Thursday, November 21, 2019
 

Fuet Blog / Massimo Lo Cicero

L’Economia Meridionale e la BEI

Mancano i progetti imprenditoriali  e la parthership tra pubblico e privato: la BEI potrebbe concedere finanziamenti se quei progetti avessero corpo e struttura

Un Movimento oppure un partito per la rinascita del Mezzogiorno? Partiamo da un seminario su finanza ed investimenti per valutare quale sia la cosa migliore

[Published in Il Mattino and in Massimo Lo Cicero blog on 27/09/2014]

Il “Partito del Mezzogiorno” – o del Sud? – ha cercato di entrare nella discussione che si svolgeva ieri nel seminario sulla Banca Europea degli Investimenti come una leva della crescita meridionale, che possa sostenere anche l’economia italiana. Ma questo ennesimo partito sarebbe un aggiunta al sistema ridondante della politica, e della insofferenza meridionale, o dovrebbe essere solo il punto di arrivo di un movimento, di proposta e di analisi, che scuota i partiti esistenti e li costringa al cambiamento? Per la verità, su queste colonne (quelle de Il Mattino ndr), Il 15 settembre ne aveva già parlato Paolo Savona. Le risposte a questa domanda si sono incrociate, ieri, con gli argomenti, di Savona e Scannapieco, che hanno animato un confronto sui limiti della politica economica europea ed il fatto che il Mezzogiorno italiano restasse schiacciato da una bardatura istituzionale che allarga la divergenza tra le aree a bassa produttività e quelle ad alta produttività, nel vecchio continente. Nonostante la spinta che Mario Draghi ha impresso alla politica monetaria.

La divaricazione tra Mezzogiorno ed Europa ribalta radicalmente la ricerca di una convergenza nel vecchio continente: una soluzione che avevamo sperato di ottenere integrando con la moneta unica, l’euro, la possibilità del mercato unico di generare una crescita sostenibile ed intensa. L’allargamento dell’Unione Europea nel 2004, e la crisi finanziaria globale del 2008, hanno compromesso questa opzione ed oggi la divergenza tra le economie mette seriamente in gioco la possibilità che esse possano convivere tra loro. Il Mezzogiorno italiano è l’area che presenta il massimo rischio per se stessa e per il resto dell’Italia, che sarebbe essa stessa travolta dal degrado crescente del Mezzogiorno. L’Italia, infatti, è l’unica economia dell’area euro che presenta nel 2014 una crescita piatta del prodotto interno lordo. Il Mezzogiorno, e le classi dirigenti italiane e meridionali, hanno i propri torti, e lo sappiamo bene, ma sarebbe proprio questo il momento in cui “sviluppare la nascita di un partito meridionale e meridionalista, non indipendentista, che rivendichi con forza il rispetto dei principi di libertà e di equità del contratto sociale che ci lega all’Italia e all’Europa. Siamo disposti a discuterne seriamente?”. Questa era conclusione di Savona nel suo articolo, al quale hanno replicato molti commenti: quasi tutti centrati sulla natura e la  opportunità nel nuovo partito. Tralasciando la riflessione sulle ragioni della divergenza nell’Unione Europea e la specificità estrema del caso italiano, una divergenza al limite della frattura con il vecchio continente. Ma , proprio nel seminario di ieri – “Missione Crescita: il senso della BEI per il Mezzogiorno” – Savona ha messo meglio a fuoco la relazione tra la creazione di un ennesimo partito italiano e la necessità, piuttosto, di un movimento capace di analizzare oggettivamente i problemi e le criticità della società e dell’economia meridionale, senza perseguire ideali astratti ed ideologici, ricercando risultati concreti.

