Wednesday, August 21, 2019
 

Non solo Cina, l’Italia sia un hub plurale per l’attrazione degli investimenti.

Parola di Paganetto

marzo 20th, 2019 by Fuet in Economia / Economia globale / Economia italiana / Press & Media

Gli investimenti esteri aiutano a far crescere economie come la nostra, ma sarebbe sbagliato privilegiare un solo attore, bisogna necessariamente allargare il campo. Conversazione con Luigi Paganetto, professore emerito dell’Università Tor Vergata e vice presidente di Cassa Depositi e Prestiti.

“La Cina è una grande scommessa e il memorandum che si firmerà a giorni è positivo ma a condizione che poi riusciamo ad attrarre investimenti da altre grandi economie. L’Italia è un topolino, in questo senso, e non deve farsi fagocitare ma puntare sempre su innovazione e crescita, altrimenti non ne usciamo”. A parlare è Luigi Paganetto, professore emerito dell’Università Tor Vergata e vice presidente di Cassa Depositi e Prestiti. “L’importante – dice a Formiche.net – è avere una pluralità di paesi investitori, sarebbe un errore quello di schiacciarci solo sulla Cina. Sono favorevole in questo mondo globalizzato all’attrazione degli investimenti esteri che aiutano a far crescere economie come la nostra, ma sarebbe sbagliato privilegiare un solo attore, bisogna necessariamente allargare il campo”.

La critica maggiore rivolta al governo è di aver sbagliato a cercare di negoziare da soli la Cina, forse era meglio un accordo a livello europeo…

L’Unione Europea è senz’altro fondamentale ma abbiamo bisogno che sia presente nella global governance internazionale come un attore unico, questo ancora non c’è perché gli stati membri tendono ciascuno a tirare, diciamo così, l’acqua al proprio mulino. Serve una voce unica dei 28 paesi nei consessi internazionali solo così si riesce a negoziare con potenze come la Cina o gli Stati Uniti che, non a caso, sulle tematiche commerciali si muovo all’unisono. Questo conta molto quando si vuole dettare l’agenda, ad esempio.

Molti osservatori temono anche la cessione di asset importanti, a partire dalla questione dei porti: l’Italia come un cavallo di Troia per permettere ai cinesi di penetrare in Europa. Lei che ne pensa?

Penso che bisogna associare ad una politica sulla logistica una politica attenta alla “catena del valore”. Cosa voglio dire? I porti sono importanti ma se poi mancano le infrastrutture le merci rischiano di fermarsi nei nostri molli, a Napoli come a Genova e Trieste. Autostrade, ferrovie, opere pubbliche sono più che mai importanti, lo sblocca cantieri riuscirebbe a mobilitare risorse già stanziate per oltre 35 miliardi di euro.
E poi la logistica deve essere accompagnata anche alla lavorazione della trasformazione dei beni intermedi altrimenti non c’è valore aggiunto, diventiamo solo l’approdo delle merci e tutto finisce lì. E ricordiamoci che noi siamo essenzialmente un paese che vive di import e di trasformazione delle materie prime.

Intanto i dati di Sace Simest rivelano che noi esportiamo appena 13 miliardi di euro mentre importiamo per 30 miliardi e c’è il rischio che questo disavanzo aumenti…

Questi accordi che verranno firmati possono essere senz’altro utili ad un riequilibrio dei rapporti commerciali. Ciò che è importante è che le nostre imprese puntino con decisione sull’innovazione, sulla tecnologia che poi sono gli elementi che oggi servono ad essere players negli scambi commerciali. Per intenderci, la Cina non è più solo la fabbrica del mondo ma è una potenza che ha puntato soprattutto sull’innovazione tecnologica. Ero a Nanchino come professore ed ho visto con i miei occhi come questa area del paese si sia trasformata da zona rurale a polo d’eccellenza tecnologico. Per intenderci con un esempio: la Cina non più t-shirt e scarpe a basso costo è un colosso delle telecomunicazioni come Huawei con il quale domina il mondo. La Cina e gli Stati Uniti sono in combutta proprio su questo, su chi è il vero leder dell’innovazione.

E come Cassa Depositi e Prestiti quindi per lei la Cina è un’opportunità o una minaccia?

Credo che sia un’opportunità ma che va gestita e incanalata nella maniera giusta. Noi come Cdp ci muoviamo in questa direzione, cerchiamo di valorizzare le imprese che innovano e puntano sulla strada dell’internazionalizzazione. In un mondo sempre più globalizzato o segui questo indirizzo di modernizzazione o altrimenti rischi di essere schiacciato e, proprio per questo, è un bene che gli investimenti cinesi arrivino anche in Italia ma non solo quelli, serve una pluralità di investitori, una diversificazione che è solo utile alla nostra economia.

Giancarlo Salemi per Formiche.net – 19/03/2019
 

Pil mensile: Gennaio – Febbraio 2019

marzo 15th, 2019 by Fuet in Economia / Economia italiana / PIL mensile

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Un inizio di anno ancora debole

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Gli ultimi indicatori economici favoriscono una revisione in miglioramento delle stime di breve periodo. La dinamica dell’attività economica dovrebbe risultare meno debole di quanto precedentemente prospettato, con il PIL reale mensile a -0,01% m/m a febbraio (-0,23% a/a). In base alla stima finale dell’Istat per il 4T2018, la variazione del PIL reale è stata rivista al rialzo di 0,1pp a -0,1% t/t. La contrazione è stata principalmente dovuta alle scorte, mentre la domanda interna netta è tornata a sostenere la crescita dopo il contributo negativo nel 3T18 (i consumi privati sono cresciuti dello 0,1% t/t e gli investimenti si sono espansi dello 0,3% t/t dopo essersi contratti dell’1,3% t/t nel 3T). Le esportazioni nette hanno fornito un contributo positivo alla crescita (0,2pp). La produzione industriale ha registrato un robusto aumento dell’1,7% m/m a gennaio, sensibilmente superiore alle aspettative, dopo la flessione dello 0,7% m/m di dicembre. L’espansione è stata sostenuta dalla rispresa della produzione manifatturiera (+1,2% m/m) e da una robusta produzione di energia (+7,2% m/m). A febbraio, si prevede un nuovo calo dell’attività industriale, a causa della contrazione del settore energetico. Tuttavia, gli indicatori soft offrono segnali positivi: il PMI manifatturiero si è stabilizzato, segnalando un milgioramento dei nuovi ordini, mentre il PMI dei servizi è tornato in territorio espansivo a 50,4 punti.

Dati e commento

Data and comment

 

27 Feb2019

Europa e Global Governance

27 febbraio 2019

Il 27 febbraio scorso presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione si è tenuto un nuovo incontro del “Gruppo dei 20″ su:

Europa e Global Governance

nel corso del quale è stato presentato il volume “Reforming global economic governance” scritto da Carlo Monticelli, Council of Europe Development Bank. L’introduzione è stata affidata, come sempre, al nostro Presidente Luigi Paganetto, a cui sono seguiti gli interventi di Paolo Guerrieri, Sapienza Università di Roma e Maurizio Melani, Link Campus University e il commento di Gloria Bartoli, Università LUISS.

Programma

Temi discussi nel corso dell’incontro

undefined Europe and global governance
Carlo Monticelli, Council of Europe Development Bank

undefined UE and global governance
Maurizio Melani, Link Campus University

undefined Global governance. An unsettled order
Gloria Bartoli, Università LUISS

 

L’Italia in Europa
Idee per uno sviluppo sostenibile

marzo 1st, 2019 by Fuet in Books / Economia / Economia italiana


Eurilink

Dicembre 2018
pp. 490
Collana: Campus Conference Proceedings — 58

ISBN: 978–88-85622–39-5

collana: Istituzioni

ISBN: 978–88-85622–24-1

AA. VV., a cura di Luigi Paganetto

Il libro raccoglie i saggi presentati dai componenti del “Gruppo dei 20 — Revitalizing Anaemic Europe”, ispirati al tema della sostenibilità dello sviluppo in Italia ed Europa.

