Thursday, April 25, 2019
 

Big data, industria 4.0 e politiche pubbliche

di Patrizio Bianchi

Il mondo che cambia

Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione industriale, che viene descritta con immagini sempre più accattivanti di robot dagli occhi languidi e macchine umanoidi che sostituiscono uomini robotizzati.
Una rivoluzione però è qualcosa di più delle forme che questa prende. Cambia la produzione, cambiano i consumi, cambia la vita di ognuno di noi e nel contempo la vita di noi tutti insieme. Il mondo cambia perché cambiano i confini che lo descrivevano. Alla fine della Seconda guerra mondiale il mondo appariva diviso rigidamente in due grandi aree, con propri circuiti economici, politici e militari, mentre al margine ne rimaneva un Terzo mondo residuale e frammentato. Questo mondo contrapposto finisce con il secolo scorso, il tormentato ’900, e proprio da quel Terzo mondo sono emersi nei primi anni di questo secolo nuove leadership che hanno riaperto i giochi economici, portando nell’economia mondiale produzioni e mercati fino ad allora sconosciuti.
Contestualmente emergono nuovi modi di porre in relazione le persone e queste con le imprese, le istituzioni, le università. Il mondo per ognuno di noi è cambiato; ognuno di noi nella propria casa, in ogni momento, è informato di ciò che avviene dall’altra parte del mondo ed ognuno di noi è al centro di una rete di relazioni in connessione continua con persone sparse nelle più diverse parti del mondo. Ognuno di noi produce e consuma dati al punto che i dati diventano la nuova materia prima ed il nuovo collante di questa società liquida ed a tratti liquefatta.

I dati come nuova materia prima

Alla base di questa trasformazione sociale sta un cambiamento profondissimo nella stessa struttura della produzione. Se il carbone era la materia prima della Prima rivoluzione industriale, e l’acciaio e poi il petrolio delle fasi successive, oggi la materia prima sono i dati che ognuno di noi produce in continuazione, telefonando, andando in auto, accendendo internet, acquistando un bene o un servizio qualsiasi. Egualmente rilevanti sono i dati che le istituzioni producono nelle loro funzione di amministrazione della vita collettiva; le scuole, gli ospedali, i tribunali ed ogni altro momento di gestione delle relazioni sociali ed economiche diventano produttori in continuo di informazione sui comportamenti di ognuno di noi, tracciando le nostre azioni in ogni istante, e nel contempo in ogni momento possono offrire un quadro dei movimenti dell’intero corpo sociale. Infine ci sono i dati che le imprese stesse generano, dal momento in cui un prodotto viene pensato fino al momento in cui quello stesso prodotto viene preso dal consumatore finale, tracciando percorsi che passano attraverso tutte le fasi del processo produttivo, dal disegno iniziale fino alla distribuzione finale.

Commercio di beni e scambio di dati

La fase attuale è descritta dall’andamento dei commerci internazionali. Nella lunga fase di cambi stabili, dal 1948 al 1971, gli scambi erano limitati ai paesi della Europa occidentali e al nordamerica, poi infine al Giappone. Paradossalmente nella fase successiva, in piena instabilità monetaria, si avvia una fase di grande crescita degli scambi internazionali, anche dovuto allo svilupparsi di un commercio intraindustriale che era l’evidenza di una crescita di global value chain che vedeva grandi imprese dislocare le diverse fasi in paesi diversi, in ragione dei vantaggi di costo che le diverse localizzazioni potevano offrire.
Questa tendenza cresce fino all’inizio del nuovo secolo quando il commercio dei beni fisici si riduce al crescere dello scambio di dati, non solo fra persone ma soprattutto fra imprese.

La crescita di questi dati operativi permette di interconnettere in tempo reale imprese che operano in paesi diversi, offrendo ai diversi mercati prodotti personalizzati adeguati alla domanda sviluppatasi in quel contesti.

