Thursday, November 21, 2019
 

Commento di Michele Bagella alla presentazione di Andrea Montanino “Le banche possono finanziare la crescita?”

di Michele Bagella

Incontro del “Gruppo dei 20” del 16/9/2016

La domanda che pone il relatore è cruciale nell’attuale ciclo economico europeo. La crescita in Europa è
debole e altrettanto lo è il tasso di inflazione ancora al di sotto del 2%, nonostante gli sforzi compiuti
dalla BCE con le varie misure di QE.

Mario Draghi nella conferenza stampa dell’8 settembre scorso ha sostenuto che il credito alle imprese non
finanziarie è in crescita rispetto allo scorso anno e che le politiche monetarie adottate stanno dando buoni
risultati in termini di meccanismi di trasmissione all’economia reale, anche se l’inflazione continua a
stare sotto il 2%.

Nell’intervista, Draghi ribadisce che le politiche di QE sono una condizione necessaria ma non sufficiente
a far ripartire ad un ritmo più sostenuto l’economia europea e che alla politica monetaria vanno affiancate
politiche fiscali e di riforme strutturali.

Il mercato del credito bancario, come mostrato da Montanino, presenta condizioni operative delle banche
non particolarmente favorevoli, dovendo esse fare fronte agli effetti dei bassi tassi interesse, a NPL
elevati, all’impatto della crisi sulla domanda aggregata in Europa e nel mondo e, al loro interno, a
problemi di efficienza. La BCE con l’UNIONE BANCARIA ha fornito meccanismi di supervisione
efficaci per la valutazione dei rischi e per la riduzione delle sofferenze, al fine di favorire l’offerta di
credito e secondo Draghi qualche risultato positivo su questo lato del mercato si comincia a vedere.
Guardando infatti al rapporto crediti depositi, si vede come nella UE, nel periodo 2000-2007, il rapporto è
andato diminuendo dal 2002, diminuzione che si è accentuata nel periodo della crisi. L’inversione
dell’andamento decrescente si è avuta a partire dal 2014 ed è continuata fino ad oggi (vedi grafici in
coda).

In Italia, invece, anche dopo il 2014, tale rapporto ha continuato a diminuire e solo da metà del 2016 ha
mostrato una inversione di tendenza. I crediti hanno superato i depositi con cifre intorno ai 2000 miliardi
e mezzo di euro (vedi grafici in coda).

Certamente, i bassi d’interesse collegati alla politica monetaria di QE non favoriscono la raccolta delle
banche, soprattutto di depositi. Semmai, sembrano favorire il Shadow Banking, che tende a crescere. Né
appare rinforzarsi significativamente l’alternativa alla raccolta dei depositi e cioè l’emissione di
obbligazioni bancarie.

I bassi tassi d’interesse hanno però due effetti positivi per la solidità delle banche. Aumentano il valore
del loro portafoglio di titoli di stato, aumentano la capacità degli Stati di rimborsarli. Da un punto di vista
macroeconomico stanno, cioè, aiutando la ripresa dell’economia.

Dall’altro lato del mercato, dal lato della domanda di credito, i bassi tassi d’interesse dovrebbero
favorire un effetto significativo al rialzo, che tuttavia stenta a manifestarsi, anche se quest’anno, come ha
detto Draghi nell’intervista citata, il meccanismo di trasmissione all’economia reale del QE sta
migliorando. Guardando all’Italia, sarebbe auspicabile una spinta alla domanda aggregata da parte della
dalla politica economica europea, che mostri che l’Europa c’è. Le aspettative di imprese e di operatori
finanziari migliorerebbero sostanzialmente, accelerando la ripresa.

In Europa e non solo in Italia, infatti, movimenti politici e partiti antieuropei, aumentando di peso,
mettono in discussione la stabilità istituzionale (Brexit) finora raggiunta in Europa e le sue basi a
cominciare dall’euro. Il che influisce negativamente sulle aspettative di imprese e famiglie, frenandone le
iniziative economiche.

A ciò vanno aggiunte le conseguenze psicologiche negative degli attentati terroristici che accrescono nei
cittadini europei il senso di paura. In simili condizioni la domanda di investimenti e di consumi tende a
ridursi rispetto al suo potenziale.

Montanino suggerisce di promuovere forme di finanziamento non bancarie, tra cui il venture capital e il
private equity. Si tratta di una proposta interessante, ma di non facile attuazione nell’Europa continentale,
il cui sistema finanziario è banco centrico. Va tuttavia aggiunto che il segmento delle imprese di media
dimensione, esportatrici, dinamiche ed aperte alla innovazione potrebbero costituire la base di riferimento
di una simile politica fondata sull’apporto di capitale di rischio. Per spingere significativamente questa
trasformazione, Montanino auspica un piano europeo che preveda incentivi tali da ridurre i costi derivanti
dalla maggiore trasparenza che viene richiesta alla gestione dell’impresa dalla presenza di più soci di
capitale.

La realizzazione del progetto del Mercato Europeo dei Capitali, armonizzando regolamenti e
meccanismi fiscali, consentirebbe di ampliare la funzione di questo mercato offrendo nuove fonti esterne
di finanziamento delle attività d’impresa.

Più volte si è detto, anche in questa sede, che è auspicabile un ampliamento del Piano Juncker e un
bilancio europeo con risorse proprie per realizzare interventi speciali, per esempio nel campo della
sicurezza e prevenzione, o delle grandi opere pubbliche stradali e ferroviarie, che contribuiscono ad
aumentare la produttività e il benessere dei cittadini, accrescendo la mobilità di beni persone e servizi.
Da anticipazioni di stampa sembra che il Rapporto affidato a Monti dalla Commissione Europea
contenga proposte di questo tipo sul bilancio europeo, che segnerebbero, se accolte, un punto di svolta nel
cammino dell’integrazione europea.

Specie dopo Brexit, l’Europa è chiamata a dare un segnale politico in grado di frenare la paura
dell’emigrazione incontrollata e la prospettiva di frontiere chiuse non solo agli extra comunitari, ma
anche alle merci e servizi di provenienza asiatica. È in gioco non solo la globalizzazione dei mercati, ma
anche la coesione sociale in Europa e le libertà che ne hanno sostenuto i contenuti.

 

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