Thursday, December 12, 2019
 

VM 2019 Sintesi

XXXI Villa Mondragone International Economic Seminar

Capitalism, global change and sustainable development. The future of globalization
June, 25th – 27th, 2019

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Slower world growth with multilateralism and globalization in reverse
Chairman Dominick Salvatore, Fordham University

Il WTO è un importante sistema di cooperazione economica globale nella storia, ma vi sono state significative incomprensioni sulle nuove regole commerciali e sul ruolo nella governance del commercio globale oltre che sugli accordi. Ma i cambiamenti delle politiche commerciali non sono l’unico fattore che influenza la crescita commerciale. Affinché, dunque, il commercio possa continuare a svolgere un ruolo importante nello stimolare la crescita economica e la convergenza, è necessario riconoscere che gli impatti dei negoziati multilaterali non sono, probabilmente, i fattori più importanti che indirizzano tale crescita.
La crescita del commercio internazionale è molto debole e ancora non ci sono segnali di miglioramento e la crescita della catene globali del valore è rallentata dagli effetti della crisi finanziaria. La Cina ha un ruolo maggiormente centrale nel commercio internazionale e gli shock verranno trasmessi più velocemente rispetto al passato. Il sistema commerciale multilaterale ha urgente bisogno di riforme, anche per affrontare le conseguenze delle disuguaglianze regionali.
L’intensità degli scambi ha rallentato gradualmente dal picco degli anni ’90, ma negli ultimi anni il processo si è intensificato e l’attuale calo è particolarmente pronunciato (in particolare, a causa del forte aumento del protezionismo e dell’incertezza delle politiche). Tale tendenza preoccupa per il ruolo chiave che il commercio ha nella diffusione dell’innovazione, nell’incremento della produttività e nella promozione della crescita economica. Le attuali tensioni porteranno anche ad un deterioramento delle condizioni per le catene di produzione globali. Inoltre, la deregolamentazione commerciale potrebbe comportare danni duraturi al sistema commerciale globale e, pertanto, l’UE si sta impegnando per ridurre le barriere commerciali e accrescere la propria rete di accordi, sostenendo e modernizzando il commercio regolato.


Free trade, protectionism and global integration
Chairman Nicola Acocella, Sapienza Università di Roma

La globalizzazione non è un fenomeno recente. Nella storia si sono susseguite fasi di apertura e chiusura dei mercati internazionali. Attualmente stiamo vivendo una fase di grande restrizione al commercio estero. I motivi di questa fase negativa sono numerosi. Ad esempio, anche se la globalizzazione ha favorito la crescita economica, soprattutto nei paesi meno sviluppati soprattutto nel mercato del lavoro, questa è stata spesso accompagnata da un aumento della disuguaglianza e da altre problematiche, specie nel mercato del lavoro. Inoltre, si è trattato di una globalizzazione che solo apparentemente ha beneficato i consumatori, perché ha creato in molti casi dei mercati oligopolistici di big player con prezzi non concorrenziali.
Le istituzioni internazionali che dovevano accompagnare questo processo spesso non hanno funzionato (perché troppo soggette all’influenza degli USA, perché si sono trovate ad operare in un contesto di eccessivo liberismo e perché le clausole di salvaguardia non hanno funzionato come previsto). Tutto questo ha portato a rimettere in discussione la globalizzazione così come la conosciamo, anche perché gli effetti più dirompenti hanno contribuito a determinare la crisi del 2008. È stata messa in discussione perché ha favorito una corsa al dumping sociale, fiscale e ambientale. Per funzionare bene servirebbe un coordinamento rafforzato a livello globale (un’istituzione internazionale con ampi poteri) che si scontra però con populismi e nazionalismi. A questo si somma il ribilanciamento in atto nei rapporti di forza tra le grandi economie e il nuovo ruolo che stanno assumendo la Cina, l’India e altre realtà come i BRICS. Tutto questo fa nascere un trilemma (come evidenziato da Rodrik): democrazia, sovranità nazionale ed integrazione economica globale. È possibile garantire solo due aspetti su tre. Tutto questo in una fase storica in cui emergono populismi (che bloccano la nascita di istituzioni internazionali adeguata a gestire problemi globali) e protezionismi (che bloccano l’integrazione economica). Il processo di globalizzazione dovrebbe poi essere calibrato per adattarsi alle realtà dei vari paesi.

