Sunday, June 25, 2017
 

Unione Europea e Gran Bretagna dopo la Brexit

Italico Santoro

1. Perchè la Brexit?

Quando gli inglesi, nello scorso mese di giugno, hanno deciso con un referendum popolare di uscire dall’Unione Europea l’economia britannica era tutt’altro che in crisi. Il prodotto interno lordo, calcolato a prezzi costanti, era cresciuto nel 2015 del 2,3 per cento, ben più della media europea, e un andamento analogo aveva caratterizzato i primi mesi del 2016. La disoccupazione era di poco inferiore al fisiologico 5%. La Gran Bretagna, con il 3,9 % sul totale del PIL mondiale, era la quinta potenza economica del mondo, la seconda in Europa. Quanto al prodotto interno lordo pro-capite era al terzo posto tra i paesi del G20, dopo gli Stati Uniti e l’Australia.

E’ difficile pensare allora che a ispirare il voto in favore della Brexit sia stato – per usare un’espressione propria di quella che si definisce <geopolitica delle emozioni> -  il sentimento della rabbia, la frustrazione che un’economia in crisi provoca in fasce crescenti della popolazione (come ben sanno i paesi dell’Europa mediterranea). Certamente a votare in quel modo saranno state le vittime della globalizzazione, i ceti marginalizzati dalle divaricazioni e dai contrasti sociali e geografici che percorrono la Gran Bretagna come tutti gli altri paesi sviluppati; ma questi ceti restano pur sempre minoritari e non avrebbero potuto, da soli, determinare un risultato come quello che è uscito dalle urne il 23 giugno. Certamente avranno contribuito al risultato le contorsioni di esponenti politici che per ambizioni personali hanno inseguito il populismo che pervade da qualche tempo le democrazie occidentali; ma anche queste contorsioni possono aver prodotto effetti solo se si sono saldate con sentimenti e convinzioni profondamente radicati nel paese, a cominciare dalle sue classi dirigenti.

A spingere la Gran Bretagna fuori dall’Europa, ad assicurare il voto marginale che quasi sempre decide il risultato di un turno elettorale, sono stati allora proprio questi sentimenti e queste convinzioni, conseguenza di una storia lontana. La Gran Bretagna – e tutta la storia del secolo scorso lo dimostra – non ha mai accettato, nè poteva farlo, l’idea di un’Europa germanizzata, guidata per di più da una burocrazia asfissiante e incapace di sottrarsi alla prevalente influenza tedesca. In altri termini si è riproposto il confronto tra modello anglosassone e modello renano che ha caratterizzato da circa un secolo e mezzo le alterne vicende europee.

Dopo l’eclissi britannica dell’era prethatcheriana, questo contrasto si è riproposto: prima con la signora Thatcher, poi con i governi laburisti guidati da Tony Blair. D’altro canto i risultati non sembrano di certo dare torto ai sostenitori del modello anglosassone. Un dato per tutti: tra il 1980 e il 2015 – un lungo arco di tempo – la Gran Bretagna è cresciuta del 120%, la Germania del 79. Nè la crisi recessiva della seconda metà degli anni duemila ha modificato queste tendenze : tra il 2011 e il 2015 il PIL inglese è aumentato del 9%, quello tedesco del 4. Di conseguenza, il reddito procapite dei britannici è tornato a sopravanzare quello dei cugini d’Oltrereno.

Poteva allora la Gran Bretagna restare a lungo in una organizzazione sovranazionale che nei fatti faceva strame della sua essenza profonda e che per di più era appesantita da un’occhiuta burocrazia? Prima o poi il problema era destinato ad esplodere. Ed è esploso non a caso quando la Germania sembrava aver ormai acquisito la piena leadership in Europa, anche per l’eclissi economica della Francia, e le istituzioni comunitarie non hanno avuto la capacità o la volontà di riequilibrare i rapporti.