Produrre beni personalizzati ma in grandi dimensioni diviene il vero carattere fondante della nuova produzione che noi definiamo “Industria 4.0″ per evidenziarne in carattere di frattura rispetto alle precedenti fasi dello sviluppo industriale.
Si apre cosi una fase nuova che chiameremo di Digital globalization, in cui al movimento delle merci fisiche si sovrappone, o meglio diviene sovraordinato un movimento di dati, che rappresentano sempre più spesso il vero valore aggiunto della produzione.

Industria 4.0, Rinascimento della manifattura e nuove infrastrutture di sistema

Sta emergendo così un rinascimento della manifattura che coincide con una quarta rivoluzione industriale. La produzione si può organizzare a livello globale, ripartendo le diverse fasi operative nei diversi contesti locali in ragione degli specifici vantaggi operativi, solo se rimane saldamente unitaria la gestione dei dati e dei codici di decifrazione, che tengono insieme la complessità del sistema produttivo.
La digitalizzazione della produzione e dei servizi implica un profondo ripensamento della organizzazione industriale, che porta con se’ lo sviluppo di stock e di flussi di dati ad una velocità che cresce esponenzialmente, e che richiede lo sviluppo di competenze e tutele che debbono essere formate e fornite alle imprese, ma anche alle istituzioni, con la stessa velocità degli sviluppi tecnologici che la motivano.
Una nuova rivoluzione industriale quindi richiede un ripensamento dell’intera organizzazione di un Paese, per evitare che questa trasformazione segni un nuovo divario fra i territori in cui operano imprese dinamiche ed i territori, che rimangono al margine dei processi di globalizzazione.
In questo contesto cambiano anche le infrastrutture di base necessarie per lo sviluppo delle imprese, che vogliono divenire leader di questa nuova rivoluzione industriale.
La prima rivoluzione industriale con la introduzione della macchina a vapore liberava gli opifici dall’obbligo di localizzarsi presso i fiumi, ma richiedeva reti ferroviarie per garantire un flusso continuo di carbone per alimentare con continuità la nuova fabbrica centralizzata e ferrovie per distribuire i prodotti finiti e così facendo generava una infrastruttura che cambiava la stessa vita collettiva.
Nella produzione di massa fordista la produzione di energia elettrica diveniva un bisogno per garantire lo sviluppo di produzione di grande scala e così si generava una infrastruttura che modificava le stesse città trasformandone la vita.
La nuova industria, basata su una produzione digitalizzata in grado di produrre in continuo beni personalizzati, e’ centrata sulla generazione ed elaborazione di dati, richiedendo nuove infrastrutture per lo sviluppo, che avranno a loro volta un peso sostanziale per disegnare la nuova società della iperconnessione continua.
Lo sviluppo dei dati prodotti dalla pubblica amministrazione diventano in questo cruciali per gestire questa trasformazione. Cambiamento climatico, salute dei cittadini, gestione delle città sono luoghi in cui le amministrazioni centrali e locali raccolgono i dati dei comportamenti dei cittadini, potendone dare una visione di insieme necessaria per sviluppare un paese che nel suo insieme possa crescere equilibrato.
Carattere fondante di questa nuova industria è il rapporto tra produzione e ricerca. nella produzione fordista questa relazione era lineare e dispersa in un lungo periodo di tempo e di istituzioni, vi era una fase di ricerca teorica, a cui si aggiungeva una successiva fase di ricerca applicata, dopodiché vi era una lunga fase di preproduzione ed infine di messa in linea.

