Monday, September 24, 2018
 

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Welcome to the FUET Blog!

This is the space for contributes from Fuet fellows and associated, as well as for their related press.

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Bloggers

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Enrico Giovannini

Geopolitica dei dati

[Published in Il Sole 24 ore on 9/11/2014]

I dati sono la linfa che alimenta ogni processo decisionale. Con dati di cattiva qualità, o in assenza di dati, è altamente probabile che le decisioni si rivelino sbagliate. Oggi siamo inondati di dati e informazioni, non sempre di buona qualità. Ciononostante, tanti fenomeni sono poco conosciuti, i dati spesso arrivano in ritardo o non sono resi disponibili in modo utilizzabile, e chi deve prendere decisioni spesso non sa come utilizzarli. D’altra parte, i dati personali possono essere usati contro le persone o particolari gruppi sociali.

Il prossimo anno i Paesi delle Nazioni Unite definiranno una nuova agenda

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Nicola Rossi

L’economia italiana è da ricostruire, ecco cosa dire a Bruxelles

Accapigliarsi con l’Ue sul “prodotto potenziale” per avere più flessibilità? I rischi della strategia renziana

[Published in Il Foglio on 4/11/2014]

Ora che la polvere della legge di stabilità si è posata almeno temporaneamente – anche se ci si fa piccoli piccoli, le coperte corte sempre corte rimangono! – è possibile affrontarne uno degli aspetti più rilevanti, confinato peraltro in appendice tanto nei documenti ufficiali quanto nel dibattito di politica economica. Alla radice della disputa fra l’Italia e la Commissione europea c’è un concetto tanto semplice da afferrare quanto difficile da misurare: il “prodotto potenziale” e cioè il livello di attività economica conseguibile nel medio e lungo termine, depurato quindi dagli andamenti ciclici di breve periodo (o, se si vuole, il livello di attività economica in corrispondenza del quale non si creano tensioni sui prezzi). Stimare il livello e la dinamica del prodotto potenziale consente quindi di valutare, per esempio, la “intonazione” della politica fiscale in assenza del ciclo economico (e quindi di valutare la natura più o meno espansiva della politica fiscale al netto del ciclo).

Per comprendere la rilevanza del concetto basterà ricordare che, secondo la prassi della Commissione europea, la distanza fra il livello corrente di attività economica e il livello potenziale concorre significativamente a determinare se un singolo paese si trovi in una “grave recessione” e quindi se possa o meno derogare all’obbligo di seguire il percorso convenuto per l’obiettivo di medio termine (e cioè il pareggio di bilancio strutturale ovvero al netto degli effetti ciclici). Determinare quindi il livello e la dinamica del prodotto potenziale diventa una operazione di grande impatto dal punto di vista della politica economica.

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Leonardo Becchetti

Appello: L’Italia chieda una “Bretton Woods” per l’eurozona

[Published in La Felicità Sostenibile blog on October 17th, 2014]

La decisione dell’attuale Presidente francese Francois Hollande di ignorare i vincoli di bilancio europei annunciando di voler rimandare il ritorno del rapporto deficit/PIL sotto il 3% di due anni potrebbe mettere la parola fine al sistema dell’austerità europea fondato sul Fiscal Compact.

La decisione della Francia non fa che sancire uno stato di crisi del sistema (e una violazione diffusa delle regole) che perdura da tempo. I paesi sopra il tre percento nella UE sono molti (oltre alla Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia, Slovenia e persino la virtuosa Polonia) e la Germania da tempo viola il limite superiore del surplus di bilancia commerciale.