Il volume si apre con la questione delle politiche sociali, particolarmente rilevante in un’Europa che voglia guardare alla sostenibilità dello sviluppo e, in particolare, a sanità, pensioni e welfare. L’idea è che l’Europa nata attorno al pilastro della politica della concorrenza e del mercato unico ha bisogno di guardare alle politiche sociali che, per il momento, sono a competenza quasi esclusiva degli Stati membri della UE. La seconda parte è dedicata alla governance europea e, in particolare, alla sostenibilità delle differenze dello sviluppo che si sono via via accentuate all’interno dell’Unione europea. L’attenzione è rivolta, soprattutto, alle politiche di coesione e alla loro capacità di attenuare le loro differenze. La terza parte è dedicata alle politiche fiscali e al problema dei deficit pubblici, insieme alla sostenibilità del debito. La quarta parte, infine, è rivolta alla politica degli investimenti e al ruolo del territorio e dell’innovazione che, in un mondo caratterizzato da profondi cambiamenti tecnologici e commerciali, sono decisivi per un’Europa che voglia realizzare uno sviluppo sostenibile.
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Autori:
Maria Ludovica Agrò, Mauro Aliano, Mauro Annunziato, Michele Bagella, Gloria Bartoli, Rocco Cangelosi, Lorenzo Codogno, Tullio Fanelli, Giampaolo Galli, Franco Gallo, Adriano Giannola, Paolo Guerrieri, Marco Leonardi, Martino Lo Cascio, Mauro Marè, Maurizio Melani, Marcello Minenna, Luigi Paganetto, Ivana Paniccia, Giuseppe Pennisi, Carmelo Petraglia, Giovanni Piersanti, Maria Prezioso, Edoardo Reviglio, Giuseppe Roma, Nicola Rossi, Dominick Salvatore, Pasquale Lucio Scandizzo, Federico Spandonaro, Giovanni Tria, Carlo Trigilia, Andrea Urbani.

 

Il welfare aziendale migliora la produttività?

di Marco Leonardi

A livello di azienda (dove senza dubbio si crea parte della produttività che misuriamo nell’economia, l’altra parte si crea con l’investimento pubblico)  il welfare aziendale migliora la produttività in quanto aumenta la soddisfazione dei dipendenti e coinvolge i sindacati nella contrattazione dei premi di risultato.

Il fenomeno non è del tutto nuovo, da Olivetti a Luxottica il welfare unilaterale (e paternalistico) è sempre esistito. La novità di questo triennio anni è la trasformazione di un fenomeno di nicchia in un vero e proprio mercato che si è sviluppato anche grazie alla legislazione di vantaggio sul piano fiscale che ha significativamente ampliato gli importi defiscalizzabili, le categorie di lavoratori a cui è possibile applicare la norma, e soprattutto ha ampliato gli spazi della contrattazione di secondo livello. In questo modo la legislazione ha incontrato (ma ha anche dato impulso a) lo spostamento dell’asse della contrattazione collettiva verso i contratti aziendali e territoriali che permettono maggior flessibilità produttiva e sulle politiche delle risorse umane alle aziende e una maggior capacità di rappresentanza dei sindacati. Le aziende hanno inoltre usato il welfare per ridurre i costi del lavoro nei momenti difficili e nelle loro strategie di attrazione e motivazione delle risorse umane.

I contratti che contengono welfare sono circa 4000 per la maggior parte riguardano grandi imprese anche se grazie al contratto di rete o la contrattazione territoriale il welfare si è diffuso anche nell’ambito delle piccole imprese.

Tuttavia il business del welfare è molto più ampio di quello agevolato dalla conversione agevolata del premio di risultato: solo 1/5 del welfare è riconducibile al premio di risultato e che quindi le nuove norme sono solo un sostegno e un allargamento di piani di welfare già strutturati.

È nato un mercato di providers di pacchetti di welfare aziendale che si rivolge alle imprese le quali li mettono a disposizione dei dipendenti in ragione di decisioni aziendali unilaterali o contrattate con le rappresentanze sindacali (solo in quest’ultimo caso sono detassati). Ricordiamo inoltre che il lavoratore dipendente è l’unico depositario della decisione di ricevere il premio in denaro o parzialmente (o totalmente) in welfare, circa il 30% dei lavoratori sceglie il welfare (in tutto o in parte; prevalentemente lavoratori con retribuzioni maggiori e più istruiti quindi più informati) mentre il restante 70% sceglie il premio in denaro (prevalentemente lavoratori con retribuzioni basse).

Il mercato dei providers è fatto di un centinaio di imprese solo alcune delle quali sono proprietarie di piattaforme cioè portali web per la gestione operativa e la rendicontazione amministrativa dei prodotti di welfare. I providers mettono a disposizione dei lavoratori delle aziende clienti l’accesso a un menu di beni previsti dalla contrattazione aziendale o territoriale (o in applicazione del contratto collettivo nazionale) oppure rendono disponibili i voucher con i quali accedere ai servizi.

I servizi di welfare più desiderati dai lavoratori sono: Assicurazione malattia/non autosufficienza/infortuni; Previdenza complementare; Mensa aziendale/buoni pasto; Trasporto casa-lavoro (es. abbonamento ai mezzi di trasporto); Convenzioni per acquisti a prezzi convenienti con negozi, buoni acquisto (abbigliamento, elettronica ecc.); Asilo nido aziendale/convenzionato, campus centri vacanze, rimborsi spese scolastiche per i figli; Consulenza legale, fiscale (es. caf aziendale); Supporto nello svolgimento delle attività quotidiane (es. baby sitter, badante); Palestra, spazi benessere aziendali o convenzionati; Eventi ricreativi e eventi culturali (visite guidate, teatro, cinema ecc.); Finanziamento e prestiti erogati dall’azienda. Sono in crescita i benefits legati alla conciliazione vita-lavoro in linea con l’aumento dell’occupazione femminile.

Le strade davanti a noi sono due. O tornare indietro e cancellare il welfare aziendale con l’idea che si debbano dedicare tutti i fondi pubblici al welfare universale. Oppure rivedere la lista delle prestazioni meritevoli di benefici fiscali e allargare la platea delle imprese (e lavoratori) che ne possono trarre beneficio. L’Italia è un paese di piccole e piccolissime imprese in cui non c’è il sindacato e che possono essere raggiunte solo con la contrattazione territoriale. Il welfare aziendale deve essere una componente di una rete locale di welfare in grado di offrire servizi e prestazioni che intercettano i bisogni dei lavoratori. È fondamentale promuovere meccanismi aggregativi dei bisogni a livello territoriale in modo da costruire quelle economie di scala che rendono i servizi sostenibili e più efficaci ed efficienti.

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Marco Leonardi
Università degli Studi di Milano

 

Bassa occupazione, declino demografico e immigrazione

di Luigi Bonatti

Può l’immigrazione curare la patologia italiana (bassa occupazione, crescita anemica e declino demografico)?
Nella sua forma attuale, il populismo italiano è un animale bicefalo a due bocche: la prima si è alimentata della mancata inclusione nell’economia formale di un grande numero di italiani (concentrati nel Sud), mentre la seconda si è nutrita principalmente del notevole afflusso di migranti di questi ultimi anni (che il Paese non è strutturalmente in grado d’integrare decentemente) e del disagio con cui ciò è stato vissuto da un’ampia parte della società italiana.
Il nesso che lega i due fenomeni può essere colto solo sfuggendo alla diatriba tra truce propaganda anti-immigrati da una parte e retorica dell’accoglienza dall’altra, e riflettendo su un dato di fatto: l’Italia – insieme ad altri paesi dell’Europa meridionale – rappresenta un’anomalia nella storia dei movimenti migratori, quella cioè di un Paese che nell’ultimo trentennio ha attratto un numero sostanzioso di migranti pur essendo afflitto da disoccupazione strutturale (in particolare giovanile) e soprattutto da bassa partecipazione al mercato del lavoro. Effettivamente, l’Italia è l’unico tra i Paesi industrializzati europei – con Grecia e Turchia – ad avere un tasso di occupazione (percentuale di occupati tra coloro in età da lavoro) stabilmente al di sotto del 60% (vedi figura 1), ovvero circa 10 punti percentuali sotto la media dell’UE (se il tasso di occupazione italiano fosse uguale a quello medio europeo, avremmo quasi 4 milioni di occupati in più dei poco più di 23 milioni che abbiamo attualmente) e addirittura quasi 20 punti in meno dei Paesi europei più virtuosi.

Figura 1: tasso di occupazione nei paesi Ocse, 2018 (% popolazione in età da lavoro che è occupata)

Fonte: Ocse

A spingere la media italiana molto sotto quella europea è il Mezzogiorno: solo il 44% dei meridionali in età da lavoro hanno un’occupazione (tra le donne si scende al 32%, un tasso paragonabile solo a quello delle donne turche). A questo riguardo, va notato che, se il reddito pro capite del Sud è il 56% di quello del resto del Paese (la stessa percentuale dell’inizio degli anni 70 del secolo scorso!), circa metà di questo enorme divario è da attribuire al più basso tasso di occupazione (l’altra metà alla più bassa produttività). In altre parole, se il Sud avesse il tasso di occupazione del resto del Paese avrebbe già dimezzato il suo divario in termini di reddito pro capite.

