Wednesday, December 19, 2018
 

Dismissione del patrimonio immobiliare, ecco perché in Italia è così difficile

Il Sole 24 Ore

Nuove operazioni con Cassa depositi e prestiti, una Spa per valorizzare gli immobili pubblici in decadenza, fondi immobiliari ad hoc da convertire in forme di investimento. Sono queste le ipotesi allo studio del Governo per attuare il piano di riduzione del debito proposto nel programma di bilancio rivisto e trasmesso a Bruxelles. Nel Dpb si confermano dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico da 640 milioni nel 2019 e da 600 milioni nel 2020, ma si introduce l’impegno ad accelerare il programma straordinario di privatizzazioni, salendo all’1% di Pil (18 miliardi) nel 2019, contro lo 0,3% ipotizzato a ottobre, cui si aggiungono uno 0,3% da realizzare quest’anno e un altro 0,3 nel 2020. Obiettivi molto ambiziosi, se è vero, come ribadito anche ieri dal vicepremier M5S Luigi Di Maio, che non c’è l’intenzione di «svendere i gioielli di famiglia». «Parliamo di immobili, beni di secondaria importanza – ha sottolineato Di Maio – ma Eni, Enel, Enav o simili soggetti non finiranno in mani private: devono restare saldamente nelle mani dello Stato».

L’obiettivo di privatizzazioni per 18 miliardi può essere conseguito soltanto mettendo mano alle partecipazioni che il ministero dell’Economia detiene nelle grandi società a matrice pubblica. L’operazione sulla quale il governo starebbe negoziando con Bruxelles si intreccia con il rafforzamento patrimoniale della Cdp e la possibilità di aumentarne la potenza di intervento a supporto dell’economia. Il piano prevede lo spostamento di partecipazioni come la quota residua in Eni, il controllo di Enav, Enel, Leonardo, Stm, il 30% di Poste. Il passaggio non sarebbe a fronte di un pagamento, ma sarebbe un conferimento con aumento di capitale riservato che farebbe salire la partecipazione del Mef in Cdp, diluendo le fondazioni bancarie. Ma solo provvisoriamente: un sistema per riportarle alla quota attorno al 15% sarebbe allo studio. Il punto di caduta è l’apertura del capitale di Cdp a investitori “pazienti”: l’incasso ipotizzato quando questo progetto venne battezzato Capricorn era di 20 miliardi.

Se il piano verrà sdoganato a livello politico (e non è detto, perché non c’è unità di vedute nel Governo) un accenno potrebbe comparire nel piano industriale che la Cdp sta predisponendo e che dovrebbe andare all’esame del board entro metà dicembre. «Stiamo ancora approfondendo tutti i complessi aspetti che andranno a comporre il piano. Non ci sono percosi stabiliti», chiosa Luigi Paganetto, consigliere di amministrazione e presidente della Fondazione economia di Tor Vergata. Paganetto ha proposto al board di Cdp un approfondimento sulle strategie di investimento a supporto delle controllate pubbliche dopo la cabina di regia organizzata a palazzo Chigi a metà ottobre per accelerare gli investimenti. «È fondamentale che questi investimenti vadano a sostenere processi di innovazione collegati allo sviluppo sostenibile – ha detto in occasione del convegno su Investimenti pubblici, innovazione e sviluppo sostenibile organizzato ieri a Roma -. A questo proposito è importante che Cdp possa individuare la modalità migliori per supportare le partecipate pubbliche».

Per gli interventi sul patrimonio immobiliare, si valuta l’idea lanciata da tempo dal sottosegretario leghista Armando Siri: «Abbiamo 400 miliardi di patrimonio pubblico immobiliare in decadenza perché non riusciamo a fare manutenzione. Vogliamo fare una società per azioni che tenga dentro questo patrimonio e che possa emettere bond, creare liquidità, vendere quello che non serve». Operazioni fuori bilancio mirate ad abbattere il debito. Un piano che potrebbe confluire in un emendamento alla legge di bilancio.

Tra gli esempi di immobili che potrebbero essere valorizzati, Siri cita Palazzo Brazzà, l’Ospedale Forlanini e Palazzo Caprara a Roma. Ma anche l’ex tesoreria della Provincia di Milano nei dintorni di Corso di Porta Vittoria, l’ex Istituto scolastico Peano a Cinisello Balsamo, Villa Giovio a Como, l’ex stabilimento termale di Aqui Terme e tante caserme ormai abbandonate. Un’altra strada, già discussa al Mef con banche e operatori di mercato, sono fondi immobiliari in cui conferire immobili statali e delle amministrazioni locali da aprire sia a investitori istituzionali che retail. Con una struttura fiscale agevolante sulla falsariga dei Pir.

Manuela Perrone e Laura Serafini per Il Sole 24 Ore – 15/11/2018

 

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