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Giorgio La Malfa

Violare le regole Ue unica via per crescere

[Published in Il Mattino on 14/10/2014]

“Un orpello di un mondo che non c’è più.” Queste  sono le parole con cui il  Presidente del Consiglio ha descritto il limite del 3% previsto dalle regole di Maastricht per il deficit di bilancio. Così si è espresso Matteo Renzi  - secondo quello che hanno riferito i giornali – al termine della conferenza europea di Milano di martedì scorso.  Egli  avrebbe  inoltre aggiunto che per ora l’Italia ha dovuto impegnarsi a rispettare il deficit “per recuperare credibilità e portare la sua battaglia in Europa”,  ma bisognerà “affrontare entro quindici giorni” la questione del tetto del 3%, anche se sarà una lotta dura ed anzi  asperrima. Evidentemente il riferimento del Presidente del Consiglio è  alla prossima Legge di Stabilità sulla quale il Governo sta lavorando in queste settimane.

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Mauro Magatti

Renzi è forte, l’azione non ancora

[Published in Avvenire.it on 9/10/2014]

Nonostante i dati negativi (dopo il timido miglioramento di questa primavera, il Pil è tornato negativo, la disoccupazione giovanile aumenta, le aspettative degli italiani peggiorano), il consenso per Matteo Renzi non accenna a diminuire. Anzi, sotto molti aspetti, si rafforza. Sia rispetto alle singole misure proposte (come nel caso della riforma del lavoro), sia rispetto alle intenzioni di voto (nei sondaggi il Pd è dato stabile oltre il 40%, con un vantaggio di oltre 10 punti sull’insieme dei partiti, oggi divisi, collocati nell’area di centrodestra). In buona misura ciò è merito della maestria comunicativa del nostro giovane premier. Ma anche quando si tenga conto di questo aspetto, i conti non tornano: le crescenti difficoltà di tante famiglie, le tante piccole imprese che chiudono e l’oggettivo e spesso grave disagio delle giovani generazioni sono tali chiederci che cosa spiega, al di là del marketing, una tale forbice.

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Leonardo Becchetti

Eurozona: svoltare ora

[Published in Avvenire.it on 4/10/2014]

Verso la fine degli anni ’60 l’allora leader francese, il “picconatore” Charles de Gaulle con la sua richiesta di convertire il dollaro in oro sancì di fatto l’inizio della fine del Gold Standard, il sistema monetario internazionale in vigore dal dopoguerra fondato sulla leadership americana (fine che di fatto avvenne con la decisione di Nixon del 1971 di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro). Oggi la decisione dell’attuale leader francese, il “picconatore” Francois Hollande, di ignorare i vincoli di bilancio europei annunciando di voler rimandare il ritorno del rapporto deficit/Pil sotto il 3% di due anni potrebbe mettere la parola fine al sistema dell’austerità europea fondato sul Fiscal Compact.

Ora come allora la decisione della Francia non fa che sancire uno stato di crisi del sistema (e una violazione diffusa delle regole) che perdura da tempo. I Paesi sopra il 3% nella Ue sono molti (oltre alla Francia, Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia, Slovenia e persino la virtuosa Polonia), mentre la Germania da tempo viola il limite superiore del surplus di bilancia commerciale.

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Gustavo Piga

Il DEF di Don Abbondio

[Published in Gustavo Piga blog on 29/09/2014]

“Che bisogno avete di combattere il Fiscal Compact ancora? Non vedete che la Francia e l’Italia se ne sono staccati e la lotta contro l’austerità è ormai avviata?”

Ma per favore.

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In cosa consiste il Fiscal Compact? In una legge che detta ai Paesi di costruire un piano pluriennale di rientro di debiti e deficit pubblici senza se e senza ma.

L’orizzonte temporale di questo, tipicamente quattro anni (2015-6-7-8 nel nostro caso), replica alla perfezione quello sulla base del quale gli imprenditori fanno per i loro piani per valutare se investire in macchinari, tecnologie, ricerca e sviluppo. Se l’economia è tale in quegli anni da risultare incerta e/o poco profittevole quanto a vendite, l’investimento non verrà intrapreso.

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Leonardo Becchetti

Danno erariale?