Accanto alle tante italiane e italiani che non lavorano, ci sono oggi in Italia – secondo le statistiche ufficiali – circa due milioni e mezzo di occupati stranieri sui poco più di 5 milioni di stranieri regolarmente residenti (vedi tabella 1). Con poche eccezioni, costoro sono occupati in attività a basso o bassissimo valore aggiunto: badanti, domestici, addetti alla pulizia, braccianti agricoli, operai non qualificati, titolari di microimprese nel piccolo commercio o nell’edilizia, ecc. (vedi figura 2), e i loro redditi si concentrano nella coda più bassa della distribuzione (secondo i dati INPS la retribuzione media annua di un dipendente extracomunitario è inferiore del 35% a quella del complesso dei lavoratori: 13.927 euro contro 21.509 euro). Non c’è quindi da sorprendersi se un gran numero di famiglie straniere regolarmente residenti sono povere o molto povere: l’aumento della povertà relativa riscontrato in Italia in questi ultimi anni è interamente dovuto agli stranieri (vedi figura 3), e il 30% di essi è in condizioni di assoluta povertà (vedi tabella 2). E’ poi probabile che l’incidenza della povertà sia alta anche tra quei circa 1.300 mila italiani che hanno acquisito la cittadinanza nell’ultimo quindicennio.

Tabella 1: Immigrati e mercato del lavoro in Italia (1° trimestre 2017)

Figura 2: Percentuale di lavoratori stranieri in varie occupazioni *°

Fonte: Fondazione Moressa

* Si noti che il 47,5% dei lavoratori extra-UE con titoli di studio tecnici e scientifici sono occupati come lavoratori non qualificati, contro l’1,8% dei lavoratori nativi e il 21,9% di quelli UE.
° Settori principali di attività per le imprese imprese individuali di persone extra-UE sono il commercio al dettaglio (45,4%) e le costruzioni (21%).

Figura 3: Povertà relativa in Italia per luogo di nascita (1991-2014)

Fonte: L. Cannara e G. D’Alessio (2018) “La disuguaglianza della ricchezza in Italia: ricostruzione dei dati 1968-75 e confronto con quelli recenti”, Banca d’Italia, Occasional Papers No. 428.

Tabella 2: Famiglie in poverta’ assoluta in italia per territorio di residenza e luogo di nascita (percentuale)


In prospettiva futura, quanto sopra avrà due prevedibili conseguenze. La prima getta dubbi sul presunto contributo che, secondo alcuni, gli immigrati apporterebbero alla sostenibilità della finanza pubblica italiana. Attualmente, infatti, la popolazione di origine straniera, essendo per lo più entrata in Italia in anni relativamente recenti, tende ad essere più giovane di quella nativa e bilancia il fatto di pagare poche tasse e contributi previdenziali (a causa dei bassi o bassissimi redditi di cui dispone e dei lavori precari che spesso svolge) con il fatto di usufruire meno di quella nativa di prestazioni previdenziali e sanitarie. Presto però non sarà più così. Essa avrà inoltre bisogno di forti interventi di carattere assistenziale per contrastare l’alta incidenza della povertà tra le famiglie di origine straniera (già col reddito di cittadinanza questo diverrà evidente). La seconda conseguenza è che, in un Paese a bassa mobilità intergenerazionale come l’Italia, molti immigrati di seconda generazione rischiano di restare segregati in attività precarie e al limite della sussistenza. Si cronicizzerebbe così quanto è già visibile oggi, cioè la massiccia presenza di un sotto-proletariato di origine straniera, rendendo endemiche situazioni di acuta disuguaglianza foriere di rabbia e tensioni sociali.

L’aumento netto dell’occupazione riscontrato in Italia in quest’ultimo quarto di secolo è stato dovuto in parte considerevole a lavoratori immigrati impegnati in attività a bassa qualifica, contribuendo in tal modo a determinare quella stagnazione della produttività aggregata che è stato uno dei tratti distintivi dello sviluppo italiano dell’ultimo ventennio (vedi figura 4). Evidentemente, solo in piccola misura si è materializzato in Italia quell’effetto positivo su produttività e PIL pro capite che il lavoro non qualificato di origine straniera ha avuto in altre economie avanzate, permettendo alla forza lavoro nativa di spostarsi verso attività a più alto valore aggiunto (come ad esempio quando l’offerta di lavoro straniera a basso costo per i servizi di cura favorisce la partecipazione delle donne native al mercato del lavoro). Tale beneficio in termini di PIL pro capite viene pressoché vanificato se permangono nel Paese ospitante cospicue sacche di lavoratori nativi non qualificati che non sono occupati e che reclamano sussidi e trasferimenti (vedi reddito di cittadinanza). Questo è il caso dell’Italia, dove i nativi a bassa qualifica che sono disoccupati o inattivi rappresentano una quota sostanziale della popolazione in età da lavoro. Il rischio è che, in presenza di una specializzazione produttiva quale quella italiana caratterizzata da un numero relativamente modesto di impresetecnologicamente avanzate, e di un mercato del lavoro fortemente dualistico quale il nostro, la disponibilità di un’ampia offerta di manodopera immigrata disponibile a lavorare per salari molto bassi (in Italia, anche tanti immigrati con titoli di studio superiori accettano lavori a bassa qualifica e malpagati) favorisca anche in futuro delle modalità produttive più intensive nell’uso di lavoro non qualificato e una composizione del prodotto sbilanciata verso beni e servizi a bassa tecnologia. In altre parole, è concreta la possibilità che l’immigrazione contribuisca ad ancorare l’economia italiana su un sentiero a scarso contenuto tecnologico e bassa domanda di lavoro qualificato.

Figura 4: Produttività del lavoro (pil per ora lavorata), 1990=100


Fonte: Conference Board e OCSE

A ciò si è soliti obiettare che comunque all’immigrazione non c’è alternativa, in quanto il calo demografico in atto in Italia impone il ricorso agli immigrati per far fronte alla futura carenza di lavoratori. Questo a rigore è falso, ed è possibile appurarlo anche con un calcolo approssimativo. Accettando infatti le proiezioni dell’ISTAT o dell’Agenzia della Popolazione dell’ONU, secondo le quali l’Italia – in assenza di flussi migratori – avrà a metà di questo secolo intorno ai 51 milioni di abitanti (contro i più di 60 milioni che ha attualmente), è facile calcolare che, se l’Italia avesse allora il rapporto occupati-popolazione che la Germania ha oggi, il nostro Paese avrebbe 4 milioni di occupati in più di quanti ne ha ora. Inoltre, un graduale ma consistente aumento del tasso di occupazione non solo permetterebbe a breve-medio termine di gestire la transizione demografica correntemente in atto senza dover necessariamente ricorrere a manodopera di origine straniera, consentendo al tempo stesso di far crescere il reddito pro capite soprattutto nelle aree dove oggi è più basso, ma creerebbe le basi per un progressivo recupero della natalità. L’evidenza internazionale mostra infatti che esiste una relazione positiva tra tasso di occupazione e tasso di fecondità (vedi figura 5), e anche dall’esperienza italiana appare come la difficoltà di trovare lavori che diano un reddito accettabile e sufficientemente stabile induca i giovani a posticipare o addirittura a rinunciare a fare figli.

Figura 5: Tasso di fecondità e tasso di occupazione femminile, 2015


Fonte: INPS

Resta però il fatto che gli italiani certi lavori – quelli che in prevalenza svolgono gli immigrati – non vogliono più farli. Occorrerebbero dunque delle politiche pubbliche che li incentivassero a farli. In generale, è chiaro che per dare un lavoro decente a quei tre milioni circa di persone con i quali avvicineremmo il tasso di occupazione italiano alla media europea servirebbe un mix di policy che vadano in direzione opposta a quelle assistenziali volute dall’attuale governo. Esse andrebbero infatti volte da una parte a creare le condizioni per attrarre/favorire lo sviluppo di imprese competitive, favorendo così quell’up-grading tecnologico della struttura produttiva italiana che è conditio sine qua non per la creazione di buoni posti di lavoro (soprattutto nelle aree attualmente più depresse), edall’altra a rendere appetibili per la popolazione autoctona quelle attività a basso valore aggiunto – prevalentemente nei servizi – senza le quali sarebbe del tutto irrealistico e velleitario alzare significativamente il tasso di occupazione (soprattutto là dove ora è più basso, cioè nel Sud). Non c’è qui lo spazio per entrare in dettagli, ma uno degli strumenti da considerare, accanto alla diminuzione sostanziale e permanente del cuneo fiscale, è quello proposto dal Nobel Edmund Phelps, ovvero i sussidi alle imprese che danno lavoro continuativo a lavoratori a bassa qualifica.