Big data per le nostre imprese

Questo sviluppo della digitalizzazione dei processi e nel contempo delle capacità di supercalcolo diventano un elemento cruciale per lo sviluppo della industria italiana, proprio perché la nostra industria è composta da una vasta rete di piccole e medie imprese operanti in mercati internazionali offrendo beni di alta qualità e caratterizzate da uno stile che è riconosciuta come “Made in Italy”.
Le imprese italiane si sono affermate ai massimi livelli internazionali partendo da tradizioni di un artigianato, basato su straordinarie competenze e manualità e nel contempo su un’altrettanto rilevante capacità di ascolto da parte dei consumatori, per i beni di consumo, e delle imprese, per i beni di investimento.
Dopo il lungo periodo di un modo di produzione basato sulla standardizzazione dei beni, che aveva posto al margine lo stesso artigianato, si è giunti ora ad un modello di produzione che tende ad accoppiare le capacità di personalizzazione proprie dell’artigianato con i grandi volumi, che i mercati globali richiedono.
La digitalizzazione della produzione permette di tracciare lo sviluppo dei prodotti dalla loro progettazione fino al cliente finale; la capacità di gestire grandi volumi di questi dati, aggiunti ai dati che caratterizzano la stessa configurazione del del cliente finale permette ad esempio la gestione remota della manutenzione delle macchine di produzione – ad esempio le stampanti tridimensionali – garantendo anche a localizzazioni lontane, tipicamente direttamente poste vicino al mercato finale, la continuità della produzione.

Il nuovo potere delle piattaforme

Big data per le imprese vuol dire gestire una crescente varietà di prodotti personalizzati sulle richieste di una varietà di clienti, localizzati in contesti diversi, ma vuol dire anche conoscere le preferenze, ed anzi a guidare, plasmare , predeterminare le preferenze dei consumatori, e più latamente pilotarne gli stessi stili di vita.
Qui si apre un capitolo ancor più inquietante, cioè la capacità delle piattaforme di intermediazione dei dati di acquisire, appropriarsi e controllare una quantità di dati individuali, caratterizzanti la nostra vita, che diventano un nuovo potere di mercato, che sempre più diventano anche un nuovo potere politico, in grado di condizionare la nostra vita collettiva, inficiando le stesse regole della democrazia.
Amazon, Google, Facebook, Istagram, whatsapp e le altre sorelle sono riuscite in meno di quindici anni ad affermarsi come i nuovi pilastri di un potere le cui dimensioni eccede no la giurisdizione di ogni singolo stato nazionale, ponendo in discussione lo stesso concetto di antitrust, cioè di garanzia che uno stato può offrire a tutela della concorrenza e dei diritti dei consumatori.

Le nuove infrastrutture

In questo contesto per sostenere lo sviluppo del Paese e più ampiamente della intera Europa diviene necessario garantire infrastrutture di ricerca e sviluppo che sappiano gestire nell’interesse del paese questa marea crescente di informazioni. Infrastrutture quindi che siano in grado di sviluppare modalità di ordinamento e fruizione di tali dati, così da poter giungere ad un utilizzo efficiente di questi volumi di dati da parte delle imprese e delle istituzioni, e soprattutto siano in grado di stimolare la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie, per sostenere una innovazione aperta, che permetta uni sviluppo al riparo da nuovi monopoli.
Il nostro paese possiede una rete di centri di raccolta e elaborazione di Big Data significativo. Questa rete è stata creata principalmente ad uso scientifico, ma oggi diviene il motore e il sistema nervoso dell’intera società italiana.
Le università italiane condividono un consorzio, il Cineca, nato per gestire dati amministrativi ed ora potente macchina di ricerca, che convoglia ormai non solo la maggior parte dei dati del sistema scientifico nazionale, ma anche i dati, le elaborazioni e le proiezioni di alcuni fra i maggiori player nazionali, come l’Eni.
La Fondazione della conferenza dei rettori ed il CNR del resto hanno dato vita al Garr, che è la rete nazionale della ricerca. lo stesso Cnr possiede una serie notevole di laboratori in cui masse di dati sono già disponibili per grandi linee di utilizzo.
L’Infn- l’istituto nazionale di fisica nucleare, l’istituto nazionale di astrofisica, e gli altri enti pubblici di ricerca costituiscono già i perni di reti internazionali di ricerca e di elaborazione di dati, che necessariamente debbono costituire la piattaforma di una nuova visione dell’economia.
È questo apparato di ricerca, che assieme con le nostre università costituisce la grande infrastruttura necessaria allo sviluppo di una industria pienamente in grado di inserirsi al meglio nella nuova Industrie 4.O.
Tuttavia questo immenso patrimonio non ha evidenza nel paese e non gioca il ruolo propulsivo che dovrebbe avere in un paese che deve ritrovare un sentiero di crescita economica e di sviluppo civile.
L’esperienza tedesca dimostra come occorrano interfacce con i sistemi produttivi, in grado di tradurre le potenzialità di ricerca in opportunità di produzione, in altre parole non solo il Max Planck Institut, l’istituto nazionale delle ricerche, ma anche il Fraunhofer Institute, cioè il luogo della diffusione e dell’incontro fra ricerca e industria, sono i perni di un Sistema industriale che dispone di una possente industria medium-tech, all’interno della quale le attività high diventano leader di una trasformazione dell’intero sistema industriale.
L’Industria 4.O ha bisogno di una solida ricerca accademica e di adeguate interfacce industriali, di competenze in grado di evolversi rapidamente, e nel contempo di una rete nazionale “big data / big science” che ne sorregga gli sviluppi di lungo periodo.