[Published in Avvenire.it on 1/10/2014]

Qualcuno ha considerato per un bel po’ noi italiani la “tribù con l’anello al naso”, l’unica tra tutti i Paesi del mondo destinata a beccarsi senza reagire, cioè senza alzare argini, slot machine in (quasi) tutti i bar del proprio territorio nazionale. Sappiamo poi come è andata. Diverse realtà sociali (tra cui il movimento SlotMob sostenuto dalla campagna d’informazione di “Avvenire”) hanno reagito contro l’imbarbarimento e il crescere del distruttivo fenomeno della ludopatia, ovvero del gioco d’azzardo compulsivo. E hanno spinto la classe politica del Paese a cercare un equilibrio diverso che superi errori e contraddizioni evidenti. Come quella di un vizio – il fumo – per il quale facciamo fuoco e fiamme mettendo messaggi di morte sui pacchetti di sigarette per spaventare gli acquirenti, mentre un altro vizio – il gioco d’azzardo – invece lo pubblicizziamo ingannevolmente a ogni piè sospinto, e persino come panacea per ogni problema economico-esistenziale, attraverso tutti gli schermi (tv pubblica in primis) e con pubblicità su magliette di squadre di calcio e pompe di benzina. La proposta di legge che è stata finalmente articolata si fonda su tre punti essenziali: divieto di pubblicità, distanza minima da luoghi sensibili (scuole, oratori…) degli apparecchi e introduzione di sistemi per rendere obbligatoria l’identificazione dei giocatori (tessera sanitaria) anche per evitare il rischio riciclaggio.

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Gustavo Piga

Rien ne va plus

[Published in Gustavo Piga blog on 29/09/2014]

Ci siamo. Manca poco alla fine dell’era degli slogan di Renzi. Tra pochi giorni (due?) avremo il responso finale sul vero orientamento del Premier quanto a politica economica: con la nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF) che sarà senza più alcuna ambiguità il “segno” del suo mandato per i prossimi 5 anni.

Se abbiamo dato retta a chi ci diceva di non giudicarlo dal DEF primaverile (“troppo presto, lasciatelo lavorare!”), malgrado l’assurdo contenuto di austerità che aveva, con il suo sussiegoso e montiano inchino all’ottuso Fiscal Compact, ora non ci sono più scuse: se scriverà per il Paese “austerità”, flessibile o meno, sarà da giudicare per quello che è, la continuazione in formato comunicativamente più piacevole dei suoi due disastrosi predecessori.

Nel rimanere in “trepidante attesa”, val bene ricordare al lettore, confrontandola con un appena sfornato lavoro scientifico nei quaderni della BCE di Francoforte, la posizione che abbiamo sempre adottato in questo blog, e la cui bontà è confermata dal lavoro in questione.

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Giampaolo Galli

Intervista “Art.18. Una riforma da fare, ma attenzione a non aumentare gli oneri per le imprese”

[Published in Il Foglio and in Giampaolo Galli blog on 27/09/2014]

Giampaolo Galli le esigenze delle imprese le conosce benissimo. Prima di essere eletto alla camera per il Pd nel febbraio 2013, e’ stato per molti anni in Confindustria, sia come capo economista, sia come direttore generale. La battaglia per l’abolizione dell’articolo 18 l’ha combattuta dall’inizio. Nel 2001 era al fianco di Antonio D’Amato nello scontro frontale con la Cgil di Sergio Cofferati.

Dieci anni dopo, nel 2011, ha vissuto assieme ad Emma Marcegaglia il secondo e maldestro tentativo di abolire la reintegra, avviato dalla riforma Fornero. Oggi, da politico, assiste al terzo tentativo, messo in campo dal suo segretario e premier, Matteo Renzi, e spera fortemente che sia la volta buona. “L’abrogazione della reintegra nei licenziamenti –spiega al Foglio- e’ la cosa più efficace che nell’immediato possiamo fare per dare un segnale di rinnovamento ai mercati internazionali”. E a chi sostiene che sarebbe più utile una buona riforma della giustizia, o della burocrazia, replica: “Riforme essenziali, certo, ma richiedono tempi lunghi. La riforma del lavoro invece e’ immediata, basta un decreto, e il segnale arriva subito dove deve arrivare”. Eppure, a differenza di Antonio D’Amato, la Confindustria di oggi non sembra scaldarsi più di tanto per questa vittoria oggi finalmente a portata di mano. “D’Amato –ricorda Galli- era fortemente convinto che quella sul 18 fosse una battaglia essenziale, ma non tutti condividevano questa opinione, anche nella stessa Confindustria. Probabilmente anche oggi ci sono opinioni differenti. Però una cosa e’ certa: se allora fossimo riusciti a eliminare l’articolo 18, oggi non avremmo un’area di lavoro precario così vasta. Le imprese cui e’ stata negata la flessibilità in uscita, hanno dovuto costruirsela in entrata. Oggi, quei precari creati dal permanere della reintegra, grazie alla sua abolizione avranno per la prima volta la possibilità di accedere alla cittadella intoccabile dei garantiti”.