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Immigration, Africa and international cooperation for sustainable development
Chairman Furio Camillo Rosati, Ceis- Università di Roma “Tor Vergata”

I flussi migratori verso la UE sono al centro dell’attenzione pubblica e stanno creando non poche tensioni sociali. L’immigrazione è un fenomeno di lungo termine (perché i motivi che spingono le persone a muoversi sono strutturali, tra i quali troviamo il cambiamento climatico). Per la sua portata, l’immigrazione sta minando l’integrità della UE e i suoi principi di solidarietà. Tuttavia si pone anche come un’opportunità (in termini di crescita economica, sviluppo e sostenibilità dei sistemi sociali e previdenziali). Proprio perché è un fattore di lungo termine, le strategie per la sua gestione devono essere di lungo termine (senza rinunciare a risultati di breve termine per evitare l’acuirsi delle tensioni sociali). In primo luogo devono essere coinvolti i paesi di provenienza, anche per generare effetti positivi in questi e creare uno schema win-win. In questo modo è più facile evitare flussi migratori irregolari, che poi sono quelli che generano più problemi. È nei paesi di provenienza che devono essere condotte le politiche attive, la UE è solo il punto di approdo. In secondo luogo vanno considerati i motivi per cui si parte e le caratteristiche di chi parte, ovvero i punti chiave del Migration Compact. I paesi di origine devono attuare politiche per il lavoro, l’educazione e la formazione, per rendere edotti i migranti su cosa li attende nei paesi di destinazione, per l’incentivo a ritornare (circular and return migration) e per la tutela dei familiari che restano. In questo modo le persone che partono lo potranno fare sulla base di una scelta libera e consapevole e saranno preparati ad integrarsi nel paese di destinazione.
L’Africa ha la possibilità di svilupparsi molto più rapidamente di altre aree del mondo e alcuni paesi lo stanno facendo, l’allentarsi dei conflitti interni nei paesi subsahariani sta consentendo la creazione e lo sviluppo di attività di business. Però, i trend socio economici dell’intera area non sono molto promettenti e spingono i flussi migratori, in particolare verso l’Europa e il cambiamento climatico potrebbe rendere la sfida maggiormente complessa.

Financing sustainable development transformation
Chairman Pasquale Scaramozzino, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

I paesi asiatici hanno rallentato il tasso di crescita economica. Il tasso, pur rimanendo sostenuto, è tuttavia sceso dal 5,9% del 2018 al 5,6% previsto per il 2020. Altri indicatori macroeconomici, come l’inflazione e il tasso di cambio, rimangono buoni. I paesi dell’area hanno risentito molto delle tensioni commerciali. Sono, infatti, paesi votati all’esportazione. Agli effetti negativi derivanti da queste tensioni sui mercati internazionali, si aggiunge l’andamento della Cina (paese di riferimento per tutta l’Asia) non più stabile come una volta. Non risultano invece effetti significativi dalla recente crisi delle valute di alcuni paesi (in primis Argentina e Turchia). I mercati valutari dei paesi asiatici non sembrano averne risentito per la buona gestione della politica monetaria messa in atto e per la buona resilienza di questi sistemi economici. È difficile prevedere lo sviluppo dell’area per il permanere delle tensioni commerciali, per gli effetti incerti che possono avere le riforme che sta portando la Cina, per una possibile hard Brexit e per i rialzi dei tassi di interesse attesi negli USA e nella UE. La storia recente ha anche evidenziato come questa area è soggetta a probabili shock legati a disastri naturali, come accaduto nel corso degli ultimi. Questa consapevolezza dovrebbe spingere verso una migliore gestione (in termini di copertura e prevenzione) dei rischi.
Nella transizione energetica, bisogna incentivare i paesi dell’Asia verso una convergenza più rapida del processo di decarbonizzazione. L’Italia ha un ruolo potenzialmente incisivo nel promuovere tale sviluppo, anche attraverso gli strumenti di Cassa depositi e prestiti.
Bisogna comprendere al meglio come vogliamo sia tale sviluppo sostenibile e, quindi, come è necessario investire per ottenere gli obiettivi che ci si prefigge, considerando tutti i rischi sottostanti e che molti obiettivi sono intangible goal.

