Monday, December 16, 2019
 

Democrazia e investimenti per rilanciare l’Ue

di Paolo De Ioanna

A metà degli anni ’90 gli studi sugli effetti del bilancio pubblico sulla attività economica, in Italia e fuori, fornivano un panorama critico e stimolante, molto attento alle condizioni concrete, storico politiche, delle singole situazioni economiche. Sono riflessioni da riprendere a fronte della impressionante massa di regole immesse nei venti anni successivi nel sistema europeo in materia di politiche fiscali e di bilancio. Quanto più le regole si sono complicate, tanto più esse sono apparse dubbie e causa non secondaria della crisi istituzionale del processo di integrazione europea.

Va ascritto a merito del nostro ministro dell’Economia di aver riproposto nelle competenti sedi europee, con garbo tecnico e appropriatezza di analisi, il tema della semplificazione e della chiarificazione, metodologica e procedurale, di questo framework, a partire dalla costruzione dell’obiettivo di medio termine. Se è vero che demografia e tecnologia saranno le leve della evoluzione dei sistemi economici nei prossimi venti anni, appare altresì vero che se si vuole salvare l’Europa e la sua democrazia rappresentativa è necessario convincere e formare l’opinione pubblica attraverso la discussione e la dimostrazione della forza dei valori in cui crediamo, a cominciare dalla giustizia sociale e l’equità. Perché l’approccio critico del 1996 risulta drasticamente superato nel ventennio successivo?

Certamente per vuoti e carenze nella azione coordinata di governo dell’economia dei paesi dell’eurozona e del nostro in particolare, ma forse anche per l’enorme potenza di influenza e condizionamento delle scelte di mercato assunta dalle forze e corporazioni della finanza mondiale, che oggi detengono un volume di titoli rappresentativi di valori mobiliari variamente denominati pari a circa 10 volte il Pil mondiale. Chi sposta e dirige questi volumi è in condizione di annichilire l’economia di ogni paese singolo, e questa è una realtà con cui occorre fare i conti.

Per giocare un ruolo attivo negli anni che verranno i pensatori politici più attrezzati sottolineano che l’Europa deve dominare la demografia e la tecnologia e insieme creare le condizioni politiche, culturali, istituzionali e tecniche per spiegare e convincere, in modo democratico, in ordine alla scala di priorità che intende offrire ai propri cittadini, proprio in quanto europei. I fili di questa discussione sono assai complessi, ma forse un punto si sta chiarendo: per sostenere un orizzonte fatto di crescita, sviluppo ed equità (senza crescita non ci può essere alcuna equità tra le generazioni) è necessario ripensare la funzione degli investimenti nella formazione della domanda europea e in particolare il ruolo degli investimenti di lungo periodo in ricerca, formazione e reti infrastrutturali che richiedono la mobilizzazione di capitali pazienti, a partire da quelli pubblici, che creano le condizioni di convenienza per quelli privati.

Per mettere in campo questi investimenti le proposte tecniche sono innumerevoli, ma si scontrano tutte con un muro frontale e formale, come evidenzia la cosiddetta clausola per gli investimenti enunciata dalla Commissione europea: per essere considerati una temporanea deviazione (un solo anno) d al percorso che deve condurre al pareggio strutturale, devono sottostare a regole rigidissime, che ne subordinano l’ammissibilità alle condizioni cicliche negative del paese che le richiede, alla tipologia di spesa ammessa (sostanzialmente spesa nazionale su progetti cofinanziati dalla Ue), al quantum (non oltre lo 0,5 per cento del Pil).

Tuttavia, il rafforzamento delle reti infrastrutturali (trasporti su ferro, elettricità e fonti di energia, digitale, ricerca pura e avanzata, ecc.) che costituisce terreno di confluenza tra risorse pubbliche e private indispensabile per lo sviluppo europeo de i prossimi decenni, richiederebbe un quadro europeo delle regole di bilancio molto diverso da quello attuale.

La forza politica e culturale che riuscirà a tenere insieme credibilmente tutti questi elementi e a farli lavorare dentro un confronto democratico, sarà probabilmente quella che potrà aprire la strada ad un rilancio della integrazione europea; non può che essere una forza che nasce sul terreno della storia europea, che deve avere una dimensione internazionale dei problemi, che deve fare leva su una base sociale ampia e reale in tutti i paesi e deve usare la crescita e lo sviluppo, con la connessa creazione di lavoro, come l’unico antidoto per fermare derive nazionaliste e chiusure fobiche.

Più guardiamo al mondo come un tutto, più abbiamo bisogno di allargare il campo della regolazione e costruire un set di regole elementari per la governance complessiva del sistema. Prima della crisi del 2008 la regolazione ha consentito una sostanziale prevalenza del potere della finanza internazionale. I detentori di capitale finanziario hanno indirizzato questi capitali in funzione della rappresentazione che essi propongono del futuro; questa rappresentazione ha messo in movimento l’insieme della società, condizionato i comportamenti del potere pubblico e provocato una successione di fasi di espansione spinte dal credito e poi brutalmente interrotte dalla crisi degli equilibri finanziari.

Questo schema è saltato. L’Europa, muovendo dalla attuale crisi, potrebbe riprendere un ruolo rilevante nel ridefinire i cardini della nuova normalità nella regolazione di banca e finanza e sviluppo economico. La funzione istituzionale della integrazione europea può tornare a svolgere un ruolo cruciale di stabilizzazione a livello mondiale avendo tutti gli elementi di base per sciogliere in modo democratico il nesso tra demografia, migranti, sviluppo tecnologico e crescita economica. Revisione dei poteri della banca centrale, ampliamento delle basi fiscali del bilancio europeo per il finanziamento di beni pubblici europei, unione bancaria e valorizzazione del ruolo centrale del parlamento europeo come luogo della legittimazione di tutti gli euro organismi, sono forse i cardini lungo cui rimettere in moto di nuovo l’orologio dell’integrazione. Ma per realizzare questo scenario la parola deve passare alla buona politica che spiega, dimostra e convince.

Articolo apparso su Repubblica il 16/05/2016

 

Tags: , , , , ,

Comments

No comments so far.
 
About us

La Fondazione Universitaria Economia Tor Vergata è uno strumento di relazione tra università, imprese e istituzioni.

Approfondisci »
Links & Resources
Help & Support

Problemi con il sito web?
Contatta il webmaster .

webmaster@poeco.uniroma2.it
Contatti

Via Columbia, 2
00133 Roma
Tel.: 06 72595570/5533
Fax: 06 72595569
segreteria.fondazione
luigi.paganetto