Thursday, November 21, 2019
 

Dopo Brexit, da questo lato della Manica

Dopo Brexit, da questo lato della Manica

(19 luglio 2016)

Intervento di Maurizio Melani

1.Prima di soffermarmi più specificamente sugli aspetti riguardanti la sicurezza e la difesa nel quadro dei seguiti alla Brexit, vorrei fare alcune considerazioni sui fattori che stanno determinando nel Regno Unito e altrove il tipo di reazioni elettorali di cui siamo testimoni e sulle risposte che a mio avviso si impongono.

A questo riguardo è interessante quanto riferitoci da Luigi Paganetto in merito ai sondaggi effettuatiin diversi paesi europei dai quali emergerebbe quanto sia rilevante la confusione e la disinformazione che prevale tra i cittadini le cui reazioni, pur partendo da reali situazioni concrete, appaiono spesso contradittorie ed intrinsecamente illogiche in conseguenza delle modalità con cui vengono formate e orientate le opinioni pubbliche, su cui ci ha parlato il Prof. Balanzone, spessosulla base di rappresentazioni sensazionalistiche ed esasperate fornite da un sistema mediatico che opera secondo logiche di mercato e di acquisizione di quote di “audience”necessarie alla pubblicità che lo sostiene.

Quanto accaduto in Gran Bretagna con il referendum sulla Brexit e in altri paesi in elezioni di varia natura è in effetti la conseguenza di molteplici fattori. Tra questi vi è quello dei disagi sociali alimentati dalla crisi inizialmente importata dagli Stati Uniti, lì provocata come causa scatenante dalle sofferenze bancarie per eccesso di credito non adeguatamente garantito e per disinvolto ricorso a strumenti speculativi, e poi amplificata in Europa dalle modalità di gestione dell’enorme debito pubblico di alcuni paesi dell’Eurozona, mentre gli Stati Uniti si riprendevano grazie ad una politica espansiva. Di fronte a ciò l’Unione Europea è stata percepita come un soggetto politico assai poco interessato a risolvere questi problemi, ma al contrario tutto teso ad imporre politiche e riforme che hanno invece avuto nel breve periodo l’effetto di acuire crisi, disagio, disoccupazione, impoverimento e contrazione delle garanzie fornite da generosi sistemi di welfare.

Sappiamo che la realtà, per quanto riguarda il ruolo dell’UE,  non è esattamente questa, ma è anche difficile contestare che politiche oggettivamenteprocicliche e recessive nell’Eurozona, essendo stato posto come priorità assoluta il pareggio di bilancio a prescindere dall’andamento del ciclo economico, hanno avuto effetti quanto meno a livello propagandistico anche in paesi fuori dall’UEM ove una politica economica marcatamente liberista, gli effetti della globalizzazione e delle nuove condizioni di competitività a livello globale e i mutamenti introdotti dalle nuove tecnologie nei processi produttivi hanno ugualmente colpito fasce crescenti di lavoratori dipendenti e autonomi e di piccoli e medi imprenditori trovatisi ai margini di tali sviluppi benché i dati complessivi su reddito e occupazione siano comparativamente migliori nel Regno Unito. Sull’evoluzione di questi sentimenti ha influito anche l’impatto percepito o reale di una pressione migratoria accresciuta sul piano globale da situazioni conflittuali e di degrado ambientale soprattutto nel Medio Oriente e in Africa, dai differenziali demografici ed economici tra l’Europa e quest’ultimo continente e dalle migrazioni intraeuropee rese possibili dalle norme sulla libertà di circolazione ed incentivate dalle conseguenze della crisi economica. Una azione di disinformazione e di propaganda sull’immigrazione, diffusa da forze politiche populiste e anti-europee e amplificata dai media per ragioni di mercato,ha avuto buon gioco in questo contesto presso gruppi sociali disorientati culturalmente e politicamente anche a causa della crisi identitaria dei partiti tradizionali ed in particolare di quelli di sinistra, in buona parte prodotta dagli stessi mutamenti di cui ho parlato. Attribuire una responsabilità di questi problemi all’UE, presentata spesso in modo strumentale da governi e gruppi dirigenti come astratto e distante responsabile delle scelte più impopolari (le cui linee sono invece decise dai Capi di Governo e da un Parlamento Europeo con piena legittimazione democratica),è stato facile. E per quanto riguarda il Regno Unito è valso assai poco, anzi per alcuni versi ha avuto effetti controproducenti, che in favore del “remain” si fosse pronunciato tutto il mondo della finanza e dell’industria.

2. Ora la Brexit seguirà il suo corso in conformità a quanto disposto dai trattati. Malgrado l’accelerazione impressa dalla rapida nomina di un nuovo Primo Ministro nella persona di TheresaMay, la vicenda sarà prevedibilmente lunga. Ma intanto vi è l’esigenza di affrontare in modo efficace la crisi economica e di fiducia trattando una serie di problemi che soltanto insieme possono essere gestiti.