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G20, Europe and global governance
Chairman Giandomenico Magliano, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

La crisi finanziaria del 2008 è stata il fattore ultimo (ma non la causa determinate) per l’avvio della crisi dell’architettura del sistema economico e finanziario globale. A differenza di Bretton Woods, nella fase successiva non è nato un nuovo regime, anche se solo con il consenso dei paesi più importanti. Alla base della crisi della governance economica globale ci sono varie cause, tra queste c’è un ribilanciamento dei poteri fra le vecchie economie e quelle emergenti, elemento che ha, tra l’altro, messo in discussione il modus operandi del G7 (cui oggi si associa il G20), la gestione delle istituzioni finanziarie e gli accordi finanziari regionali. La riforma della governance economica globale richiede una più approfondita conoscenza delle cause della crisi e una specifica analisi del rinato nazionalismo e l’avvio delle guerre commerciali. Del vecchio sistema rimane il ruolo del dollaro, gli standard internazionali nella regolamentazione finanziaria e l’approccio ortodosso nelle politiche macroeconomiche. Mentre le novità sono il ridimensionato ruolo degli USA, del G7 e del FMI. Il G20 non è stato in grado di sostituire il G7 e svolgere il suo compito e questo ha portato alla nascita di altri organismi (BRICS) e di accordi regionali. Nell’insieme sono elementi che quantomeno creano frammentazione e impossibilità di creare un ordine unico (che non si concilia con il termine globale). Gli elementi da considerare per la riforma sono la frammentazione, l’interconnessione tra le economie (es. integrazione finanziaria globale), purposeful experimentation e la crescita inclusiva. Le sfide odierne non sono insormontabili e tra gli strumenti sui cui puntare c’è il multi-polar currency system.

Globalization at a crossroads: Headed for a reversal or a correction
Chairman Domenico Fanizza, Fondo Monetario Internazionale

L’aumento delle tariffe, nel medio termine, porta ad un calo economicamente e statisticamente significativo del prodotto interno e della produttività. Aumentano anche disoccupazione e disuguaglianza e si apprezza il tasso di cambio reale, mentre sono limitati gli effetti sulla bilancia commerciale. Inoltre, in fase economica espansiva, gli effetti su output e produttività sono amplificati.
Negli ultimi due decenni, commercio e produzione mondiali sono state sempre maggiormente organizzate in funzione delle catene globali del valore e i paesi possono beneficiarne attraverso una molteplicità di canali. Il commercio relativo alle catene globali del valore, piuttosto che il commercio convenzionale, ha un impatto positivo su reddito pro capite e produttività, anche se i riscontri sono eterogenei e i miglioramenti appaiono più significativi per i paesi e medio e alto reddito. Ciò avviene anche quando si considerano settori a più elevato livello tecnologico, ma il risultato non è universale e, pertanto, ci sono altri fattori che contano. Le istituzioni hanno un ruolo determinante nello sviluppo di un paese all’interno delle catene globali del valore, sia per l’adempimento dei contratti che per la qualità delle infrastrutture.
Data la presenza di ampi e crescenti saldi commerciali bilaterali, gli ostacoli asimmetrici agli scambi potrebbero distorcere il sistema commerciale internazionale. La natura integrata dell’attuale sistema commerciale suggerisce che un forte aumento delle tariffe può creare significativi effetti di ricaduta, peggiorando l’economia globale. A livello macroeconomico, la questione sugli squilibri esterni (di cui i saldi commerciali sono la parte più ampia per la maggior parte dei paesi) si concentra anche sulla politica fiscale e sulla determinazione del saldo degli scambi e delle partite correnti a livello aggregato. Mirare a particolare bilance commerciali bilaterali porterà probabilmente alla diversione degli scambi commerciali e compenserà le variazioni degli equilibri commerciali con gli altri partner. Le riduzioni multilaterali delle tariffe e altre barriere non tariffarie andranno a vantaggio degli scambi e, nel lungo periodo, miglioreranno i risultati macroeconomici.
La relazione tra disuguaglianza di reddito e crescita economica è influenzata dal livello di uguaglianza di opportunità, che viene identificata con la mobilità intergenerazionale. In economie caratterizzate da rigidità intergenerazionale, un aumento della disuguaglianza di reddito ha effetti persistenti, ad esempio ostacolando l’accumulo di capitale umano, ritardando in modo sproporzionato la crescita futura. Utilizzando diverse misure di mobilità intergenerazionale, viene confermato che l’impatto negativo della disuguaglianza di reddito sulla crescita è tanto maggiore quanto minore sia la mobilità intergenerazionale, l’omissione della quale comporta l’impossibilità di specificare l’analisi della relazione disuguaglianza-crescita.