Il tecnopolo di Bologna e l’hub europeo Big data

Le reti big data in Italia si incrociano per motivi storici su Bologna, qui vi è la sede del Cineca, snodo di tutte le università italiane, qui vi è la sede del sistema di supercalcolo dell’Infn, che fra l’altro serve anche il Cern di Ginevra, qui si incrociano con il nodo Garr anche le attività dei principali centri nazionali di ricerca, tanto che il 70 per cento del flusso dati per la ricerca transita per il nodo di Bologna. A Bologna giunge ora anche il data-center della Agenzia europea per le previsioni meteorologiche oggi a Reading.
L’azione in corso, promossa dalla Regione, collocherà questi centri di supercalcolo nel tecnopolo nella Manifattura Tabacchi disegnata da Pier Luigi Nervi nel 1952 ed oggi a nuova vita come hub della ricerca big data a servizio del Paese e del sud Europa.
Questo snodo avrà come mandato la ricerca nel settore del cambiamento climatico e dell’ambiente (vi sarà tra l’altro la nuova sede dell’Enea), della produzione industriale (vi sarà il nuovo Competence center Big data for Industry 4.0) del Ministero dello sviluppo, la salute ( con il data center e le biobanche del Istituto Ortopedico Rizzoli, IRCS dedicato allo studio tra l’altro ai nuovi materiali biocompatibili).
Il Big Data Technopole di Bologna diviene quindi, in piena continuità con le nostre università, lo snodo di una rete infrastrutturale necessaria per il riposizionamento dell’intero Paese nel nuovo contesto aperto e competitivo.
Questo polo in via di costruzione tuttavia ha senso solo nel quadro di una azione europea e nazionale che leghi fra di loro i diversi poli di una nuova rete infrastrutturale, che consolidi le tracce di un nuovo sviluppo. Ricordo che a livello europeo questo cetro è connesso nella rete che vede il centro tedesco di Julich, il centro di Parigi, e di Barcellona, che rappresentano nel loro insieme l’asse portante di un assetto che deve servire l’intera Europa. Il rischio di non coglierne la rilevanza o peggio rimanerne esclusi rischia di porre seri pregiudizi sullo sviluppo della nostra ricerca e della nostra stessa economia. Egualmente questo polo deve intendersi come parte di una ricostruzione del sistema nazionale della ricerca che vede certamente le sedi dei nostri istituti di ricerca, a partire dal Cnr, Enea, Infn,Inaf, Ingv, dell’Iit, ma anche delle nuove aggragazioni industriali che si stanno agglomerando nel paese e in tutto il SudEuropa.

I dati sono strumenti

Tuttavia i dati sono strumenti, che servono solo se si ristabiliscono obiettivi sociali che l’intera comunità possa condividere, senza il timore che proprio il controllo dei dati costituisca la base di nuovi poteri più o meno occulti. Ricostruire obiettivi di sviluppo equo e condiviso e garanzia delle tutele dei nuovi e vecchi diritti dei cittadini diviene quindi la vera necessita’ per un uso adeguato di dati, che possono essere il nuovo mare in cui prendere il largo oppure l’abisso in cui naufragare.

______________
Patrizio Bianchi
Università degli Studi di Ferrara

 

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