2. I rapporti tra Europa e Gran Bretagna.

E’ piuttosto diffusa, soprattutto tra le elites conservatrici, la teoria secondo cui la Gran Bretagna avrebbe lasciato l’Europa perchè di fatto all’Europa è estranea. In qualche caso a sostenere questa tesi sono intellettuali e politici che semmai considerano la Russia parte integrante del Vecchio Continente. Nulla di più falso. Basterebbe ripercorrere l’intera storia d’Europa per cogliere il nesso profondo che ha legato l’isola al Continente fin da quando Cesare sbarcò per la prima volta sul suo territorio. Anche nel periodo della massima espansione imperiale del Regno Unito, al centro della sua politica estera  fu sempre la ricerca di un equilibrio tra le potenze eurocontinentali che non ne stravolgesse i rapporti di forza. E d’altro canto non fu forse la Gran Bretagna il riferimento ideale al quale si richiamò la parte migliore dell’illuminismo francese prima e dei diversi movimenti risorgimentali dopo?

Per venire poi a tempi più recenti, se l’Europa può vantarsi oggi di essere un insieme di paesi democratici e liberali lo deve proprio alla Gran Bretagna, che nelle prime fasi della Seconda Guerra mondiale – dopo la resa della Francia – sostenne praticamente da sola l’urto del nazifascismo, anche rifiutando le larvate proposte tedesche di accordo: per cui si può tranquillamente dire che l’Europa è debitrice verso la Gran Bretagna della sua essenza più profonda. Quanto poi alla presenza del Regno Unito nell’Unione, è proprio al contributo inglese che si deve la creazione di quel mercato unico che è tra le realizzazioni  più significative sulla via dell’integrazione economica.

Perfino la pronuncia dell’Alta Corte sulla Brexit, riaffermando la centralità del Parlamento nei confronti delle derive populiste ( nel Regno Unito il ricorso al referendum è considerato un’anomalia) e della loro saldatura con il potere esecutivo, è ancora un esempio della capacità britannica di fissare, nei confronti del populismo, quei paletti invalicabili che nell’Europa continentale è difficile intravedere.

Anche sotto il profilo economico-commerciale i reciproci rapporti sono molto stretti. A cominciare da quelli con la Germania. Nel 2014 le esportazioni tedesche verso la Gran Bretagna, pari a circa 100 miliardi di dollari – il 7,1% del totale -, sono state inferiori solo a quelle verso gli Stati Uniti e la Francia; il saldo, positivo per la Germania, ha raggiunto i 59 miliardi di dollari, quasi l’1,7% del PIL tedesco. In queste condizioni fino a che punto converrebbe alla Germania un divorzio hard della Gran Bretagna dall’Unione Europea?

La Gran Bretagna allora è tutt’altro che estranea al Vecchio Continente. Solo che si sono venuti sedimentando col tempo due diversi modelli economici, uno di tradizione liberale l’altro di derivazione colbertiana; e che questo secondo modello, prevalente nei paesi continentali, si caratterizza oggi rispetto al primo perchè c’è più assistenza e meno rischio, più concertazione che competizione, molte regole e poca flessibilità, sistema bancario pervasivo e scarsa finanza. Ma  non è affatto detto che uno sia preferibile all’altro in assoluto; meno che mai che l’uno sia più “europeo” nei confronti dell’altro.

3. Gli interrogativi: la Gran Bretagna senza l’Europa.

Anche dopo la Brexit l’economia inglese ha continuato a crescere: tra i principali paesi europei, è anzi quello che registra tuttora i tassi di sviluppo più alti. Molti osservatori, che davano per scontato quanto meno un sensibile rallentamento, si sono meravigliati. Ma in realtà c’è poco da stupirsi: la Gran Bretagna è ancora nell’UE; e per di più si è avvantaggiata di una perdita di valore della sterlina, che almeno nel breve termine stimola le esportazioni. Che cosa succederà invece quando il Regno Unito sarà realmente fuori dall’Unione Europea e dovrà operare non più all’interno del mercato unico ma secondo regole per ora incerte e comunque diverse?