Un movimento e non un partito sarebbe la soluzione adatta per due motivi molto robusti: non complicare ulteriormente un confuso e ridondante quadro politico nazionale ed offrire una sponda a coloro che vogliano davvero ricostruire fiducia e cooperazione nel  Mezzogiorno. Questi risultati concreti, che un simile movimento dovrebbe produrre, sono, in estrema sintesi, la crescita della produttività per le imprese e per le condizioni di sistema nel loro complesso: obiettivo che impone un riordino radicale della pubblica amministrazione, nazionale e locale. La crescita non potrà riprendersi, e la disoccupazione non riuscirà a ridursi, se non si riconduce la pubblica amministrazione ad essere lo strumento per ottenere sviluppo economico e non una sorta di magma che paralizza  i comportamenti individuali e li soffoca in una coltre di norme contraddittorie e confuse. La paralisi che azzera la crescita ed accelera il degrado. Il confronto di idee ed il seminario sulla banca europea degli investimenti possono essere le due colonne su cui edificare sviluppi futuri. Dal seminario, emerge una dato molto significativo: la dimensione del credito disponibile per creare infrastrutture, aumentare le dimensioni delle imprese, riordinare il tessuto urbano del Mezzogiorno, è esuberante rispetto alla carenza degli investimenti progettati ed alla tenue capacità organizzativa di gestire quegli investimenti. Bisogna migliorare la qualità del capitale umano nel Mezzogiorno: perché il problema non è l’assenza di moneta ma la carenza di ambizioni creative e di conoscenza delle tecnologie e delle procedure, per rendere quella creatività una nuova realtà ed una nuova ricchezza. Il seminario di ieri è il primo passo del movimento che potrebbe restituire a Napoli ed al Mezzogiorno la loro effettiva natura: la capacità di essere il confine meridionale dell’Europa e, di conseguenza, una porta per  i mercati del mediterraneo, nonostante il pesante clima geopolitico che regna su quelle aree.

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I mille giorni di Renzi ed il mercato del lavoro

Non scrivete le risposte se non formulate domande puntuali

[Published on 17/09/2014 in Massimo Lo Cicero blog and in Il Mattino with the title "Lavoro e Diritti: perché sono cambiati i tempi"]

Matteo Renzi ha annunciato al Parlamento la strategia per un programma dei mille giorni. Alla Camera, nel primo dei due discorsi del premier, il lavoro è stato il primo punto all’ordine del giorno, enunciato in maniera perentoria: “al termine dei mille giorni il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi”. “Non c’è cosa più iniqua che dividere i cittadini tra quelli di serie A e quelli di serie B” perché deve essere superato un “mondo del lavoro basato sull’apartheid”. “Se saremo nelle convinzioni di avere tempi serrati” nei lavori parlamentari per assegnare la delega al Governo “rispetteremo” il lavoro del Parlamento “altrimenti siamo pronti anche a intervenire con misure di urgenza, perché sul lavoro non possiamo perdere anche un secondo in più “. Per concludere questa piccola summa delle opinioni del premier ”sul lavoro pronti a intervenire con decreto”. Il dado è tratto: si deve trovare una soluzione ai problemi del mercato del lavoro. Problemi che generano attriti e dislivelli nelle retribuzioni e creano squilibri nei percorsi di formazione e di apprendimento tra chi deve e vuole trovare un lavoro: ma incontra solo gli attriti ed i dislivelli retributivi tra quel lavoro che deve ottenere, in condizioni molto diverse da coloro che lavorano a tempo indeterminato e con salari e previdenza molto più alti di quelli che vivono, come dice Renzi, in una condizione di apartheid. L’intenzione di forzare la delega al Governo è evidente. Farlo in una direzione che migliori il sistema sarebbe un bene ma bisogna trovare domande adatte ad una soluzione affidabile dei problemi.

Proviamo ad indicare i nodi da sciogliere. Non per trovare le domande adatte, non siamo così presuntuosi, ma almeno per indicare i temi sui quali i parlamentari, prima, ed a legge delega approvata, dopo, i ministri ed i loro staff, dovranno trovare queste domande adatte a risposte utili e ricevibili. Da Parlamento e Sindacati, ma anche dai lavoratori singolarmente. In particolare quelli che il premier ha classificato come segregati in un regime di apartheid. Espressione azzardata, ed un pochino forzata, ma non priva di senso nella sua essenzialità.