In sintesi, alzare sostanzialmente e permanentemente il tasso di occupazione italiano richiederebbe delle politiche pubbliche costose. D’altra parte, anche importare manodopera straniera renderebbe necessarie costose politiche di integrazione, oltreché ingenti spese per il contrasto alla povertà. Un rialzo consistente del tasso di occupazione comporterebbe inoltre che gli italiani tornassero – con adeguati incentivi – a fare una serie di lavori che in questi ultimi decenni sono divenuti progressivamente prerogativa degli immigrati. Alla luce di una realistica valutazione del potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia italiana, ciò appare incompatibile con l’assorbimento e l’integrazione di nuovi flussi migratori quali quelli degli ultimi decenni (o dell’ordine dei 191 mila di media annua previsti dall’ISTAT nelle sue proiezioni da oggi al 2070). Condizione strutturale per l’integrazione degli immigrati è infatti che abbiano lavori regolari pagati decentemente. Non si vede come questo sia realizzabile integrando nel contempo quegli italiani che sono oggi fuori dall’economia formale, creando cioè un numero di posti sufficientemente attraenti per dare lavoro a quei circa 3 milioni e mezzo di persone attualmente non occupate (per lo più residenti nel Sud) con cui potremmo allineare il nostro tasso di occupazione alla media UE e soprattutto alzare notevolmente il nostro reddito pro capite (in particolare nel Sud).

Concludendo: in Italia non appare auspicabile perpetuare un modello di sviluppo in cui al calo demografico della popolazione autoctona viene fatto fronte con un flusso persistente di immigrati.Tale modello prefigura infatti il consolidamento della tendenza alla formazione, peraltro già da tempo in atto, di consistenti nuclei di popolazione povera di origine non italiana dedita ad attività a basso o bassissimo valore aggiunto, in occupazioni precarie o nell’economia sommersa, a sostegno della quale occorreranno forti aumenti di spesa sociale, necessari a mitigare gli effetti deteriori di situazioni di segregazione e di acuta disuguaglianza tra abitanti dello stesso Paese. Esso tende inoltre a perpetuare il patologico coesistere di una forte presenza di lavoratori di origine straniera con il basso tasso di occupazione della popolazione autoctona in vaste aree del Paese (in particolare nel Mezzogiorno), la quale invoca assistenza a causa del livello troppo basso dei propri redditi. Curare a fondo questa patologia consentirebbe di tagliare l’erba sotto i piedi al populismo italiano e soprattutto di migliorare la qualità della vita di milioni di italiani. La grande sfida che le componenti più responsabili della società italiana devono affrontare è quindi quella di mettere a punto l’insieme di politiche necessarie a curare tale patologia, di coagulare intorno ad esse il necessario consenso e di realizzarle con coerenza, sapendo che esse richiedono perseveranza e tempi lunghi.

 

Strategie di sicurezza e politica estera nell’Unione

di Maurizio Melani

Le minacce alla sicurezza europea
La strategia europea di sicurezza (SES) predisposta dall’allora Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, Javier Solana, adottata dal Consiglio Europeo a Presidenza italiana nel dicembre 2003, individuava quattro cruciali minacce alla sicurezza dell’UE, in un contesto nel quale il preambolo del documento approvato affermava che “Mai l’Europa è stata cosi prospera, sicura e libera” e che “alla violenza della prima metà del XX secolo è seguito un periodo di pace e stabilità senza precedenti nella storia europea”.

Quattro minacce erano state individuate dalla strategia.
1
) Il terrorismo. Aveva colpito gli Stati Uniti nel 2001 con i drammatici attacchi a New York e a Washington e poi in Gran Bretagna e in Spagna. Si sarebbe poi riproposto con forza dieci anni dopo, a seguito degli effetti della guerra in Iraq e poi delle vicende in varie parti del Medio Oriente e dell’Africa innescate dalle primavere arabe e dal collasso di regimi ormai in larga parte privi di legittimazioni e adesioni popolari. In termini quantitativi ha colpito con la sua matrice islamista jihadista soprattutto in quelle regioni nel quadro delle lotte per il loro controllo da parte di potenze regionali ed esterne, ma anche in Asia e in Europa, in particolare in Francia con oltre un centinaio di vittime, in Germania e in Spagna.
2
) La proliferazione delle armi di distruzione di massa, con il pericolo che gli strumenti internazionali per il loro controllo nei settori chimico, batteriologico e nucleare vengano vanificati nell’ambito di corse agli armamenti soprattutto nella regione mediorientale. Di particolare preoccupazione era in quel momento il programma nucleare iraniano per il quale sarebbe stato poi avviato un negoziato conclusosi nel 2015 con un accordo che sanciva l’arresto delle potenzialità militari di quel programma nel rigoroso rispetto, adeguatamente controllato, del Trattato di non proliferazione nucleare e delle sue clausole di salvaguardia. Il ritiro dell’Amministrazione Trump da quell’accordo, per il quale si era fortemente impegnata l’Amministrazione Obama, ha riattivato il grave pericolo di un rilancio della proliferazione che dall’Iran si estenderebbe a tutti gli altri paesi della regione ed oltre. E ciò mentre ha luogo un progressivo smantellamento, non previsto quando fu adottata la SES e particolarmente preoccupante per l’Europa, del sistema di controllo degli armamenti strategici e di teatro messo a punto durante la guerra fredda.
3
) I conflitti regionali. Alimentano le prime due minacce e ne sono a loro volta alimentati. Soprattutto quelli nel vicinato. Possono avere effetti gravi sul piano economico e producono flussi di rifugiati verso i paesi vicini e l’Europa.
4
) Gli stati falliti, come allora la Somalia, la Liberia, l’Afghanistan, alcuni stati balcanici prima della stabilizzazione facilitata dalla comunità internazionale, e poi in una certa fase l’Iraq e un decennio dopo la Siria, la Libia e di nuovo l’Iraq. Anch’essi fattori di terrorismo e allo stesso tempo frutto e alimento dei conflitti regionali e della quarta minaccia individuata.
La criminalità organizzata
che sviluppa i suoi multiformi traffici grazie agli stati falliti e agli spazi aperti dai conflitti regionali.

Il documento individuava quindi una serie di azioni strategiche per affrontare quelle minacce. Misure di carattere interno, come una crescente collaborazione di apparati di sicurezza e giudiziari, con lacune nella loro attuazione ma con una intensità come mai si era verificato in passato. Ma anche e soprattutto di politica estera, con strumenti diplomatici, di institution building e militari nel quadro della Politica Europea di Sicurezza e di Difesa messa a punto nei primi anni del nuovo secolo. Abbiamo già menzionato quelli contro la proliferazione cui vanno aggiunte le azioni di stabilizzazione e costruzione democratica soprattutto nei Balcani, in Africa e in Medio Oriente, in collaborazione con Nazioni Unite e a seconda dei casi con NATO e organizzazioni regionali come OSCE e Unione Africana, diretti a ristabilire stabilità e sicurezza nel nostro vicinato. Cruciale è infatti, secondo la strategia definita nel 2003, la costruzione di un ordine internazionale basato su un “multilateralismo efficace”.