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Technology, telecoms, infrastructures and growth: 5G and TEN
Chairman Francesco Vatalaro, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

La prossima generazione di comunicazioni mobili, la 5G, ha un ruolo importante nella trasformazione digitale e la politica UE è necessaria per garantire una diffusione coordinata e un elevato livello di sicurezza. L’UE ha diversi strumenti di finanziamento per sostenere test su larga scala e diffusione tempestiva in Europa (caso dei 5G cross-border corridor), in particolare il programma Horizon 2020 nel settore di ricerca e innovazione e il nuovo programma Connecting Europe Facility che integra gli sforzi degli Stati membri negli investimenti in reti digitali nel periodo 2021-2027.
Negli ultimi anni gli operatori del settore telecomunicazioni hanno dovuto affrontare la necessità di implementare un’infrastruttura ad alta velocità basata sulla fibra (in linea con i piani della Commissione europea). Ma la regolamentazione sull’accesso della vecchia rete di rame scoraggia gli investimenti in NGN (New Generation Network). Servono, dunque, interventi normativi sia per il co-investimento che per le soluzioni geografiche e le valutazioni politiche devono considerare sia l’impatto delle tecnologie alternative (internet mobile e 5G) sia il ruolo degli over-the-top players nello sviluppo delle reti (Google Fiber negli Stati Uniti).
Il mercato delle telecomunicazioni sta cambiando e con esso anche il modello di business delle imprese del settore deve cambiare, deve comprendere quali sono i nuovi bisogni degli utenti.

Globalization, Big Data and AI: Winners and losers
Chairman Michele Bagella, FUET

Il gap digitale dell’Europa con i leader mondiali rischia di aggravarsi visto l’evoluzione e lo sviluppo tecnologico nel campo dell’intelligenza artificiale. Pertanto, l’Europa dovrebbe cercare di spingere sui driver di sviluppo tecnologico che già possiede senza tralasciare la questione di quei paesi che potrebbero essere a rischio di crescita esclusiva. Cinque priorità da attuare in maniera diversa e più rapida: 1. Continuare con lo sviluppo del sistema di imprese e start up ad elevato contenuto tecnologico al fine di sfruttare l’IA per creare nuovi modelli di business; 2. Incentivare la trasformazione digitale delle imprese già esistenti; 3. Proseguire con il completamento del mercato unico digitale; 4. Le imprese devono attirare i talenti e creare le giuste competenze; 5. Guidare la società nel percorso di trasformazione.
Nel 2007 l’UE ha creato lo European Globalisation Adjustment Fund (EGF) per cofinanziare, con gli Stati Membri, politiche a sostegno dei lavoratori perdenti della globalizzazione nella ricerca di nuovi posti di lavoro (la politica commerciale è competenza esclusiva dell’UE che, come tale, è responsabile degli effetti della globalizzazione). Circa metà dei casi trattati riguardava, però, perdite di posti di lavoro causati dalla crisi finanziaria, ammessi al sostegno da parte del Fondo dal 2009. Per migliorare il funzionamento del Fondo, oltre una più efficace gestione dei dati, si necessita di rivedere i criteri di ammissibilità e il tasso di cofinanziamento. Va ampliata la portata del Fondo in maniera tale da poter assistere anche i lavoratori in esubero a causa delle delocalizzazioni intra-UE, dato anche che il mercato unico è competenza esclusiva dell’UE.
Viene riscontrata un’ampia asimmetria tra gli attuali livelli tariffati applicati dagli USA e quelli applicati dai suoi partner commerciali, con le tariffe statunitensi generalmente inferiori, anche se tale asimmetria non è così marcata per l’UE, ad eccezione del settore automobilistico. Tuttavia, considerando la partecipazione dei paesi dell’UE alle catene globali del valore, una modifica nelle tariffe USA può incidere su circa il 2,8% del Pil totale dell’UE (la quota di Pil riguardante le importazioni automobilistiche sarebbe dello 0,4%). L’esposizione complessiva dell’Italia risulterebbe appena inferiore allo 0,3%, circa il 10% in termini di valore aggiunto prodotto nel settore automotive.