Ci sono due grandi classi di lavoratori: la prima è composta da quelli che hanno un contratto a tempo indeterminato, salari adeguati alla storia delle trattative sindacali alle nostre spalle, un regime pensionistico e previdenziale collegato a quei salari. L’insieme di queste circostanze è anche un insieme di diritti: conquistati da quei lavoratori sul terreno sindacale. Ma quei diritti devono corrispondere ai doveri che ne sono i corrispettivi. Per garantire la produttività delle imprese e per garantire l’efficacia del maggiore datore di lavoro, che agisce in Italia: la pubblica amministrazione, in tutte le sue variegate manifestazioni. Ci sono anche altre condizioni che si legano ai contratti di serie A. La fiducia che deve intercorrere tra lavoratore e datore di lavoro, la necessità di liquidare il contratto quando quella fiducia viene meno. In questo caso c’è un macigno nella legislazione italiana che sarà difficile rimuovere: con molta frequenza, nonostante sia venuta meno la fiducia, il lavoratore riesce ad ottenere, in giudizio, un reinserimento nel suo lavoro. In altre circostanze, ed in giurisdizioni diverse da quella italiana, questa caduta della fiducia viene prevalentemente seguita da un indennizzo in moneta al lavoratore che esce dal suo contratto con il datore di lavoro.

I lavoratori di serie B, quelli che stanno oltre il muro dell’apartheid, ed il loro modo di lavorare, sono molto diversi da quelli di seria A. Quelli di serie A sono il residuo di un epoca nella quale il Fordismo la faceva da padrone, nelle imprese private come nelle organizzazioni pubbliche: macchinari ed uffici creavano un regime organizzativo dove il lavoratore era rigidamente inserito, mentre, fuori delle fabbriche e degli uffici, c’erano i consumatori, di beni e di servizi, in alcuni casi pubblici, che utilizzavano i risultati di questa produzione controllata dalle gerarchie. Questo mondo si è molto trasformato dopo gli anni sessanta. Non si può dire oggi che le gerarchie considerano i lavoratori delle rotelle, come nella famosa metafora di Chaplin.

Ci sono nazioni in cui i sindacati sono nei consigli di amministrazione, ci sono gruppi di lavoro che migliorano i processi lavorativi, ci sono lavoratori che fanno lavorare macchine, meccaniche e digitali, come robot e sono le macchine che producono i beni ed i servizi. Nanotecncologie e digitale non devono utilizzare i residui dei contratti utilizzati nel Fordismo. Ed in questo nuovo mondo i contratti aziendali sono da preferire a quelli di settore. Ogni grande e media imprese si identifica, prima di tutto in se stessa e si propone al mercato con perimetri sfumati e forse non identificabili tra l’impresa ed i consumatori. Ma questo è, sempre e comunque, il mondo dei lavoratori di classe A e di contratti chiari e garantiti. Quelli di serie B sono lacerati in miriadi di forme contrattuali, ciascuna delle quali descrive, come punto fermo, un orizzonte lavorativo limitato e finito; e come dimensione salariale un corrispettivo pari ad un terzo di quello dei lavoratori di seria A, previdenza e pensione sono “latitanti”. Ci sono, infine, grandi masse di giovani che si autodefiniscono imprenditori di se stessi, con una partita Iva. Ci sono giovani border line rispetto all’economia sommersa ed anche giovani che sono costretti a retrocedere parte dei loro mediocri salari ad un datore di lavoro. Il direttore di questo giornale lo ha magistralmente raccontato in un suo recente editoriale.