Gli arretramenti nell’azione comune
Su questo sforzo, che ha dato in quegli anni all’UE un certo, anche se insufficiente, protagonismo grazie ad una ampia convergenza di intenti seppure non facile da realizzare, hanno pero poi inciso una serie di sviluppi che hanno introdotto fattori di crisi nella costruzione europea e nella sua azione esterna.
Un segnale forte in questo senso lo hanno dato nel 2005 i referendum che in Francia e nei Paesi Bassi hanno respinto il Trattato per una Costituzione europea diretto a porre su basi più solide il processo di integrazione. In entrambi i referendum i no, sostenuti da forze di destra e di sinistra estranee o staccatesi dai mainstreams europeisti socialisti e conservatori, prevalsero di stretta misura ma evidenziarono difficoltà che si sarebbero ampliate in diversi paesi negli anni successivi. Importanti fattori di questa tendenza di sostanziale ripiegamento nazionalista furono fin da allora i timori per una globalizzazione che, non adeguatamente governata, avrebbe prodotto in Europa riduzioni dell’occupazione soprattutto nelle fasce più deboli della popolazione e nei settori meno competitivi del sistema produttivo. A questo si aggiungevano i timori per la concorrenza di lavoratori provenienti dai paesi dell’Europa Centro Orientale che stavano completando in quegli anni l’adesione all’UE (la sindrome dell’ “idraulico polacco”).
Una ulteriore spinta alla disaffezione e alle divaricazioni tra stati membri venne negli anni successivi dalla crisi del 2008-2009 innescata negli Stati Uniti con conseguenze fortemente recessive in Europa, seguita da quella prodotta nel 2010-2011 dagli eccessi di debito sovrano in diversi paesi evidenziati dalla situazione greca e dai suoi effetti di contagio sulla sfiducia dei mercati verso la sostenibilità di tali debiti soprattutto in Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna. La reazione delle Istituzioni europee, in un processo nel quale sono emerse divisioni con equilibri nei quali hanno prevalso le posizioni della Germania e dei paesi del Nord Europa ad essa più legati, ha consentito di scongiurare i rischi di un collasso della moneta unica e quindi dell’intera costruzione europea come si era sviluppata negli ultimi decenni. Sono stati infatti messi in campo strumenti di intervento giudicati sufficienti dai mercati finanziari ma al prezzo di enormi sacrifici in certi paesi che hanno contribuito ad una accentuazione delle diseguaglianze e di sentimenti di rifiuto di un sistema identificato anche con i vincoli europei. Nella stessa direzione hanno giocato anche gli effetti sull’occupazione della rivoluzione tecnologica.
Nei paesi del Nord Europa con più sostenibili livelli di debito e timori di doversi accollare eccessivi debiti altrui si è diffusa una speculare e opposta tendenza di disaffezione verso l’integrazione europea. Gli aspetti pro-ciclici di queste politiche sono stati parzialmente mitigati dalle misure monetarie espansive praticate dal Presidente della BCE Mario Draghi malgrado le resistenze tedesche.
Su questi divaricanti sentimenti hanno prosperato forze sovraniste, populiste e nazionaliste di varia natura che hanno anche strumentalizzato il disagio e i problemi di gestione di un forte afflusso di rifugiati e richiedenti asilo dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Asia centrale e meridionale, provocato dai conflitti regionali sopracitati e da processi di crescita squilibrata e spesso discriminante nel quadro della globalizzazione che pur ha avuto effetti di uscita dalla povertà di molte centinaia di milioni di persone, nonché’ dai dissesti ambientali prodotti dai cambiamenti climatici.
Nel 2008 vi era stato una valutazione dell’attuazione della SES che in qualche modo aggiornava le minacce. A quelle già indicate sono stata aggiunte la pirateria, il traffico di piccole armi, le pandemie, i pericoli nell’approvvigionamento energetico e gli attacchi informatici, in buona parte intrecciati con le altre tra le quali il terrorismo, di cui sono stati evidenziati nuovi fattori fuori e dentro l’Unione, e la criminalità organizzata che stavano conoscendo una evoluzione legata anche a sviluppi di vario tipo nei progressi tecnologici e nella globalizzazione. I propositi di rafforzamento degli strumenti sono stati però nella fase immediatamente successiva frenati dai fenomeni di allentamento della spinta all’integrazione evidenziati nei paragrafi precedenti.
Il legame posto tra sicurezza energetica e cambiamenti climatici, definito nel documento “moltiplicatore di minacce”, ha comunque contribuito all’ adozione delle direttive del programma 20-20-20 in materia di riduzione delle emissioni ed efficientamento, aggiornate dalle decisioni del 2014 nella prospettiva 2030 verso una maggiore diversificazione degli approvvigionamenti e la creazione di un efficace Unione dell’energia. La piena consapevolezza di questo nesso ha anche portato al forte ruolo propulsivo dell’UE assieme a Stati Uniti e Cina nella Conferenza di Parigi (COP21) del dicembre 2015.
Creare stabilità nel vicinato affrontando tutti gli aspetti delle destabilizzazioni è stato quindi indicato come obiettivo prioritario, ma alle ambizioni non hanno fatto seguito azioni, impiego di strumenti e risultati ad esse commisurati.

La strategia globale dell’Unione Europea e i suoi seguiti
Malgrado le disaffezioni e i fattori che le hanno determinate, esaminati nei precedenti paragrafi, una spinta ad un maggiore impegno delle istituzioni europee in materia di sicurezza e di difesa è venuta dal voto britannico sulla Brexit e dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Da un lato sono venuti meno i freni costantemente posti dal Regno Unito in questo campo, e dall’altro le imprevedibilità di Trump e le incertezze da lui poste in merito alla solidità della garanzia incondizionata americana nei confronti degli alleati spingono l’Europa a “prendere maggiormente in mano il proprio destino” secondo le parole della Cancelliera Merkel. Ma questo in un contesto di scarsa coesione dei paesi europei in materia di politica estera, come in altri settori, che di fatto impedisce i reali salti qualitativi necessari a dare concretezza a quanto avviato. Pochi giorni dopo il referendum britannico l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, presentava al Consiglio Europeo del giugno 2016, che la adottava, la Strategia Globale (SG)  dell’Unione Europea. I toni sono più preoccupati di quelli tutto sommato di orgoglio e soddisfazione ai limiti del trionfalismo della SES di tredici anni prima, nella quale con la consapevolezza di poterle affrontare si esaminavano le minacce all’Unione dipanatesi poi negli anni successivi. La nuova strategia fa stato dei gravi pericoli interni ed esterni che corre l’Europa, in preda ad una “crisi esistenziale” che “rimette in questione il progetto europeo”, mentre alle minacce esterne già precedentemente individuate si aggiungono i rischi per la tenuta sociale e politica dell’Unione derivanti dagli effetti dall’accentuarsi dei conflitti nell’area mediorientale e da una inadeguata gestione delle pressioni demografiche dal vicinato e in particolare dall’Africa. La promozione di condizioni di pace e stabilità nel vicinato e la garanzia della sicurezza dei cittadini europei sono quindi indicati come obiettivi assolutamente prioritari in un contesto nel quale sicurezza interna ed esterna, dentro e fuori i confini, sono sempre più tra loro legati. A questo scopo sono tra l’altro indicati come essenziali il perseguimento su scala globale degli obiettivi dello sviluppo sostenibile come declinati nell’Agenda 2030, di un sistema degli scambi aperto ed equo basato su regole in grado di assicurarlo, di un sistema di sicurezza collettiva nel quale abbia un ruolo una capacità europea in materia di difesa in stretto collegamento con i suoi partners a partire dalla NATO, facendo leva sul suo approccio integrato civile-militare alla gestione dei conflitti e sul sostegno a forme di cooperazione e governance regionale. E tutto questo tenendo sempre a mente che valori e interessi europei sono tra loro strettamente collegati.
Coerentemente con tali indicazioni, e andando successivamente oltre in materia di difesa essendo venuti meno i condizionamenti britannici, è stato riaffermato che l’UE debba dotarsi di autonomia strategica e quindi di una capacità di agire autonomamente nel proprio vicinato e possedere i mezzi operativi e industriali necessari a farlo. Su questa scia, nell’ambito del concetto di condivisione e messa in comune (“pooling and sharing“) affermato da diverse sessioni del Consiglio Europeo a partire dal 2013 senza grandi seguiti, sono state affermate l’esigenza di disporre di una struttura europea permanente per la pianificazione e la conduzione di operazioni militari, di una forza multinazionale europea permanentemente disponibile per lo svolgimento di operazioni di gestione delle crisi, di un sistema comune di formazione, di un crescente impegno nella cyber security, nelle capacità navali e nell’intelligence, dello sviluppo di una base industriale e tecnologica strategicamente autonoma sostenuta da un apposito Fondo europeo di difesa, da incentivi fiscali e sostegni alla ricerca con un potenziamento dell’Agenzia europea per la difesa e con tutte le loro ricadute sul piano civile.

E’ stata quindi avviata una cooperazione strutturata permanente in questi campi, con molti partecipanti, nel cui ambito si stanno definendo progetti tra gruppi più ristretti di paesi, che sono però assai distanti dai salti di qualità e di quantità richiesti.