Energy transition, innovation and sustainable growth
Chairman Alessandro Ortis, Assemblea Parlamentare del Mediterraneo

Lo scenario attuale globale è lontano dall’obiettivo della decarbonizzazione del settore energetico e i trend recenti non vanno in tale direzione. Bisogna accelerare la transizione energetica aumentando la quota di rinnovabili moderne sia nella produzione che nel consumo finale di energia elettrica e la riduzione di emissioni e migliorando l’intensità energetica del Pil in base all’approvvigionamento primario. L’industria è il settore (tra quelli considerati, trasporti e costruzioni gli altri) più impegnativo da decarbonizzare, ma Governi e aziende stanno già agendo. Il progetto HYBRIT (utilizzare idrogeno dall’idroelettrico e eolico) ha l’obiettivo di azzerare l’uso di fossili per la produzione dell’acciaio entro il 2035 riducendo le emissioni totali della Svezia potenzialmente del 10%. Kraft Foods negli USA utilizza pompe di calore per riscaldare l’acqua e recupera lo spreco di calore dei sistemi di refrigerazione risparmiando 14 milioni di galloni (circa 53 milioni di litri) di acqua e 260.000 dollari l’anno. Servono investimenti cercando di ridurre le esternalità. Internalizzare costi, come l’inquinamento, può incentivare pratiche industriali e istituzionali più efficienti. I governi potrebbero tassare l’uso dei combustibili fossili e anche determinare il prezzo di inquinanti locali, oltre a porre in essere misure precise come gli standard di efficienza dei carburanti e sfruttare, dunque, tutti i meccanismi economici utili a cogliere i benefici delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica attraverso un coordinamento politico e regolamentare. L’analisi degli scenari energetici mostra una tendenza crescente del consenso, sia civile che istituzionale, sull’importanza del ruolo che svolgono e svolgeranno l’uso di energie rinnovabili nell’energy mix dei prossimi decenni. Tuttavia, le opinioni divergono per quanto riguarda i livelli di elettrificazione nei settori di consumo finale, nonché il livello di riduzione delle emissioni di CO2 e il livello della domanda di energia.

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Productivity and wellbeing
Chairwoman Gloria Bartoli, Non-Resident Senior Fellow FUET

I paesi asiatici hanno rallentato il tasso di crescita economica. Il tasso, pur rimanendo sostenuto, è tuttavia sceso dal 5,9% del 2018 al 5,6% previsto per il 2020. Altri indicatori macroeconomici, come l’inflazione e il tasso di cambio, rimangono buoni. I paesi dell’area hanno risentito molto delle tensioni commerciali. Sono, infatti, paesi votati all’esportazione. Agli effetti negativi derivanti da queste tensioni sui mercati internazionali, si aggiunge l’andamento della Cina (paese di riferimento per tutta l’Asia) non più stabile come una volta. Non risultano invece effetti significativi dalla recente crisi delle valute di alcuni paesi (in primis Argentina e Turchia). I mercati valutari dei paesi asiatici non sembrano averne risentito per la buona gestione della politica monetaria messa in atto e per la buona resilienza di questi sistemi economici. È difficile prevedere lo sviluppo dell’area per il permanere delle tensioni commerciali, per gli effetti incerti che possono avere le riforme che sta portando la Cina, per una possibile hard Brexit e per i rialzi dei tassi di interesse attesi negli USA e nella UE. La storia recente ha anche evidenziato come questa area è soggetta a probabili shock legati a disastri naturali, come accaduto nel corso degli ultimi. Questa consapevolezza dovrebbe spingere verso una migliore gestione (in termini di copertura e prevenzione) dei rischi.

Automation, global value chains and productivity
Chairman Vincenzo Atella, SOSE Spa