Non tutti questi problemi posso essere ormai affrontati a 27 perché non tutti i paesi entrati nell’UE con i diversi allargamenti (da quello a Regno Unito, Danimarca e Irlanda all’inizio degli anni settanta a quello dei paesi dell’ex-blocco sovietico nel primo decennio di questo secolo) intendono procedere alle condivisioni di sovranità necessarie a questo scopo e andare verso la “evercloser union” annunciata nei trattati.

Il mercato unico sembra essere un patrimonio comune nel quale tutti dicono di riconoscersi. Il Regno Unito, che più lo ha invocato come conquista da preservare e potenziare, non ha però voluto accettarne l’aspetto essenziale della libertà di circolazione e stabilimento delle persone. Altri paesi di recente adesione, che tanto hanno beneficiato delle risorse stanziate per rendere possibile e sostenibile tale adesione, invocano questa libertà per i loro cittadini ma poi erigono muri che la rendono invece impossibile o la ostacolano fortemente.

Occorre quindi andare rapidamente verso una istituzionalizzazione e una migliore e più chiara gestione di quanto è in parte già nei fatti e cioè una integrazione differenziata a cerchi concentrici, con un nucleo duro di paesi che avendo fatto la scelta della moneta unica hanno come obiettivo quella “everclosercloser union” di cui l’unità monetaria è un aspetto essenziale, nella prospettiva di una unione federale.

Chi può e deve essere in questo nucleo centrale? Credo innanzi tutto i paesi fondatori, con un ruolo propulsivo che inevitabilmente dovrà essere esercitato da Germania, Francia e Italia, anche se l’Olanda presenta problematicità e pesano gli interrogativi di una improbabile (per la prevedibile reazione di un fronte repubblicano al ballottaggio) ma non esclusa affermazione del Fronte Nazionale alle prossime elezioni presidenziali  francesi. Assieme a questi, altri paesi dell’Eurozona le cui popolazioni vedono in prospettiva i meriti di una unione sempre più stretta, come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia e Malta (più problematica potrà essere la posizione di Cipro), ma i cui problemi sul piano di un pieno recupero della credibilità fiscale possono costituire una remora. Sarebbe normale che vi fosse anche l’Austria se gli sviluppi nella situazione interna del paese lo consentissero.  E il gruppo dovrebbe essere ovviamente aperto ad altri paesi che ne condividano pienamente l’impostazione e gli obiettivi.

Sappiamo che anche nell’ambito dei fondatori permangono rilevanti diversità di posizioni su come gestire la crisi del debito e il rilancio della crescita. La Germania, malgrado le difficoltà che comincia ad avvertire nel mantenere sostenibile una economia con un forte surplus commerciale da esportazioni verso la Cina ed altre aree emergenti, sembra continuare a non voler accettare la realtà di una fase del ciclo nella quale è necessario un deciso rilancio degli investimenti pubblici il cui moltiplicatoreè superiore a quello di ogni altro tipo di spesa pubblica. Per una effettiva ripresa non basta la politica monetaria espansiva praticata dalla BCE malgrado le resistenze tedesche temperate dalla Cancelliera e dai suoi alleati socialdemocratici di fronte ai falchi del suo partito e della CSU e ad una larga parte dell’opinione pubblica ossessionata dalla paura dell’inflazione dimenticando che dopo la crisi degli anni venti fu la politica prociclica di estremo rigore fiscale all’inizio degli anni trenta ad aggravare la depressione, anche allora importata dall’America, che condusse al collasso delle istituzioni democratiche e all’avvento del nazismo. Il “quantitative easing” senza investimenti pubblici non è in grado di fornire liquidità ad una economia reale che non assorbe.

Resta la preoccupazione tedescache una flessibilità rispetto ai noti parametri, giustificata anche ai sensi degli stessi Trattati dalla gravità della situazione, possa riprodurre fenomeni di scarsa responsabilità fiscale e di azzardo morale se lasciata alle scelte dei singoli stati. Resta inoltre forte il sentimento di non voler condividere i rischi di indebitamenti pubblici o di politiche creditizie del sistema bancario decise da altri.

3. Per superare questo stato di cose una possibile soluzione è che i paesi disposti ad una maggiore integrazione, facendo ricorso alle cooperazioni rafforzate previste dai trattati dell’Unione o ad un  nuovo trattato tra un limitato numero di contraenti come è stato fatto con Shenghen o il fiscal compact, si accordino al fine di costituire una capacità fiscale comune per gestire investimenti con determinate finalità e alcuni beni comuni per i quali sono evidenti i vantaggi di una gestione congiunta.

Tale capacità, di dimensioni adeguatamente superiori all’attuale bilancio dell’UE pari a circa l’1% del PIL dell’Unione, che eventualmente ridotto continuerebbe a finanziare le politiche nell’Europa a 27, dovrebbe essere alimentata da risorse proprie che potrebbero ad esempio tra l’altro attingere ad una parte dei proventi  derivanti da una perequazione dell’imposizione fiscale sulle società transnazionali soprattutto nei settori dell’ICT e della gestione del web, riducendo gli ampi margini di elusione esistenti.