Integrazioni differenziate
Una volontà di andare verso una maggiore integrazione, sia sul piano degli assetti, con aperture inedite anche nel campo della deterrenza nucleare, che su quello industriale, è stata espressa sul piano bilaterale da Francia e Germania nel Trattato di Aquisgrana firmato nel gennaio del 2019 dal Presidente Macron e dalla Cancelliera Merkel. Vi è il rischio che si determinino percorsi escludenti altri paesi, ma anche l’opportunità che come verificatosi in altri momenti della storia dell’integrazione europea quanto anticipato nell’ambito di intese bilaterali sia poi la base di progressi collettivi. Basti pensare alle intese Schumann-Adenauer, la cui portata fu immediatamente colta da De Gasperi, che diedero vita alla CECA, al Trattato dell’Eliseo che anticipò tra i due paesi quanto poi realizzato sul piano comunitario, alle intese Colombo-Gensher tra Italia e Germania che aprirono la strada all’Atto Unico, e all’accordo di Saint-Malo tra Chirac e Blair dal quale nacque quanto realizzato negli anni successivi in materia di sicurezza e difesa. Il Trattato di Aquisgrana è alquanto fastidioso per l’Italia in quanto afferma in un atto di tale solennità il sostegno francese, peraltro non nuovo, all’acquisizione di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte della Germania e l’archiviazione della prospettiva di un seggio europeo, da tempo sostenuta dall’Italia e accolta seppure un modo ambiguo anche dalla Germania. Che quest’ultima entri permanentemente nel CdS è peraltro una ipotesi alquanto remota anche per i collegamenti con le parallele pretese di Giappone, India e Brasile e le opposizioni incrociate che queste incontrano. Ma è probabile che il suo inserimento nel Trattato derivi anche dall’attuale isolamento del Governo italiano, che ha tra l’altro accantonato la prospettiva di un trattato italo-francese analogo a quello franco-tedesco, e dalle irritazioni suscitate da comportamenti di suoi esponenti.
La grande sfida che ora si pone è quella di definire politiche comuni, con la volontà di perseguirle, sulle situazioni di crisi dalle quali possano derivare minacce per la sicurezza dell’Unione Europea. Quando ciò si è verificato in passato, anche a volte al prezzo di faticosi compromessi per comporre priorità e sensibilità diverse, i paesi europei hanno potuto far sentire in modo efficace e non velleitario la propria voce e il proprio peso ed hanno potuto salvaguardare loro interessi comuni nei Balcani, in Medio Oriente, in Africa e altrove, impiegando gli strumenti civili e militari a propria disposizione e coinvolgendo alleati e partners ai livelli dei paesi e delle organizzazioni internazionali e regionali.
Vi sono molteplici strumenti civili e militari predisposti negli scorsi anni e parzialmente testati. Occorre ora la volontà politica per definire le linee di azione strategica di cui farne uno strumento.
Questo riguarda situazioni come quelle della Libia, della Siria, dell’Ucraina, dei rapporti con l’Iran, con la Russia e la Turchia, del conflitto israelo-palestinese, delle modalità di lotta al terrorismo, della proliferazione di armi di distruzione di massa, della postura rispetto a crisi specifiche come quella venezuelana o ad altre che potrebbero emergere, della salvaguardia dell’indispensabile rapporto transatlantico, scosso dall’attuale Presidenza americana, nel cui ambito occorre coniugare autonomia strategica europea e comunanza di interessi, di valori e di garanzie di sicurezza tra i due pilastri del mondo occidentale. Questo concerne anche temi come la lotta ai cambiamenti climatici e la regolamentazione del commercio mondiale, le cui incidenze sulla sicurezza di tutti sono cruciali e per i quali occorre un rinnovato contesto di azione comune transatlantica e un quadro globale nel quale confrontarsi e auspicabilmente collaborare con i grandi attori emergenti.
In tutto questo l’Italia deve riacquistare un ruolo credibile di proposta e di azione come ha spesso avuto nel secondo dopoguerra, adoperandosi per evitare protagonismi futili e a volte dannosi e avendo ben chiaro che i suoi fondamentali interessi nazionali non sono perseguibili, se non in modo episodico e marginale, al di fuori dei contesti europeo, transatlantico, e di un efficace multilateralismo.
È sempre più evidente tuttavia la consapevolezza che i progressi verso una unione sempre più stretta anche nella politica estera e nella difesa possono realizzarsi in una prima fase soltanto tra un limitato numero di paesi che lo vogliano, in grado di approntare e utilizzare gli strumenti istituzionali e finanziari necessari, tra i quali una capacità fiscale e di spesa, con risorse proprie e controllo democratico. Sarebbe bene che l’Italia ricostituisca le condizioni per esserne fin dall’inizio una parte attiva.

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Maurizio Melani
Link Campus University

 

Pil mensile: Dicembre 2018

febbraio 15th, 2019 by Fuet in Economia italiana / Monthly GDP / PIL mensile

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Si conferma la contrazione dell’attività economica nella
seconda metà del 2018

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Il PIL reale è diminuito dello 0,2% t/t nel 4T 2018 dopo essersi ridotto dello 0,1% t/t nel 3T, entrando di conseguenza in una fase di “recessione tecnica”. Sulla base delle indicazioni fornite dall’Istat, il risultato congiunturale è frutto del contributo negativo della domanda interna (al lordo delle scorte) che ha annullato quello positivo offerto dalle esportazioni nette. La stima aggiornata del PIL reale mensile rispecchia il risultato negativo del 4T 2018 e la debolezza degli ultimi indicatori congiunturali, indicando una flessione dello 0,04% m/m a dicembre (-0,09% a/a). A dicembre la produzione industriale (escluse le costruzioni) si è contratta ulteriormente dello 0,8% m/m, al di sotto delle aspettative, dopo una diminuzione dell’1,7% m/m a novembre. Nell’ambito dei principali raggruppamenti industriali, i risultati sono stati differenziati: i beni di consumo non durevoli hanno registrato il crollo maggiore (-3,3% m/m) seguiti dall’energia (-1,5% m/m) e dai beni di consumo durevoli (-0,8% m/m), mentre i beni intermedi sono cresciuti marginalmente dello 0,1% m/m e quelli di investimento sono rimasti invariati.Tutto ciò, unitamente all’ulteriore peggioramento del clima di fiducia delle imprese nel mese di gennaio (entrambi gli indici PMI del manifatturiero e dei servizi si attestano al di sotto della soglia di espansione), suggerisce che sia improbabile un’espansione dell’attività economica nel 1T 2019.

Dati e commento

Data and comment

 

Il debito pubblico: quali vie d’uscita?

di Giampaolo Galli

febbraio 7th, 2019 by Fuet in Economia europea / Economia italiana / Finanza pubblica

È opinione condivisa che l’elevato livello del rapporto tra debito pubblico e Pil rappresenti un forte elemento di fragilità per l’economia italiana e che tale rapporto vada dunque ridotto. Ma le opinioni differiscono su come questo obiettivo possa essere perseguito. Le soluzioni che sono state prospettate possono essere così elencate.

1. Aggiustamento “ortodosso”. Ciò avverrebbe attraverso un aumento, se possibile graduale, dell’avanzo primario dai livelli attuali
(intorno all’1-1,5 per cento del Pil) verso il 3,5-4 per cento del Pil, il che sarebbe coerente nel medio periodo- e per almeno qualche anno-  con l’obiettivo del pareggio di bilancio.

2. La soluzione del “denominatore”.  C’è chi pensa che la riduzione del rapporto di debito non richieda un aumento dell’avanzo primario, ma debba contare unicamente sull’effetto “denominatore”, la crescita del Pil. Questa soluzione ha due declinazioni radicalmente diverse:

a. “mettere più soldi nelle tasche degli italiani”, ossia ridurre, anziché aumentare, l’avanzo primario.
b. Attuare le riforme strutturali necessarie per restituire competitività alle imprese: burocrazia, giustizia, infrastrutture ecc.

3. Soluzioni tramite “asset e liability management”. L’idea è che valorizzando o vendendo il patrimonio dello stato si possa abbattere rapidamente il debito pubblico. Altri, piuttosto che contare su operazioni di asset management di questo tipo, contano su operazioni di liability management, ossia l’emissione di titoli più appetibili ai cittadini italiani che fornirebbero una base di investitori più affidabile degli investitori esteri.

4. Repressione finanziaria. Questa soluzione ha molte declinazioni, ma tutte comportano che vengano introdotti controlli sui movimenti di capitali con l’estero e che gli operatori residenti sostengano il Tesoro italiano acquistandone, con operazioni più o meno forzose, i titoli.

5. Ristrutturazione del debito. Questa opzione, come noto, è oggetto di discussione nei mercati e nelle cancellerie europee: se ne è discusso nei mesi scorsi nella forma di una clausola di ristrutturazione automatica dei debiti dei paesi che facessero domanda di sostegno all’ESM.

6. Imposta patrimoniale. Questa soluzione viene spesso evocata in contrapposizione alla ristrutturazione del debito pubblico in quanto considerata più equa (colpisce chi ha i patrimoni, non chi ha investimenti sotto forma di titoli di Stato) e non penalizzante proprio nei confronti di chi ha dato fiducia allo stato italiano.

7. Mutualizzazione dei debiti pubblici nell’ambito dell’Eurozona. Anche questa soluzione ha molte declinazioni. Si segnala un recente paper dell’ufficio studi della Banca d’Italia che prova ad avanzare un’ipotesi di mutualizzazione parziale che non dovrebbe comportare oneri a carico dei paesi più virtuosi (M. Cioffi et al, Occasional Papers, Jan. 2019).