Analizzando i dati sull’uso dei robot e sull’occupazione all’interno di industrie di quaranta paesi, tra il 2005 e il 2015, la stima effettuata evidenzia come la correlazione non sia significativa tra l’aumento del numero di macchine robotizzate e la riduzione dell’occupazione. Risulta, invece, significativa la correlazione tra l’aumento dei robot e la riduzione della domanda di occupati ad alta intensità di lavoro.
In media, l’occupazione si reduce nel periodo 1995-2007, mentre torna a crescere leggermente nel periodo 2007-2014. In tutto l’arco temporale (1995-2014), la quota di manodopera qualificata aumenta, invece, in maniera decisa e uniforme. La globalizzazione spinge il calo della manodopera anche a causa dell’aumento del commercio di prodotti semilavorati, ad alta intensità di capitale. Rispetto all’evoluzione del Pil, dall’analisi si evince anche che le quote di manodopera del Pnl sono più elevate nei paesi con posizione netta positiva sugli investimenti diretti esteri e, attraverso questo canale, la diffusione disomogenea delle attività multinazionali può contribuire ad accrescere la disuguaglianza.
Le imprese italiane, durante il periodo degli shock esteri nel 2005-2016, hanno subito gli effetti di un ciclo economico italiano che si è discostato negativamente da quelli della altre principali economie avanzate. Analizzando le imprese italiane che sono, direttamente e/o indirettamente, connesse al ciclo economico estero, si riscontra che la capacità di trasmettere shock all’interno del mercato nazionale è correlata alla rilevanza di tali imprese nella rete delle transazioni nazionali. Introducendo l’indicator of systemic relevance (IRIS) a livello di impresa (che riassume il ruolo di dimensione economica e connettività domestica dell’impresa), si riscontra che le aziende caratterizzate da più alti livelli dell’indicatore IRIS (superiore all’1%) spiegano circa il 50% della reattività del sistema aziendale italiano e che l’Italia presenta un certo grado di granularità nella risposta indiretta agli shock esteri, soprattutto nel manifatturiero.
Il settore dell’industria farmaceutica, oltre a contribuire al Pil, registra un’occupazione qualificata e meglio retribuita di altri settori, effettua investimenti environment friendly, investe anche in reti di formazione e innovazione ed è leader in R&S (grazie anche alle collaborazioni con università e istituzioni pubbliche). Con una tale struttura, è un mercato che fa da pivot dell’ecosistema italiano di innovazione e, nell’ultimo decennio, ha fatto registrare tassi di crescita dell’esportazione, di R&S e di produttività in aumento. Inoltre, le sinergie tra scienza e tecnologia che si alimentano in questo mercato sono di grande stimolo al progresso della medicina di precisione. L’investimento in R&S previsto per i prossimi cinque anni sarà di 1.000 miliardi di dollari nel settore globale della farmaceutica, rendendolo l’investimento in ricerca più grande del mondo. Un tale motore di innovazione attrae molte risorse, che possono essere investite anche nei servizi sanitari nazionali. In un mondo così veloce grazie alla digitalizzazione è necessario un approccio learn to learn, le differenze provengono da tutti i settori. Bisogna rendere l’Europa leader mondiale nella R&S clinica con nuovi progetti supportati da strumenti digitali e miglioramento del processo amministrativo e spingere per un quadro giuridico sufficientemente flessibile per lo sviluppo di partenariati pubblico privato.

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The challenges of estimating potential output in the face of an evolving economic environment
Chairman Francesco Nucci, Sapienza Università di Roma

Per adottare politiche economiche e fiscali adeguate è necessario conoscere il reale stato dell’economia. A tale scopo è opportuno migliorare i modelli econometrici disponibili. Da una parte, va migliorata la stima dell’output gap (che è divenuto un indicatore fondamentale nell’ambito del Patto di Stabilità e Crescita e del c.d. semestre europeo). Tale stima è basata su metodologie mutuate dai modelli della Commissione europea/EUROSTAT non perfettamente calibrate per le realtà dei singoli paesi membri della UE, elemento che rende i risultati poco robusti dal punto di vista dell’attendibilità statistica. Una soluzione può essere quella di applicare modelli integrati che hanno la caratteristica di non dover stimare molti parametri e fornire al tempo stesso risultati validi e facilmente interpretabili. Per costruire modelli previsionali robusti è, altresì, necessario stimare con precisione gli effetti delle politiche economiche, fiscali-monetarie e le riforme strutturali sulle principali variabili macroeconomiche e capire meglio quali sono i fattori che riescono ad impattare maggiormente su alcune di queste, quali il tasso di disoccupazione strutturale.

