Thursday, November 21, 2019
 

Il nuovo paradigma della globalizzazione

di Gabriele La Licata

Da un lavoro condotto da ASviS, alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile di cui la Fondazione è partner, nasce l’idea di questo scritto che richiama l’esigenza di evidenziare alcune riflessioni che riguardano la dicotomia, erroneamente considerata come tale, tra crescita e sviluppo economico.

La questione centrale è la globalizzazione, nonché l’integrazione del commercio internazionale la cui crescita si è rivelata molto più repentina rispetto a quanto era stato previsto da economisti e istituzioni internazionali. Molteplici sono gli eventi che caratterizzano questo cambiamento dell’economia i quali hanno favorito i processi di integrazione e crescita economica di paesi occidentali e non. Tra questi ricordiamo la nascita del Word Trade Organization (WTO) e i molteplici accordi internazionali sul commercio che ne sono susseguiti; la creazione di aree di mercato comuni volte come a favorire i processi di integrazione, competitività e crescita come l’Unione Europea, NAFTA per i paesi del continente americano, e ASEAN per i paesi del sud-est asiatico. Tuttavia, la globalizzazione e in particolare gli eventi che ne hanno favorito il suo sviluppo, hanno rimesso alle imprese la capacità di affrontare una competizione internazionale via via sempre crescente e al Welfare State l’onere di fronteggiare la perdita di posti lavoro; l’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza; la polarizzazione delle skill e dei salari dovuta all’introduzione di macchine e robot nel processo produttivo; la crescita del numero dei NEET, in particolare in alcuni dei paesi OCSE. Il famoso “elephant graph” di Branko Milanovic mostra i vincenti e i perdenti della globalizzazione ed evidenzia che nel mondo occidentale a trarne beneficio è stata l’élite dei proprietari del capitale e di coloro che occupano posizioni importanti nel settore finanziario che è rappresentata dall’1% della popolazione.

Nel mondo occidentale, di cui l’Italia fa parte, la rivolta contro l’integrazione globale ha avuto degli effetti ormai ben noti: i) in USA ha messo in discussione il Trans-Pacific Partnership e ha influenzato la campagna elettorale del Presidente al punto da determinarne l’esito; ii) in Europa, il dopo Brexit, oltre alle incertezze che riguardano i tempi e le modalità dell’uscita dell’UK, ha fatto sorgere con maggiore consapevolezza problemi preesistenti come la questione dell’immigrazione, della sicurezza, e degli squilibri finanziari e commerciali, mettendo in risalto l’incapacità di giungere a soluzioni comuni.

In questo contesto difficile, Summers, ex Ministro del Tesoro Americano, ha lanciato la proposta di “responsible nazionalism” evidenziando la necessità di un cambio di paradigma della globalizzazione proponendo un cambio di logica dei processi di integrazione, ovvero di tipo bottom-up piuttosto che di tipo top-down come si è verificato finora. Per questo, secondo Summers, i processi di globalizzazione dovrebbero porre l’attenzione non tanto su quelle attività volte a favorire l’integrazione globale bensì a gestirne le sue conseguenze ponendo l’enfasi su “shit from international trade agreement to international harmonized agreement”, come risposta ai limiti che questa stessa ha posto.

In una fase economica di secular stagnation, in cui i paesi dell’occidente hanno tassi di crescita molto bassi e paesi in via di sviluppo crescono con tassi sempre minori, serve una governance, nazionale e transnazionale, capace di rendere la globalizzazione coerente con il benessere dei cittadini.

Tutto ciò evidenzia l’importanza dei temi affrontati dall’Agenda Globale per lo sviluppo sostenibile, nonché il ruolo di sensibilizzazione che svolgono le tante organizzazioni nazionali, come ASviS, e internazionali verso i soggetti economici e le istituzioni che di questo cambiamento si rendono partecipi.

 

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