Questi sono i lavori – molteplici, fragili e frammentati – che devono uscire dall’apartheid. In questo caso tutto deve cambiare davvero; non vale la massima del principe di Salina: cambiate tutto perché niente deve cambiare. C’è uno spazio per il cambiamento che il Governo dovrebbe esplorare: se si rinunciasse al residuo dell’impianto fordista, e si desse corpo ad un impianto contrattuale più simile a quello dei paesi europei, si potrebbe ottenere un ulteriore vantaggio. Nell’area dell’euro la eterogeneità dei contratti di lavoro impedisce ai disoccupati della Basilicata di trasferirsi in Austria, dove magari c’è carenza di lavoro. Tra gli Stati americani questo si può fare: spostare i flussi del lavoro nelle economie che possono sostenerlo, rispetto a quelle che, altrimenti, generano disoccupati. Forse da questi spunti possono emergere adeguate domande di cambiamento nel mercato del lavoro. Allora potremmo dire, al resto dell’Europa, che l’Italia ha fatto una riforma intelligente ed equa del lavoro. Sarebbero contenti i giovani e le nazioni europee, che diffidano molto della nostra capacità riformatrice.

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Mario Draghi: Apollo od Ulisse?

Le due strade della forward guidance La coerenza dei comportamenti, che puoi controllare, e la persuasione morale che puoi trasferire agli altri attori del sistema [Published in Massimo Lo Cicero blog on September 5th, 2014 and in Il Mattino on September 5th with the title "Draghi coraggio: tassi allo 0,05%"]

