Thursday, November 21, 2019
 

Commento di Gloria Bartoli alla presentazione di Andrea Montanino “Le banche possono finanziare la crescita?”

di Gloria Bartoli

Gruppo dei 20, 16/9/2016

L’ipotesi delle relazioni iniziali (Paganetto, Montanino e Bagella) è che banche e Stato nelle condizioni odierne dell’ Area Euro non possono finanziare la crescita. Le soluzioni proposte spaziano dalle misure per far ritrovare stabilità al sistema bancario, da Atlante a Bad Bank alla spagnola, a interventi sulla domanda di fondi da parte delle imprese, allo sviluppo del mercato dei capitali europeo come alternativa al settore bancario. Purtroppo, con la creazione dell’Unione Bancaria, la possibilità di usare i fondi dell’ESM per ristrutturare il settore bancario è venuta meno perché superata dalla Bank Resolution and Recovery Directive e dal regolamento per il processo di risoluzione. Qualsiasi intervento dello Stato, anche solo per fornire garanzie, viene considerato “aiuto di Stato” proibito, come abbiamo riscontrato nelle lunghe negoziazioni tra Tesoro e Commissione Europea per le banche italiane in difficoltà.

I più cinici dicono che basta resistere un minuto più di Deutsche Bank per ritrovare aperto il canale dell’aiuto di Stato a livello europeo. Ma nel caso si volessero cambiare in modo permanente le regole europee esistenti, bisogna chiedersi se concentrarsi su queste norme dell’Unione Bancaria oppure puntare a modificare le regole di utilizzazione dell’European Stability Mechanism. Questo strumento per la stabilizzazione ha una capacità di prestito di 500 miliardi di euro (l’Italia ha versato più di 14 miliardi, che sono andati ad accrescere il nostro debito pubblico). La NON utilizzazione di questo fondo è assicurata da una governance che richiede l’unanimità per ogni programma di aggiustamento e il voto di alcuni parlamenti dell’Area Euro. Ciò significa che le condizioni del prestito sono decisi non solo da tecnici, ma anche da politici, per esempio del parlamento tedesco. La Bundesbank ha suggerito a luglio di estendere le competenze dell’ESM alle prospettive economiche, la sostenibilità del debito e il fabbisogno finanziario dei paesi richiedenti aiuto. Compiti finora gestiti dalla Troika composta da EC, ECB e IMF. Inoltre, in questa proposta, l’ESM dovrebbe monitorare il programma di aiuti e negoziare tra il governo e i creditori eventuali ristrutturazioni del debito. Data la sostanziale sotto-utilizzazione dell’istituzione, è comprensibile che si pensi a suoi impieghi alternativi: visto che le crisi sovrane sembrano scongiurate per il futuro prevedibile, mentre la crisi del sistema bancario europeo non lo è affatto, sarebbe preferibile allargare nuovamente le competenze dell’ESM alle crisi bancarie, almeno fino a quando il Single Resolution Fund finanziato dalle banche stesse non avrà la consistenza necessaria. Poiché è noto come le crisi bancarie possono trasformarsi in crisi sovrane (e viceversa) il mandato di evitare crisi sistemiche dell’ESM si applicherebbe come previsto alla sua fondazione. Nello Stato dell’Unione 2016 pronunciato da Juncker, un ruolo importante per la crescita è rappresentato dall’accelerazione e completamento del mercato unico dei capitali per fornire alternative di finanziamento agli investimenti. Le misure che possono essere finalizzate rapidamente riguardano la cartolarizzazione, per liberare risorse nelle banche fino a 100 md di euro, e l’armonizzazione delle norme sul prospetto.

Il Parlamento Europeo e il Consiglio dovrebbero approvare entro il 2016 le proposte per il venture capital e gli investimenti sociali. Altrettanto urgente sarebbe la modernizzazione e armonizzazione dell’insolvenza e ristrutturazione delle imprese, che è prevista, ma manca ancora una proposta in merito della Commissione. In Italia le iniziative per favorire l’investimento con capitale azionario piuttosto che debito si sono moltiplicate dal 2012, così come gli incentivi per start-up fino a far dire che oggi esistono più fondi per start up che start up con progetti credibili. Non si tratta solo di un problema di offerta di fondi, anche se la stretta creditizia permane per le piccole e medie industrie, anche quelle con impeccabili storie creditizie: dal lato della domanda, le imprese familiari esitano a mettersi sul mercato dei capitali per i motivi esposti da Bagella nella sua relazione, ma anche per i motivi ripetuti tutti gli anni dal Doing Business della Banca Mondiale: in particolare, i conflitti di competenza amministrativa ostacolano gli investimenti pubblici e privati mentre una giustizia civile che neppure si avvicina agli standards dei paesi avanzati (vedi studio OCSE 2013) rende rischioso il management e la governance delle imprese, grava sui costi di gestione e scoraggia anche gli investimenti esteri. A sua volta questa mancanza d’investimenti abbassa la produttività, la crescita potenziale così come la crescita effettiva, aumentando i rischi di crisi finanziaria connessa a un rapporto debito pubblico/PIL crescente per via del calo del numeratore. E’ un circolo vizioso che si ripete da anni e dal quale possiamo uscire solo con le riforme strutturali che abbiamo cominciato a fare sia nel campo strettamente economico – jobs act, liberalizzazioni nel mercato dei beni, anche se non ancora in quello delle professioni e altri servizi- che nel campo amministrativo, giuridico e istituzionale. Per riassumere, il mercato unico dei capitali è ancora lontano e non solo le banche non sono capaci di finanziare la crescita anche in presenza di una politica monetaria iper – espansiva, ma la debolezza strutturale delle stesse è un fattore di rischio ulteriore per la crescita e quindi per l’aggravamento del debito pubblico. L’utilizzo dell’ESM per prevenire, non solo rappezzare, crisi sistemiche sarebbe quindi opportuna.

 

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