Tuesday, August 11, 2020
 

Dopo Brexit, da questo lato della Manica

di Luigi Paganetto

Caratteri economico-sociali delle aree con voto ‘Leave’ in UK

La Joseph Rowntree Foundation ha pubblicato un interessante report sulle città UK in declino per occupazione, quota di high-qualified workers, full-time jobs, immigrazione e dinamica della popolazione. Il legame tra difficoltà economiche e il voto per il Leave è chiaro.

Le due città in testa alla classifica delle 20 declinanti, Rochdale and Burnley, hanno votato massicciamente per Leave, 60.1% e 66.6% rispettivamente. E così è stato per la maggior parte delle altre, come Hull (67.6%), Middlesbrough (65.5%) e Stoke (11°, 69.4%). All’opposto, città dinamiche come Oxford (70.3%), Edinburgh (74.4%) e Cambridge (73.8%) hanno massiciamente votato per il Remain.

Non va peraltro sottaciuto che alcune aree ad alto livello di immigrazione, così come alcune città declinanti hanno votato Remain. Secondo il Rapporto ciò suggerisce che iI link tra problemi economici-immigrazione ed EU rappresenta “almeno in parte una consapevole costruzione politica usata per fini elettorali”.

Exit UK: il rapporto cittadini-istituzioni in EU

Il JRF Report e le sue analisi ci fanno capire l’importanza di uscire dall’approccio prevalentemente tecnocratico che ha improntato ampiamente il sistema decisionale europeo. Per il dopo Brexit occorre prendere atto che la scelta UK:

q   Ha rappresentato una rottura traumatica al di là di quel che si può pensare dei meccanismi di democrazia diretta su temi di questa natura (vedi caso Grecia) e pur tenendo conto che UK aveva rifiutato la libera circolazione delle persone, Schengen, la carta dei diritti, la cittadinanza europea, la moneta unica e l’obbiettivo di un’Unione sempre più stretta;

q   Ha reso palese, al di qua e al di là della Manica, la distanza che si è ormai creata tra le classi dirigenti e l’opinione dei cittadini. È una distanza che nasce da molte ragioni ma che affonda le sue radici nell’aumento dell’incertezza e dell’insicurezza di natura sia economica che sociale. In particolare nella fragilità della situazione geopolitica che circonda l’Europa (vedi Turchia) e nella crisi generata dal terrorismo con l’uscita della UK viene a mancare la principale potenza militare della EU.

Non va dimenticato il ruolo, assai importante, di una globalizzazione mal gestita che ha portato all’affrettata conclusione che sia meglio un «nazionalismo responsabile».

Cosa dicono i sondaggi di opinione

I sondaggi di opinione come quella del Pew Center mettono in evidenza che il distacco verso l’EU è differenziato per paese, con il massimo in Grecia e, guardando l’età, in generale, tra i più anziani. Nel giudizio verso la EU prevale una valutazione negativa, ampiamente condivisa, sulla politica in materia di immigrazione e sicurezza. Ungheria e Polonia sono in testa nell’evidenziare i rischi di terrorismo e di perdita di posti di lavoro. Sulla politica economica il giudizio negativo è diversificato, con Grecia e Italia in testa. In Germania e Polonia prevalgono i giudizi positivi.

Figura 1. Le opinioni sulla politica EU sui rifugiati


Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q50c.

Figura 2. Rifugiati, sicurezza e lavoro


Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q50c.

Figura 3. L’insoddisfazione per la politica economica EU


Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q50a.

Figura 4. Il favore verso EU in 10 paesi

Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q10c.

Figura 5. Il favore verso EU per età

Fonte: Pew Research Center, 2016.

Europa, crescita del PIL e well-being

Le responsabilità delle Istituzioni EU non vanno disgiunte dai ritardi che ha manifestato l’economia dei paesi europei nell’adattarsi ai cambiamenti del quadro competitivo globale. Il tasso di crescita del PIL in EU si è ridotto ancor prima della crisi del 2008 e rimane ancor oggi, in media, inferiore a quello USA. La caduta complessiva del volume degli investimenti EU è un segnale di difficoltà strutturale. In questo quadro: l’aumento dell’incertezza sul ciclo economico e le politiche di austerità hanno contribuito a peggiorare le aspettative di consumatori e imprese.