Mario Draghi ha utilizzato fino in fondo gli strumenti di cui può e deve disporre: il controllo della dinamica, positiva o negativa, dei prezzi; la politica monetaria ed i suoi effetti sui comportamenti delle banche, che devono concedere credito alle imprese e sottoscrivere titoli del debito pubblico, in adeguate proporzioni. I problemi che Draghi ha affrontato sono tre: gestire la relazione tra merci, moneta e prezzi; supportare con la politica monetaria una potenziale espansione del credito da parte delle banche, riducendo i tassi e rendendo liquido il sistema bancario; agire con coerenza sugli sviluppi dei programmi che aveva annunciato. Ha messo la sua faccia sulla opzione di una espansione che possa ribaltare la crisi ed ha fatto quello che aveva detto di saper fare, con grande tempestività. E lo ha fatto perché era sul punto limite di rottura: quello nel quale la deflazione diventa recessione e l’economia si avvita su se stessa. L’inflazione è una crescita generale dei prezzi e la deflazione è una caduta generale dei prezzi. Ma le merci sono molte ed ognuna di esse ha un prezzo. Nella deflazione, come nell’inflazione, non tutti i prezzi si modificano al medesimo ritmo. Quindi si modificano i prezzi relativi delle merci: se aumentano le tariffe sui servizi, diminuiscono i prezzi degli alimentari ed aumentano le tasse; si riduce il reddito delle persone e c’è un modifica della struttura relativa dei prezzi. Le famiglie, vista la pressione fiscale e la crescita delle tariffe sui servizi, comprano alimentari e pagano l’affitto, quando ci riescono. Anche fossero fermi i prezzi dell’abbigliamento,  o si riducessero meno degli alimentari, non ci sarebbe capacità di spesa per insufficienza del redditi falciati dalle tasse. In questo scenario, di prolungata mancata inflazione, serve una spinta per rimettere in moto la relazione tra redditi e spese delle famiglie. Si deve riprendere la domanda effettiva, le scorte si assottigliano, grazie alla ripresa dei consumi, e le imprese riprendono a produrre: a condizione che le banche finanzino nuovi investimenti. Draghi ha ridotto ulteriormente i tassi di interesse, portandoli ad un livello prossimo allo zero e, nel caso estremo, sotto lo zero: se le banche, alle quali la BCE concederà mezzi monetari, non li utilizzeranno per finanziare le imprese, quelle banche dovranno pagare un tasso di interesse, una penalità, alla BCE per non aver creato credito con i mezzi ricevuti dalla banca centrale. La scelta di Draghi per una possente espansione della politica monetaria, attraverso i tassi ridotti e la creazione di strumenti non convenzionali per rendere liquide le banche, è necessaria per supportare la crescita ma non è ancora sufficiente. Serve anche una scossa che riaccenda la fiducia nelle imprese, e crei nuovi progetti di investimento, e serve una riconversione radicale dei bilanci pubblici: tagli alla spesa corrente, tagli alle tasse, avvio di progetti infrastrutturali che riducano la produttività media del sistema europeo e siano, anche una sponda di domanda effettiva per le imprese. Nel suo discorso a Jackson Hole, del 22 agosto, Draghi ha individuato un sentiero stretto che i Governi dell’Unione Europea dovrebbero e potrebbero praticare: trasformare la politica fiscale riducendo spese correnti e tasse; riqualificare la politica degli investimenti pubblici utilizzando anche la Banca Europea degli Investimenti ed i Fondi Europei, conferiti dagli Stati, per creare nuove infrastrutture. Ieri, nella conferenza stampa che segue la riunione del Comitato Direttivo della banca, ha indicato, ancora una volta, come la politica fiscale dei Governi debba collocarsi in parallelo con la politica monetaria della BCE. La politica monetaria ha un indirizzo strategico, si muove lungo una prospettiva di lungo termine (forward guidance). Nel dibattito mondiale questa prospettiva strategica viene contesa da due metafore: Apollo ed Ulisse. La prospettiva Omerica (Ulisse) definisce un percorso ma chi lo ha progettato si impegna a realizzarlo. Questo è il caso di Draghi. La prospettiva delfica (Apollo) indica quello che potrebbe essere il futuro ma è molto meno vincolante e stringente per colui che ne ha descritto lo scenario potenziale. E questo è il caso delle agenzie di rating che spiegano come credano che debba andare il futuro delle organizzazioni che osservano! Draghi ha assicurato all’Unione Europea una strada possibile per avviare la ripresa della crescita e sostiene con la sua organizzazione, ed il suo carattere, questa strada. Ma Draghi ha anche indicato una sorta di moral suasion all’Unione: scegliere politiche fiscali più idonee ed incisive e ridurre gli attriti ed i limiti degli apparati pubblici degli Stati: le mitiche riforme del mercato del lavoro e del mercato dei capitali, oltre che della pubblica amministrazione. Alleggerendo attriti e limiti, avviando una ripresa degli investimenti supportata dalla politica monetaria, la occupazione si dovrebbe espandere, grazie ai crescenti investimenti, e la disoccupazione, per converso ridursi. Mario Draghi rappresenta oggi un delicato pilastro per lo sviluppo della crescita europea: dato che sostiene l’impianto della politica monetaria, che ha progettato e sta realizzando, nonostante alcuni dei componenti del suo consiglio direttivo avrebbero fatto meno di quanto sia accaduto ed altri avrebbero fatto più di quanto sia accaduto. Ma anche perché spende la sua capacità di persuasione morale agli altri attori del sistema (politico, imprenditoriale e finanziario) cercando di ottenere le condizioni per un concerto che sia davvero capace di riattivare la crescita nel vecchio continente. Links utili http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html Unemployment in the euro area Speech by Mario Draghi, President of the ECB, Annual central bank symposium in Jackson Hole, 22 August 2014 http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140904.en.html Introductory statement to the press conference (with Q&A) Mario Draghi, President of the ECB, Frankfurt am Main, 4 September 2014 http://www.dallasfed.org/news/speeches/fisher/2014/fs140404.cfm Speeches by President Richard W. Fisher Forward Guidance (With Reference to Monty Python, Odysseus, Apollo, Paul Fisher, Deng Xiaoping and Mario Draghi’s Old Man) Remarks before the Asia Society Hong Kong Center Hong Kong · April 4, 2014

 

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