Thursday, November 21, 2019
 

Sofferenze e aiuti di Stato. Il circuito perverso del credito

di Rainer Masera

L’intreccio tra banche, borse, prestiti deteriorati e aiuti di Stato ha raggiunto in Italia punte parossistiche e innescato spinte speculative destabilizzanti che devono essere smorzate. Una wayout è necessaria in tempi brevissimi. Appare comunque opportuna una prospettiva che identifichi alcuni punti chiave, a partire dalla crisi del 2007-2009. La crisi globale è partita dagli Stati Uniti, con i mutui subprime, il fallimento di Lehman e il salvataggio di grandi banche e della (allora) prima compagnia di assicurazioni mondiale. Accanto a una rapida, rigorosa revisione di leggi e regole sul sistema finanziario sono stati effettuati interventi immediati ed efficaci di sostegno al sistema bancario, per risanarlo, consolidarlo e fare ripartire il credito complessivo all’economia.

Si è operato attivando idonei meccanismi di cartolarizzazione dei crediti – ovvero favorendo il ponte fra intermediari e mercati e liberando risorse patrimoniali delle banche. Le cartolarizzazioni hanno compreso sia crediti non performing (Tarp), sia crediti in bonis (con garanzie di agenzie pubbliche); sotto l’attenta regia del Tesoro e della Fed sono state ingegnerizzate con il dichiarato intento di superare i fallimenti di mercato che si manifestavano nella valutazione dei crediti – e delle stesse banche – in una situazione di stress. I meccanismi trasparenti predisposti erano rivolti a buone prospettive di ritorno, in un arco pluriennale di ripresa dell’economia. Le politiche monetarie e fiscali con mix coerenti e potenti hanno concorso al rilancio di consumi e investimenti, delle imprese e delle stesse banche, attivando un circolo virtuoso micro e macro prudenziale. Le cartolarizzazioni, a rendiconto, hanno fatto conseguire significativi guadagni netti per il governo americano. In Europa non si è voluto/potuto seguire un approccio analogo, non solo perché manca l’unione fiscale, ma anche perché, diversamente da quanto avviene aldilà dell’Atlantico, hanno pesato e pesano le interpretazioni della questione aiuti di Stato.

Paradossalmente la forza dell’impianto delle banche italiane al momento della crisi non ha reso necessari gli enormi interventi pubblici nazionali di salvataggio delle banche operati in primis nel Regno Unito, in Germania e in Spagna. Lo shock sul debito pubblico, segnatamente in Germania, ha contribuito all’irrigidimento delle politiche fiscali con effetti recessivi, anche perché attuato simultaneamente in tutti i paesi, compresi quelli con crescente avanzo di parte corrente (ovvero che assorbono domanda dal resto del mondo). Gli interventi di salvataggio erano compatibili con le regole del mercato interno, perché rivolti a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia degli stati interessati (art. 107 n.3 TFUE). La mancanza di interventi sulle cartolarizzazioni e il ruolo stesso delle banche e delle Pmi nell’economia europea dilatavano gli oneri del pur necessario processo di ricapitalizzazione delle banche, cosicché di fatto i crescenti vincoli sul capitale coartavano e frenavano il processo di creazione di credito e moneta posto in essere dalla Bce. Ancor oggi la Bce deve operare in modo “eccezionale” per evitare la deflazione dell’Euroarea: “interventi senza limiti”.

L’Italia, con il grave fardello di debito pubblico – ereditato prima della crisi del 2007-2009 – ha subito i contraccolpi in modo molto grave. Il PIL reale è sceso di 10 punti percentuali. Il rapporto debito/PIL è cresciuto in larga misura per l’effetto perverso delle politiche europee; quasi 100.000 imprese sono fallite. I prestiti deteriorati sono cresciuti come una marea inarrestabile, passando da 85 a 350 miliardi di euro tra il 2008 e il 2015. Si sono verificati troppi gravissimi casi di mala gestio e comunque il vaglio del merito di credito non è stato sufficiente, ma è evidente la preponderanza degli aspetti macroeconomici. Il macigno dei non-performing è oneroso anche perché le nuove regole europee continuano a chiedere sempre più capitale, ma la redditività delle banche è mediamente troppo bassa per raccogliere nuovi mezzi propri senza deprimere i corsi. Si può stimare che nei sei anni 2011-2016 le rettifiche su crediti avranno assorbito i tre quarti del risultato di gestione generato dal sistema bancario italiano!

Resta il fatto che gli accantonamenti delle banche italiane sono in linea con la media europea, che il sistema bancario è solido. A partire dal 2014 il governo italiano ha attivato tavoli di lavoro su questi temi con Bruxelles; forse le trattative non sono state gestite nel migliore dei modi, ma è inaccettabile dover registrare le risposte tardive e discutibili che hanno contraddistinto anche la questione Tercas e l’attivazione dei meccanismi good bank per i quattro istituti posti in liquidazione il 22 novembre 2015. Proprio per evitare distorsione e aiuti dei singoli Stati avrebbe dovuto – e dovrebbe – essere di interesse della UE e della Commissione attivare un meccanismo europeo di cartolarizzazione dei crediti bancari, come è stato fatto negli Stati Uniti, per aiutare a sostenere la crescita e per favorire il superamento delle disparità tra paesi membri. Sembra si preferisca invece aspettare fino a dover porre ancora rimedio a gravi turbamenti, ovvero attivando le nuove procedure di risoluzione e di bail in delle banche, che potrebbero comunque in ultima analisi far ricorso all’Esm, con effetti macroprudenziali disastrosi.

In conclusione si fa riferimento, aggiornandolo, a uno schema operativo proposto due anni fa anche in Affari&Finanza. La Commissione stessa prevederebbe, in accordo con la Bce, schemi di intervento su prestiti bancari, sia in bonis, sia non performing, comunque distinti per asset class e impacchettati con idonee forme di cartolarizzazione. Gli originator cedono pro soluto portafogli di crediti a SPV con processi di valutazione indipendenti. I veicoli emettono pari passu ABS suddivisi in tranches: quelle senior e mezzanine negoziano una garanzia pubblica europea affiancata da garanzie delle banche di sviluppo nazionali per creare piattaforme distinte ma iscritte in un disegno complessivo. Il gap valutativo fra domanda e offerta si ridurrebbe. Gli operatori specializzati mostrerebbero interesse per le tranches più rischiose, gli investitori istituzionali professionali per quelle garantite, sui crediti in bonis interverrebbe la stessa Bce.

Articolo apparso su Repubblica Affari&Finanza il 25/01/2016

 

Tags: , , ,

Comments

No comments so far.
 
About us

La Fondazione Universitaria Economia Tor Vergata è uno strumento di relazione tra università, imprese e istituzioni.

Approfondisci »
Links & Resources
Help & Support

Problemi con il sito web?
Contatta il webmaster .

webmaster@poeco.uniroma2.it
Contatti

Via Columbia, 2
00133 Roma
Tel.: 06 72595570/5533
Fax: 06 72595569
segreteria.fondazione
luigi.paganetto