Si è accresciuta l’insicurezza nonché la percezione delle disuguaglianze di reddito e il disagio della classe di reddito medio – basso, in termini di well-being, anche per effetto della c.d. “polarizzazione degli skills”.

Le radici della disaffezione per EU

La disaffezione verso Bruxelles nasce dalla critica alla costruzione, alla burocrazia europea e alla sua Governance. E’ vero, ma l’analisi del voto in UK tende a legare la reazione in negativo verso la EU con la percezione di un aumento di disuguaglianze, insicurezza e riduzione del well being che, a sua volta, tende a collegarsi con la percezione in negativo della immigrazione. Si tratta di un quadro che si può applicare all’EU o quanto meno all’Eurozona, posto che gli altri paesi EU hanno conosciuto in questi anni dinamiche migliori?

La risposta è positiva e per convincersene basta guardare ai dati di altri paesi dell’Eurozona su percezione delle disuguaglianze ed effetti della globalizzazione, in termini di polarizzazione degli skills. Va osservato che nonostante i giudizi negativi su EU, si vorrebbe un suo ruolo più attivo verso l’esterno anche se, per quel che riguarda le spese militari, soltanto Polonia e Olanda ne vorrebbero di più.

Figura 6. Ineguaglianze di reddito reali e percepite

Fonte: Niehues, based on ISSP 2009, 2014.

Figura 7. Modifiche dell’occupazione per skills e salari in Olanda

Fonte: Wolfgang Keller, Hâle Utar, VoxEU.org, 2016.

Figura 8. Modifiche dell’occupazione e “polarizzazione”

Fonte: James Harrigan, Ariell Reshef, Farid Toubal, VoxEU.org, 2016.

Figura 9. Innovazione e ineguaglianza di reddito

Note: The figure plots the number of patent applications per 1000 inhabitant against the top 1% income share for the USA as a whole. Observations span the years between 1963 and 2013.

Fonte: Aghion et al. (2015).

Figura 10. Una EU più attiva verso l’esterno?

Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q49.

Osservazioni per il dopo Brexit

Occorre, senza forzare sui tempi necessari, portare avanti la trattativa con UK, evitando atteggiamenti conflittuali ed assicurando ad entrambe le parti i possibili e necessari vantaggi commerciali e finanziari. L’esito del referendum UK rinforza la tendenza già in atto a creare un’EU a due cerchi concentrici, Eurozona e gli altri. È necessario concentrare gli sforzi per modificare la percezione della EU che solo una minoranza oggi vorrebbe fosse un’Unione più stretta. Occorre puntare su pochi obbiettivi e dare un segnale preciso all’opinione pubblica sulle risorse disponibili. Vedremo quali «risorse proprie» proporrà il rapporto Monti. Quello delle risorse è un tema prioritario visto che in ogni caso è necessario rimodulare il Bilancio dopo l’exit UK.

Occorre concentrarsi su obbiettivi che diano la percezione all’opinione pubblica di un «cambio di passo», soprattutto su immigrazione e well being.


Figura 11. Servono più spese militari?

Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q49.

Figura 12. Quali opinion su un’Unione più stretta?

Fonte: Spring 2016 Global Attitudes Survey. Q49.

Risorse proprie, spazio fiscale e opzioni EU

Su immigrazione vanno trovate risorse comuni, aprendo uno spazio fiscale con uso o meno di bonds e definendo una responsabilità EU per i borders esterni.

Su ineguaglianze serve una politica industriale che sostenga la formazione di high skills, puntando su giovani e innovazione. È illusorio pensare che per evitare la «skill polarisation» sia sufficiente una generica politica di investimenti.

Gli investimenti, pubblici e privati, sono una scelta prioritaria ma occorre puntare su un piano Juncker rinforzato nelle sue dimensioni e nei suoi caratteri con investimenti a scala EUropea (e non nazionale), a forte carattere innovativo sia sulle grandi reti che sulla qualita’ delle infrastrutture.

L’exit UK offre una doppia occasione: su una reale Unione Energetica e un  concreto avvio di un  Sistema comune di Sicurezza e Difesa, che deve essere anche per l’EU un «bene comune» come lo è per gli Stati nazionali.

L’impegno sul «single market» è essenziale soprattutto per quel che riguarda le reti. Concorrenza e innovazione si rinforzano reciprocamente.

 

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