EU economy and economic complexity
Chairwoman Filomena Maggino, Presidenza del Consiglio dei ministri

Analizzando la struttura eterogenea delle aree dell’Unione europea e come questa abbia influenzato i modelli di convergenza o divergenza, si evince che la convergenza si rafforza, ma anche le lacune economiche vengono esacerbate. I paesi dell’Est Europa hanno registrato tassi di crescita più elevati e un’ampia convergenza partendo da livelli bassi di Pil pro capite, mentre le regioni tedesche con strutture economiche complesse hanno continuato ad allargare il divario con le altre aree dell’UE, anche se le due forze risultano anche interconnesse visto che l’Est Europa combina un livello relativamente basso del Pil pro capite con un livello significativo di complessità economica.
Analizzando le diverse fasi di crescita delle imprese rispetto agli ostacoli a finanziamento e investimento di alcune aziende europee nel periodo 2008-2009, si riscontra che durante la fase di espansione economica le imprese sono, in media, più finanziariamente vincolate. Le high growth enterprises (HGE) hanno, rispetto alle medie imprese, una leva finanziaria maggiore, ma un ruolo importante nel finanziamento, così come nel rapporto debt/equity viene svolto anche dalle quotazioni azionarie e dal private equity. Ma alcune HGE crescono meno del proprio potenziale. I risultati dell’analisi identificano barriere alle scelte di investimento: per le HGE bassa disponibilità di personale qualificato e regolamenti aziendali, mentre le potenziali HGE sono particolarmente ostacolate dall’incertezza nelle future condizioni economiche.
In Islanda la crisi finanziaria scoppia per l’eccessivo livello di debito pubblico e privato. Gli incentivi privati e una cultura volta soprattutto a ritorni da investimenti finanziari sono andati in contrasto con obiettivi e risultati socialmente ottimali e lo Stato (in Islanda, ma anche in altri paesi) non è stato in grado di riallineare gli scopi privati alla mission sociale di un paese che, come l’Islanda, fosse caratterizzato anche da elevati livelli di incompetenza e corruzione (studi dimostrano che l’incompetenza è correlata positivamente alla corruzione, ndr). Nel contesto di un mercato in cui morale ed etica non giocano alcun ruolo, sono sorte anche lacune nelle regolamentazioni contabile e del funzionamento bancario e del sistema finanziario.

Global change and varieties of capitalism
Chairman Luigi Bonatti, Università di Trento

Il cambiamento strutturale della produzione industriale dipende particolarmente da fattori esterni. Consumi finali e, in misura minore, investimenti hanno influito sulla sostituzione dei prodotti manifatturieri e contribuito al declino della produzione. Nelle economie avanzate, il volano principale di tale declino è dipeso dalle modifiche nei collegamenti settoriali, in particolare per outsourcing di servizi e consumi intermedi di energia. L’entità dell’effetto di specializzazione appare più importante dell’effetto di bilancia commerciale, ma il commercio globale ha giocato un ruolo di supporto al settore manifatturiero dei paesi emergenti. Anche se le forze motrici sono state sostanzialmente simili tra economie avanzate ed emergenti, emergono differenze rispetto alla dimensione relativa degli effetti di collegamento commerciale/settoriale.
La variety of capitalism, modalità di finanziamento delle imprese (banche e/o borsa), contribuisce a determinare sia la forza relativa della produzione che la specializzazione industriale. In UE, analizzando istituzioni e politiche da cui prende forma la nuova politica industriale europea, si evincono una serie di diversi modelli di capitalismo che andrebbero riconciliati e governati a livello sovranazionale indirizzando l’investimento verso l’economia della conoscenza (R&S, capitale umano, IT).
Gli ultimi due decenni hanno portato ad un grado senza precedenti di interdipendenza produttiva a livello nazionale, collegando sistemi economici originariamente caratterizzati da forti differenze nel loro grado di industrializzazione e consentendo l’emergere di nuove centrali di produzione, ridimensionando la produzione manifatturiera del Nord del mondo e, contemporaneamente, portando ad una persistente stagnazione di un’ampia parte delle economie del Sud del mondo. Lo sviluppo industriale non dipende solamente dall’espansione della scala di produzione manifatturiera, ma anche dalla composizione settoriale del sistema produttivo e dalla usa competitività esterna. L’identificazione di due gruppi e livelli di paesi e produzioni, corrispondenti a vari gradi di sviluppo industriale, non implica che i paesi siano obbligati a seguire percorsi che li portino da un livello all’altro. Le istituzioni non possono applicare la stessa strategia di sviluppo in differenti fasi di sviluppo. Il ruolo dello Stato in economia nella promozione e nel coordinamento attivo degli investimenti privati è sicuramente necessario, ma le funzioni e la portata del coinvolgimento delle istituzioni non può essere lo stesso in tutte le fasi di sviluppo, dovrebbero essere adattate alle reali esigenze dell’industria.
Nell’attuale scenario di sviluppo, la manodopera nei settori ad alta intensità di conoscenza acquisisce un ruolo crescente e dominante e l’occupazione in altri settori ristagna e si riduce. L’Italia mostra una tendenza simile, anche se ad un ritmo inferiore, di convergenza verso il modello dei suoi principali competitor (Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna). All’interno del paese, emergono differenze di area geografica per cui il Sud Italia diverge dal resto dell’economia del paese, ma mostra un modello storico e predittivo maggiormente dinamico in questo processo di “distruzione creativa” rispetto a quelli di Centro e Nord e, dunque, ha le potenzialità per riprendere un ruolo importante, anche se meno determinante, nella crescita di lungo periodo dell’Italia.