Ma è soprattutto il quadro politico-istituzionale a suscitare pesanti interrogativi. Quelli più immediati riguardano la tenuta stessa della Gran Bretagna come Stato unitario: la Scozia ha rispolverato la bandiera “indipendentista” e chiede di continuare a far parte dell’UE, l’Irlanda solleva problemi di non facile soluzione. Gli interrogativi più seri, però, non sono quelli immediati e riguardano il ruolo stesso della Gran Bretagna nel mondo. All’interno dell’Unione Europea il Regno Unito poteva continuare a svolgere, come di fatto ha svolto negli anni passati, un triplice e prezioso ruolo: favorire l’evoluzione in senso liberale di un’economia troppo ingessata; contenere la Germania nel suo tentativo di egemonizzazione sia pure pacifica del Vecchio Continente; rappresentare il raccordo strategico tra le due sponde dell’Atlantico, indispensabile alla sopravvivenza stessa dell’Occidente come protagonista di una storia comune fondata sullo sviluppo della democrazia liberale.

Quale sarà invece il ruolo della Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea? Privo del suo retroterra imperiale, con il Commonwealth ridotto allo stato larvale, nell’era dei grandi Stati-continente il Regno Unito rischia con la Brexit non di aver conquistato l’autonomia da grande potenza, ma di condannarsi ad una progressiva marginalità politica e di ripiegare in una sorta di autismo impotente. In altre parole, a rifugiarsi nel rimpianto di un grande passato rinunciando a costruire il futuro.

4. Gli interrogativi: l’Europa senza la Gran Bretagna.

Rischi seri corre però anche la UE: sul piano economico, sul piano militare e, soprattutto, sul piano politico. Sul piano economico viene meno, o comunque si affievolisce, il contributo del paese che presenta, tra gli Stati più rilevanti dell’Unione, il maggiore dinamismo e la maggiore capacità di cambiamento. Sul piano militare la Brexit, lungi dal favorire la nascita di un embrione di difesa comune – come pure qualcuno ipotizza – ne rende più problematica la realizzazione. Malgrado il ridimensionamento delle spese militari e più in generale del ruolo internazionale della Gran Bretagna, il paese resta la maggiore potenza del Vecchio Continente: quello che, rispetto al PIL, investe di più nella difesa e uno dei due Stati, con la Francia, che dispongono del deterrente nucleare. Per di più l’esercito d’Oltremanica, impegnato su molti dei fronti caldi esistenti sulla scena globale, non rappresenta una ipotesi da costruire ma è una realtà operativa. E infine, argomento tutt’altro che trascurabile, se un embrione di difesa europea oggi esiste, questo embrione si è venuto formando – anche per quanto riguarda l’industria e la produzione bellica – lungo l’asse Parigi-Londra e non Parigi-Berlino: eventuali riconversioni, peraltro improbabili, richiederebbero comunque tempo e impegno economico. Insomma non ha torto il Times quando scrive, in un editoriale di metà novembre, che “gli europei devono essere pronti a compiere sacrifici economici per difendersi”, ma che questo maggiore impegno deve essere concentrato all’interno della NATO piuttosto che essere disperso in tentativi poco efficaci e molto costosi.

Ma è soprattutto sul piano politico che la Brexit aumenta, non diminuisce i problemi dell’Unione Europea. Non solo l’uscita della Gran Bretagna priva l’UE di uno dei suoi “soci” più importanti, ma imprime una spinta ulteriore a quel processo di frammentazione che è in atto da tempo e che non sembra arrestarsi: il gruppo di Visegrad, il socialismo mediterraneo, l’arroccamento degli Stati nordeuropei sono tutti fenomeni che non contribuiscono di certo al processo unitarie. E infatti non riescono a  decollare le politiche che di questo processo dovrebbero essere espressione: l’emigrazione, la difesa, l’energia. La stessa elezione di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti accelera la tendenza verso la disintegrazione: come è apparso evidente dalle prime battute, quello del nuovo presidente americano non è disinteresse verso l’Europa, ma verso l’Unione Europea. I suoi primi contatti – con la Merkel e Hollande, non con Junker o TusK – sono un segnale inequivocabile delle sue priorità nel Vecchio Continente: gli Stati nazionali, non gli organismi transnazionali. Una scelta che inevitabilmente è rafforzata dalla nuova collocazione della Gran Bretagna e che sostituisce il “nazionalismo all’internazionalismo del passato”, come ha osservato Angelo Panebianco; ma che è comunque preferibile a un ripiegamento isolazionista degli Stati Uniti e ad una loro fuga dallo scenario europeo.