8. Uscita dall’euro. C’è chi ritiene che il problema del debito non esisterebbe se l’Italia uscisse dall’euro e potesse contare sulla possibilità, da parte della Banca d’Italia, di stampare moneta, riducendo quindi il tasso di interesse sul debito pubblico o, se necessario, utilizzando la macchina da stampa per finanziare il deficit o ripagare il debito che giunge a scadenza.

Ognuna di queste soluzioni ha dei pro e dei contro, che andrebbero studiate partitamente, anche alla luce delle esperienze fatte in molti altri paesi.

È anche utile chiedersi cosa succederebbe se il problema non fosse affrontato: può esistere un default ordinato? Oppure ogni default non può che essere caotico sul piano finanziario e anche dirompente sul piano sociale e politico? L’argomento è rilevante anche perché non si ha esperienza di casi di default in paesi avanzati con risparmio di massa. La Grecia è il caso che più si avvicina all’Italia, ma anche in Grecia la detenzione di titoli di Stato, direttamente o tramite gestioni, era assai meno diffusa di quanto non sia oggi in Italia.

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Giampaolo Galli

Vicedirettore dell’Osservatorio Conti Pubblici, Università Cattolica di Milano

 

Big data, industria 4.0 e politiche pubbliche

di Patrizio Bianchi

Il mondo che cambia

Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione industriale, che viene descritta con immagini sempre più accattivanti di robot dagli occhi languidi e macchine umanoidi che sostituiscono uomini robotizzati.
Una rivoluzione però è qualcosa di più delle forme che questa prende. Cambia la produzione, cambiano i consumi, cambia la vita di ognuno di noi e nel contempo la vita di noi tutti insieme. Il mondo cambia perché cambiano i confini che lo descrivevano. Alla fine della Seconda guerra mondiale il mondo appariva diviso rigidamente in due grandi aree, con propri circuiti economici, politici e militari, mentre al margine ne rimaneva un Terzo mondo residuale e frammentato. Questo mondo contrapposto finisce con il secolo scorso, il tormentato ’900, e proprio da quel Terzo mondo sono emersi nei primi anni di questo secolo nuove leadership che hanno riaperto i giochi economici, portando nell’economia mondiale produzioni e mercati fino ad allora sconosciuti.
Contestualmente emergono nuovi modi di porre in relazione le persone e queste con le imprese, le istituzioni, le università. Il mondo per ognuno di noi è cambiato; ognuno di noi nella propria casa, in ogni momento, è informato di ciò che avviene dall’altra parte del mondo ed ognuno di noi è al centro di una rete di relazioni in connessione continua con persone sparse nelle più diverse parti del mondo. Ognuno di noi produce e consuma dati al punto che i dati diventano la nuova materia prima ed il nuovo collante di questa società liquida ed a tratti liquefatta.

I dati come nuova materia prima

Alla base di questa trasformazione sociale sta un cambiamento profondissimo nella stessa struttura della produzione. Se il carbone era la materia prima della Prima rivoluzione industriale, e l’acciaio e poi il petrolio delle fasi successive, oggi la materia prima sono i dati che ognuno di noi produce in continuazione, telefonando, andando in auto, accendendo internet, acquistando un bene o un servizio qualsiasi. Egualmente rilevanti sono i dati che le istituzioni producono nelle loro funzione di amministrazione della vita collettiva; le scuole, gli ospedali, i tribunali ed ogni altro momento di gestione delle relazioni sociali ed economiche diventano produttori in continuo di informazione sui comportamenti di ognuno di noi, tracciando le nostre azioni in ogni istante, e nel contempo in ogni momento possono offrire un quadro dei movimenti dell’intero corpo sociale. Infine ci sono i dati che le imprese stesse generano, dal momento in cui un prodotto viene pensato fino al momento in cui quello stesso prodotto viene preso dal consumatore finale, tracciando percorsi che passano attraverso tutte le fasi del processo produttivo, dal disegno iniziale fino alla distribuzione finale.

Commercio di beni e scambio di dati

La fase attuale è descritta dall’andamento dei commerci internazionali. Nella lunga fase di cambi stabili, dal 1948 al 1971, gli scambi erano limitati ai paesi della Europa occidentali e al nordamerica, poi infine al Giappone. Paradossalmente nella fase successiva, in piena instabilità monetaria, si avvia una fase di grande crescita degli scambi internazionali, anche dovuto allo svilupparsi di un commercio intraindustriale che era l’evidenza di una crescita di global value chain che vedeva grandi imprese dislocare le diverse fasi in paesi diversi, in ragione dei vantaggi di costo che le diverse localizzazioni potevano offrire.
Questa tendenza cresce fino all’inizio del nuovo secolo quando il commercio dei beni fisici si riduce al crescere dello scambio di dati, non solo fra persone ma soprattutto fra imprese.

La crescita di questi dati operativi permette di interconnettere in tempo reale imprese che operano in paesi diversi, offrendo ai diversi mercati prodotti personalizzati adeguati alla domanda sviluppatasi in quel contesti.

Produrre beni personalizzati ma in grandi dimensioni diviene il vero carattere fondante della nuova produzione che noi definiamo “Industria 4.0″ per evidenziarne in carattere di frattura rispetto alle precedenti fasi dello sviluppo industriale.
Si apre cosi una fase nuova che chiameremo di Digital globalization, in cui al movimento delle merci fisiche si sovrappone, o meglio diviene sovraordinato un movimento di dati, che rappresentano sempre più spesso il vero valore aggiunto della produzione.

Industria 4.0, Rinascimento della manifattura e nuove infrastrutture di sistema

Sta emergendo così un rinascimento della manifattura che coincide con una quarta rivoluzione industriale. La produzione si può organizzare a livello globale, ripartendo le diverse fasi operative nei diversi contesti locali in ragione degli specifici vantaggi operativi, solo se rimane saldamente unitaria la gestione dei dati e dei codici di decifrazione, che tengono insieme la complessità del sistema produttivo.
La digitalizzazione della produzione e dei servizi implica un profondo ripensamento della organizzazione industriale, che porta con se’ lo sviluppo di stock e di flussi di dati ad una velocità che cresce esponenzialmente, e che richiede lo sviluppo di competenze e tutele che debbono essere formate e fornite alle imprese, ma anche alle istituzioni, con la stessa velocità degli sviluppi tecnologici che la motivano.
Una nuova rivoluzione industriale quindi richiede un ripensamento dell’intera organizzazione di un Paese, per evitare che questa trasformazione segni un nuovo divario fra i territori in cui operano imprese dinamiche ed i territori, che rimangono al margine dei processi di globalizzazione.
In questo contesto cambiano anche le infrastrutture di base necessarie per lo sviluppo delle imprese, che vogliono divenire leader di questa nuova rivoluzione industriale.
La prima rivoluzione industriale con la introduzione della macchina a vapore liberava gli opifici dall’obbligo di localizzarsi presso i fiumi, ma richiedeva reti ferroviarie per garantire un flusso continuo di carbone per alimentare con continuità la nuova fabbrica centralizzata e ferrovie per distribuire i prodotti finiti e così facendo generava una infrastruttura che cambiava la stessa vita collettiva.
Nella produzione di massa fordista la produzione di energia elettrica diveniva un bisogno per garantire lo sviluppo di produzione di grande scala e così si generava una infrastruttura che modificava le stesse città trasformandone la vita.
La nuova industria, basata su una produzione digitalizzata in grado di produrre in continuo beni personalizzati, e’ centrata sulla generazione ed elaborazione di dati, richiedendo nuove infrastrutture per lo sviluppo, che avranno a loro volta un peso sostanziale per disegnare la nuova società della iperconnessione continua.
Lo sviluppo dei dati prodotti dalla pubblica amministrazione diventano in questo cruciali per gestire questa trasformazione. Cambiamento climatico, salute dei cittadini, gestione delle città sono luoghi in cui le amministrazioni centrali e locali raccolgono i dati dei comportamenti dei cittadini, potendone dare una visione di insieme necessaria per sviluppare un paese che nel suo insieme possa crescere equilibrato.
Carattere fondante di questa nuova industria è il rapporto tra produzione e ricerca. nella produzione fordista questa relazione era lineare e dispersa in un lungo periodo di tempo e di istituzioni, vi era una fase di ricerca teorica, a cui si aggiungeva una successiva fase di ricerca applicata, dopodiché vi era una lunga fase di preproduzione ed infine di messa in linea.