Problems and reforms in the Euro Area
Chairman Beniamino Quintieri, Presidente Sace-Simest

Nel periodo di crisi, alcuni fattori hanno comunque sostenuto la crescita in maniera costante. Analizzando una serie di variabili reali, finanziarie, monetarie e istituzionali per i paesi dell’Eurozona (1990-2016), si riscontra un ruolo positivo delle riforme istituzionali sulla crescita di lungo periodo per tutti i paesi. Il Pil globale spinge la crescita. Il miglioramento della competitività influisce positivamente nel lungo periodo e per ridurre le tensioni del debito sovrano e sistemiche, mentre il rapporto debito Pil elevato condiziona negativamente la crescita di breve termine nei paesi periferici. I prezzi delle proprietà e i prezzi delle azioni hanno un impatto significativo solo nel breve periodo e i prestiti alle società non finanziarie incidono positivamente sui paesi centrali dell’area dell’euro.
Politiche di austerità successive alla crisi finanziaria del 2008, declino finanziario della classe media, competitività globale e fattori culturali sono tutte cause del voto del referendum Brexit del 23 giugno 2016. Le conseguenze sono state e sono incertezza sull’accesso al mercato unico UE, prezzi relativi in UK, tariffe su importazioni ed esportazioni e volume degli scambi, costi di produzioni con concorrenti UE (ad esempio, l’automotive), accesso a manodopera vista la riduzione dei flussi di capitale umano dall’UE, attori del mercato finanziario che potrebbero lasciare Londra per Parigi o Francoforte, incertezza su sterlina e tasso di cambio reale, afflussi di capitali ridotti che potrebbero rendere insostenibile il deficit di partite correnti. La prospettiva di uscire dall’UE ha già abbassato il valore della sterlina, anche se l’effetto sul FTSE 250 è stato limitato e transitorio, non è certo che gli investimenti si siano ridotti negli ultimi trimestri e l’effetto sull’economia reale non è stato considerevole. Nonostante la confusione politica, insomma, l’economia UK appare sorprendentemente solida.
In Germania, viene evidenziata una correlazione positiva tra l’eccesso di risparmio delle società non finanziarie e il surplus delle partite correnti. Mercato del lavoro, domanda mondiale e shock finanziari sono fattori che riescono a spiegare tale correlazione, a differenza dello shock di risparmio delle famiglie. Tramite l’analisi di queste variabili, risulta che è l’eccesso di risparmio delle aziende il principale fattore del surplus di partite correnti.
La disuguaglianza di reddito non ha avuto grande ruolo nel processo di integrazione europeo, nonostante l’obiettivo UE di ridurre le disparità e le conseguenti azioni politiche come la quota crescente del bilancio a favore delle politiche di coesione e ciò risulta dannoso se fosse l’integrazione europea a causare l’aumento delle disuguaglianze. Analizzando gli effetti dell’integrazione europea sulle disuguaglianze dei paesi dell’Eurozona (1980-2015) e concentrandosi sulle determinanti del cosiddetto core periphery dualism, si evince che gli effetti di, ad esempio, apertura commerciale e finanziaria sulla disuguaglianza di reddito sono eterogenei tra i gruppi di paesi e che il dualismo dell’Europa centrale-periferia è sostenuto anche dai trend di disuguaglianza.

 

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