5. Un Occidente plurale. L’incognita americana.

Quindi, la Brexit è un danno per tutti, non per la sola Gran Bretagna, come invece autorevoli commentatori tendono ad accreditare. Abbandonando l’Unione Europea la Gran Bretagna non ricostituirà di certo una parvenza aggiornata del suo impero; e forse neppure riuscirà a rafforzare il suo legame privilegiato con gli Stati Uniti, che avranno comunque l’esigenza di intrattenere rapporti con tutti i maggiori paesi europei. Di conseguenza, rischia di ripiegare su se stessa e sui suoi problemi, ivi compreso quello di arginare le spinte secessioniste in Scozia e Irlanda che proprio la Brexit ha riproposto.

Ma anche l’Unione Europea non camminerà più spedita. Rischierà, semmai, nuove fratture: con una Germania occhiuta sui conti pubblici ma restia ad accettare responsabilità maggiori di fronte ai grandi problemi del nostro tempo; con i paesi del gruppo di Visegrad e più in generale dell’ex blocco orientale che vedono allontanarsi dalla comunità europea proprio lo Stato che con maggiore fermezza ha contrastato il neo-espansionismo della Russia; con quelli del Mediterraneo – Italia in primo luogo – che si sentono abbandonati a se stessi di fronte a flussi migratori sempre più difficili da arginare; e con quelli del Nord Europa fuori dall’euro e in allarme anch’essi per il pericolo rappresentato da una Russia sempre più aggressiva. E con il segretario generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg, che pur auspicando “relazioni più costruttive e cooperative” con il vicino orientale, è costretto a sottolinearne la strategia orientata a frantumare l’unità dell’Europa per ristabilire sfere di influenza che sembravano ormai archiviate per sempre.

E’ l’intero Occidente che si trova ad attraversare una fase storica delicata. La trattativa destinata a ridefinire i rapporti tra la Gran Bretagna e i paesi dell’UE non potrà non tenerne conto. Invece di certi atteggiamenti irritati e supponenti di alcuni leaders europei, diffusi soprattutto ( ma non solo) negli ambienti comunitari, e di quelli perentori e assertivi che provengono da Oltremanica, è necessario allora cercare di tornare a tessere la tela della solidarietà occcidentale che si va slabbrando da tempo, che ha ricevuto un ulteriore colpo dalla Brexit e che rischia di essere affossata per sempre da un Presidente americano neoisolazionista. Bisogna prendere atto della pluralità di voci che compongono la nostra storia comune e cercare di riportarle a sintesi: costruire un Occidente plurale di cui l’Alleanza Atlantica sia la struttura portante e la NATO lo strumento unificante. Un’Alleanza che deve avere nei soci europei attori impegnati e responsabili e non rimettere ai soli Stati Uniti i costi e di conseguenza i vantaggi che ne derivano: americani ed europei, insomma, devono credere in quello che è il loro comune destino, sempre che non si voglia cancellare dall’orizzonte futuro quei valori che compongono il caleidoscopio della democrazia liberale e che hanno fatto dell’Occidente il luogo privilegiato per viverci.

All’interno di quest’Occidente plurale può essere rilanciata, al momento opportuno, anche l’idea di un’Europa più coesa, che possa ricomprendere di nuovo la Gran Bretagna. Magari abbandonando l’idea – bella ma non realistica – degli Stati Uniti d’Europa e cercando di creare nel tempo quell’Europa confederale che proprio un inglese, Winston Churchill, aveva proposto nell’immediato secondo dopoguerra, un’Europa che senza cancellare la sovranità degli Stati nazionali ne orienti gli sforzi verso obiettivi comuni. Cominciando intanto da un divorzio quanto più indolore possibile e facendo in modo che la separazione, oggi inevitabile, possa servire – come talora accade nella vita degli uomini oltre che degli Stati – per costruire più solidi rapporti .

 

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