Big data per le nostre imprese

Questo sviluppo della digitalizzazione dei processi e nel contempo delle capacità di supercalcolo diventano un elemento cruciale per lo sviluppo della industria italiana, proprio perché la nostra industria è composta da una vasta rete di piccole e medie imprese operanti in mercati internazionali offrendo beni di alta qualità e caratterizzate da uno stile che è riconosciuta come “Made in Italy”.
Le imprese italiane si sono affermate ai massimi livelli internazionali partendo da tradizioni di un artigianato, basato su straordinarie competenze e manualità e nel contempo su un’altrettanto rilevante capacità di ascolto da parte dei consumatori, per i beni di consumo, e delle imprese, per i beni di investimento.
Dopo il lungo periodo di un modo di produzione basato sulla standardizzazione dei beni, che aveva posto al margine lo stesso artigianato, si è giunti ora ad un modello di produzione che tende ad accoppiare le capacità di personalizzazione proprie dell’artigianato con i grandi volumi, che i mercati globali richiedono.
La digitalizzazione della produzione permette di tracciare lo sviluppo dei prodotti dalla loro progettazione fino al cliente finale; la capacità di gestire grandi volumi di questi dati, aggiunti ai dati che caratterizzano la stessa configurazione del del cliente finale permette ad esempio la gestione remota della manutenzione delle macchine di produzione – ad esempio le stampanti tridimensionali – garantendo anche a localizzazioni lontane, tipicamente direttamente poste vicino al mercato finale, la continuità della produzione.

Il nuovo potere delle piattaforme

Big data per le imprese vuol dire gestire una crescente varietà di prodotti personalizzati sulle richieste di una varietà di clienti, localizzati in contesti diversi, ma vuol dire anche conoscere le preferenze, ed anzi a guidare, plasmare , predeterminare le preferenze dei consumatori, e più latamente pilotarne gli stessi stili di vita.
Qui si apre un capitolo ancor più inquietante, cioè la capacità delle piattaforme di intermediazione dei dati di acquisire, appropriarsi e controllare una quantità di dati individuali, caratterizzanti la nostra vita, che diventano un nuovo potere di mercato, che sempre più diventano anche un nuovo potere politico, in grado di condizionare la nostra vita collettiva, inficiando le stesse regole della democrazia.
Amazon, Google, Facebook, Istagram, whatsapp e le altre sorelle sono riuscite in meno di quindici anni ad affermarsi come i nuovi pilastri di un potere le cui dimensioni eccede no la giurisdizione di ogni singolo stato nazionale, ponendo in discussione lo stesso concetto di antitrust, cioè di garanzia che uno stato può offrire a tutela della concorrenza e dei diritti dei consumatori.

Le nuove infrastrutture

In questo contesto per sostenere lo sviluppo del Paese e più ampiamente della intera Europa diviene necessario garantire infrastrutture di ricerca e sviluppo che sappiano gestire nell’interesse del paese questa marea crescente di informazioni. Infrastrutture quindi che siano in grado di sviluppare modalità di ordinamento e fruizione di tali dati, così da poter giungere ad un utilizzo efficiente di questi volumi di dati da parte delle imprese e delle istituzioni, e soprattutto siano in grado di stimolare la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie, per sostenere una innovazione aperta, che permetta uni sviluppo al riparo da nuovi monopoli.
Il nostro paese possiede una rete di centri di raccolta e elaborazione di Big Data significativo. Questa rete è stata creata principalmente ad uso scientifico, ma oggi diviene il motore e il sistema nervoso dell’intera società italiana.
Le università italiane condividono un consorzio, il Cineca, nato per gestire dati amministrativi ed ora potente macchina di ricerca, che convoglia ormai non solo la maggior parte dei dati del sistema scientifico nazionale, ma anche i dati, le elaborazioni e le proiezioni di alcuni fra i maggiori player nazionali, come l’Eni.
La Fondazione della conferenza dei rettori ed il CNR del resto hanno dato vita al Garr, che è la rete nazionale della ricerca. lo stesso Cnr possiede una serie notevole di laboratori in cui masse di dati sono già disponibili per grandi linee di utilizzo.
L’Infn- l’istituto nazionale di fisica nucleare, l’istituto nazionale di astrofisica, e gli altri enti pubblici di ricerca costituiscono già i perni di reti internazionali di ricerca e di elaborazione di dati, che necessariamente debbono costituire la piattaforma di una nuova visione dell’economia.
È questo apparato di ricerca, che assieme con le nostre università costituisce la grande infrastruttura necessaria allo sviluppo di una industria pienamente in grado di inserirsi al meglio nella nuova Industrie 4.O.
Tuttavia questo immenso patrimonio non ha evidenza nel paese e non gioca il ruolo propulsivo che dovrebbe avere in un paese che deve ritrovare un sentiero di crescita economica e di sviluppo civile.
L’esperienza tedesca dimostra come occorrano interfacce con i sistemi produttivi, in grado di tradurre le potenzialità di ricerca in opportunità di produzione, in altre parole non solo il Max Planck Institut, l’istituto nazionale delle ricerche, ma anche il Fraunhofer Institute, cioè il luogo della diffusione e dell’incontro fra ricerca e industria, sono i perni di un Sistema industriale che dispone di una possente industria medium-tech, all’interno della quale le attività high diventano leader di una trasformazione dell’intero sistema industriale.
L’Industria 4.O ha bisogno di una solida ricerca accademica e di adeguate interfacce industriali, di competenze in grado di evolversi rapidamente, e nel contempo di una rete nazionale “big data / big science” che ne sorregga gli sviluppi di lungo periodo.

Il tecnopolo di Bologna e l’hub europeo Big data

Le reti big data in Italia si incrociano per motivi storici su Bologna, qui vi è la sede del Cineca, snodo di tutte le università italiane, qui vi è la sede del sistema di supercalcolo dell’Infn, che fra l’altro serve anche il Cern di Ginevra, qui si incrociano con il nodo Garr anche le attività dei principali centri nazionali di ricerca, tanto che il 70 per cento del flusso dati per la ricerca transita per il nodo di Bologna. A Bologna giunge ora anche il data-center della Agenzia europea per le previsioni meteorologiche oggi a Reading.
L’azione in corso, promossa dalla Regione, collocherà questi centri di supercalcolo nel tecnopolo nella Manifattura Tabacchi disegnata da Pier Luigi Nervi nel 1952 ed oggi a nuova vita come hub della ricerca big data a servizio del Paese e del sud Europa.
Questo snodo avrà come mandato la ricerca nel settore del cambiamento climatico e dell’ambiente (vi sarà tra l’altro la nuova sede dell’Enea), della produzione industriale (vi sarà il nuovo Competence center Big data for Industry 4.0) del Ministero dello sviluppo, la salute ( con il data center e le biobanche del Istituto Ortopedico Rizzoli, IRCS dedicato allo studio tra l’altro ai nuovi materiali biocompatibili).
Il Big Data Technopole di Bologna diviene quindi, in piena continuità con le nostre università, lo snodo di una rete infrastrutturale necessaria per il riposizionamento dell’intero Paese nel nuovo contesto aperto e competitivo.
Questo polo in via di costruzione tuttavia ha senso solo nel quadro di una azione europea e nazionale che leghi fra di loro i diversi poli di una nuova rete infrastrutturale, che consolidi le tracce di un nuovo sviluppo. Ricordo che a livello europeo questo cetro è connesso nella rete che vede il centro tedesco di Julich, il centro di Parigi, e di Barcellona, che rappresentano nel loro insieme l’asse portante di un assetto che deve servire l’intera Europa. Il rischio di non coglierne la rilevanza o peggio rimanerne esclusi rischia di porre seri pregiudizi sullo sviluppo della nostra ricerca e della nostra stessa economia. Egualmente questo polo deve intendersi come parte di una ricostruzione del sistema nazionale della ricerca che vede certamente le sedi dei nostri istituti di ricerca, a partire dal Cnr, Enea, Infn,Inaf, Ingv, dell’Iit, ma anche delle nuove aggragazioni industriali che si stanno agglomerando nel paese e in tutto il SudEuropa.

I dati sono strumenti

Tuttavia i dati sono strumenti, che servono solo se si ristabiliscono obiettivi sociali che l’intera comunità possa condividere, senza il timore che proprio il controllo dei dati costituisca la base di nuovi poteri più o meno occulti. Ricostruire obiettivi di sviluppo equo e condiviso e garanzia delle tutele dei nuovi e vecchi diritti dei cittadini diviene quindi la vera necessita’ per un uso adeguato di dati, che possono essere il nuovo mare in cui prendere il largo oppure l’abisso in cui naufragare.

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Patrizio Bianchi
Università degli Studi di Ferrara

 
 
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