gran parte del loro reddito e accumulano, se possono, risparmio cautelativo per assicurarsi dagli enormi rischi futuri. Un parziale tentativo di eliminare il diaframma tra politica monetaria ed economia reale è stato avviato anche dal nostro governo, attraverso un programma di riduzione di tasse, ma i vincoli di bilancio non rendono questa iniziativa sufficiente. L’attesa politica fiscale espansiva europea annunciata con squilli di tromba dal presidente della Commissione Juncker è rimasta per ora, come previsto, un sistema di garanzie sulla carta.

Il tagliando dell’Europa, a un anno dai giorni dell’Appello dei Trecento, suggerisce oggi alcune iniziative fondamentali, necessarie per uscire dalle secche. In un ambiente economico sempre più difficile e rischioso per il lavoro, è necessario attivare una rete di protezione universale a livello europeo con controlli severi sugli abusi e incentivi alla ricerca di lavoro e a prestazioni sociali affinché non diventi un obolo che avvilisca la dignità dei riceventi. La transizione a un’economia a emissioni zero è una grandissima occasione per investimenti pubblici e privati trasversali in quasi tutti i settori dell’economia. I meccanismi di trasferimento fiscale stile ‘conti energia’ possono, con uso limitato o nullo di risorse pubbliche, attivare da questo punto di vista una grande quantità di investimenti ad alta intensità di lavoro.

La Ue deve inoltre imparare a ‘raccontarsi’, perché ovunque andiamo in Italia troviamo grandi infrastrutture o realtà nuove di zecca (si pensi all’aeroporto di Napoli) con la targa dell’Unione, ma nessuno comunica che quelle opere non sarebbero state possibili senza i fondi comunitari. È necessario, al contempo, avviare una riflessione serena sul motivo per cui la moneta unica sta producendo divergenza e non convergenza.E mettere le premesse per riforme anche radicali che ne elimino i difetti. È necessario inoltre dare risposte più organiche alla ‘trappola di povertà di senso’ che quest’Europa del rigore e dei ragionieri produce. È il momento, da questo punto di vista, di passare a nuovi modelli economico-sociali in grado di accrescere ed esaltare partecipazione civica, capitale sociale, reciprocità, sussidiarietà.

Per far questo abbiamo sempre più bisogno di occhiali nuovi in grado di percepire e misurare le risorse e le ricchezze invisibili delle nostre società. Il percorso del Bes (indicatore di benessere sostenibile alternativo al Pil) in Italia e gli avanzamenti degli studi su determinanti del capitale sociale e soddisfazione di vita devono contribuire da questo punto di vista a costruire mappe nuove e aggiornate per la politica affinché quest’ultima possa servire efficacemente il bene comune. Cioè cambiare in meglio la vita della persone.

Articolo apparso su Avvenire il 12/12/2015

 

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