Questa sorta di mini-bilancio federale andrebbe affidato alla gestione politica di un apposito organo (definito da alcuni Tesoro comune della zona euro o Ministro delle Finanze europeo anche se a queste definizioni sono state date accezioni diverse) con una solida legittimazione democratica in un contesto di controllo e co-decisione parlamentare e quindi responsabile di fronte ad una istituzione parlamentare eletta dai cittadini. Ciò potrebbe essere realizzato nell’ambito del Parlamento Europeo con una articolazione a partecipazione differenziata rispetto alle competenze previste per l’Unione a 27.

Tale bilancio dovrebbe essere in grado di emettere e garantire obbligazioni europee parallelamente e in sinergia con quelle della BEI, che avrebbero una sostenibilità assicurata dalla crescita del PIL derivante dall’impiego delle risorse raccolte.

Esso dovrebbe finanziare:

- un programma di investimenti pubblici nelle infrastrutture e per l’innovazione, la conoscenza, la ricerca e la formazione che vada oltre i livelli del tutto insufficienti del piano Juncker, in grado di contribuire a far crescere la domanda aggregata con il conseguente indotto di investimenti privati e al tempo stesso di stimolare il miglior funzionamento dei fattoridell’offerta;

- il sostegno ad una politica industriale basata sull’innovazione che sia coerente anche con gli impegni assunti nell’ambito della COP 21in materia di economia verde e di contrasto ai cambiamenti climatici;

- l’istituzione di una assicurazione europea per la disoccupazione con una politica attiva per la riqualificazione professionale quale necessario strumento per ridurre le povertà, ammortizzare le conseguenze dei mutamenti produttivi e contribuire a sostenere i consumi;

- la gestione dei flussi migratori e delle loro implicazioni, comprensiva, secondo quanto delineato dal “Migration compact” presentato dal Governo italiano, di interventi nei paesi di transito e di origine per la promozione di attività generatrici di reddito e di occupazione, per lamitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici e degli squilibri ambientali, per il controllo delle frontiere e dei flussi, il contrasto dei traffici di esseri umani e delle organizzazioni criminali che li gestiscono e la riammissione e il ritorno assistito dei migranti, assieme al potenziamento dei canali di migrazioni legali, al miglioramento dell’accoglienza e dell’integrazione e all’equa distribuzione dei rifugiati;

- il contributo ad una parte delle spese per la sicurezza e la difesa, mentre la minaccia terroristica si fa più intensa, nella prospettiva di una progressiva  messa in comune di processi di pianificazione, assetti, capacità e relativa base industriale, con conseguenti economie di scala e superamenti di duplicazioni, come ripetutamente affermato in diverse conclusioni del Consiglio Europeo, nonché dei costi comuni delle operazioni militari e civili di gestione delle crisi.

Questa lista non è ovviamente esaustiva e potrebbe essere integrata o ridotta in funzione delle volontà degli stati interessati.

Si tratta di concetti che recepiscono e vanno oltre indicazioni per quanto generiche e poco precisate contenute nei rapporti dei cinque Presidenti, nei vari documenti italiani dell’ultimo anno, in varie dichiarazioni franco-tedesche (tra le quali l’ultima e più strutturata ed avanzata è quella dei Ministri  degli Esteri Airaud e Steimeier), italo-francesi, italo-tedesche, dei sei fondatori e per alcuni aspetti nella dichiarazione congiunta Hollande-Merkel-Renzi del 27 giugno scorso, ma senza che ne emerga almeno finora un disegno organico.

Oltre alle riluttanze rispetto ad ulteriori condivisioni di sovranità, sempre presenti ed anzi riemergenti malgrado la retorica europeista, le diversità in materia di politica economica costituiscono indubbiamente un freno.

Dopo la fase iniziata nel dopoguerra e proseguita fino alla seconda metà degli anni 70, prevalentemente caratterizzata da crescita economica, trasformazioni sociali e processi redistribuivi, sostenuta da interventi statali e di stimolo fiscale, e quella successiva di impostazione liberista e di forte ridimensionamento del ruolo dello Stato durante la quale si è sviluppata la globalizzazione, si sta probabilmente entrando in una nuova fase, frutto di una sintesi di quelle precedenti, aggiornata e adattata alle attuali condizioni del mondo e proiettata nel futuro.

Definire e gestire questa fase sarà un compito nel quale si dovrà impegnare una leadership europea che è contestualmente chiamata ad operare con decisione per ridare slancio con coloro che lo vogliano al processo di integrazione,come avvenuto in altri momenti di crisi nella costruzione iniziata con i trattati di Parigi e di Roma. Ma occorrerà che abbia la volontàe la capacità politica di farlo.

 

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