E tuttavia, nello stesso tempo, proprio Galli invita alla cautela. Il rischio da evitare, dice, non e’ quello di far arrabbiare i sindacati (che oltretutto, rispetto ai tempi di Cofferati e del Circo Massimo, hanno perso parecchio appeal), ma, piuttosto, di non avere alla fine un riscontro positivo dalle imprese. Come accadde, appunto, con la riforma Fornero: “apparentemente andò incontro alle esigenze dei produttori migliorando la formulazione dell’articolo 18, ma peggioro’ tutto il resto. Emma Marcegaglia ed io fummo violentemente accusati dai nostri associati di aver sacrificato la flessibilità in entrata in cambio di un contentino sui licenziamenti”. Probabilmente e’ per questo che, oggi, le imprese ancora non stappano lo champagne ma restano in finestra ad attendere il testo della riforma. Il warning rispetto ai contenuti della delega e’ forte: “Le parti sociali hanno buona memoria -osserva Galli- e immagino che la stessa Confindustria oggi voglia capire in che direzione si sta andando. Se per esempio si realizzasse l’ipotesi di cui si parla, cioè abolire la reintegra ma anche tutte le forme contrattuali flessibili, lasciando in campo solo le due tipologie base, a tempo indeterminato e a tempo determinato, per le imprese sarebbe un danno, e aumenterebbero disoccupazione e lavoro nero”. Le cose, dunque, vanno fatte con attenzione e gradualmente: “Credo occorra prima sperimentare il nuovo sistema con l’indennizzo al posto della reintegra, e solo dopo, quando vedremo che effettivamente funziona, intervenire a modificare le varie forme di flessibilità in entrata, utili alle imprese e alle persone”. E non solo: “Occorre calibrare con attenzione l’entità degli indennizzi che sostituiranno i licenziamenti, evitando che rappresentino un costo tale da vanificare la possibilita’ di licenziare; ma anche considerare i costi che deriveranno dalla revisione ed ampliamento degli ammortizzatori sociali, evitando che aumentino il costo del lavoro. Tanto piu’ per le piccole imprese che l’articolo 18 non l’hanno mai avuto e quindi non trarranno alcun vantaggio dalla sua abolizione”. Conclude Galli: “Sono le imprese che creano occupazione, e se le imprese dovessero dare un giudizio negativo sulla riforma, e’ difficile che quella riforma possa poi creare lavoro. Per il governo sarebbe un problema serio. Il declino di Monti iniziò proprio con la riforma del lavoro sbagliata, e con l’intervista di Emma Marcegaglia al Financial Times che la giudicava in due parole: ‘’very bad’’. Ma sono certo che Renzi ne e’ consapevole, e sapra’ evitare questo rischio”.

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Massimo Lo Cicero

L’Economia Meridionale e la BEI

Mancano i progetti imprenditoriali  e la parthership tra pubblico e privato: la BEI potrebbe concedere finanziamenti se quei progetti avessero corpo e struttura

Un Movimento oppure un partito per la rinascita del Mezzogiorno? Partiamo da un seminario su finanza ed investimenti per valutare quale sia la cosa migliore

[Published in Il Mattino and in Massimo Lo Cicero blog on 27/09/2014]

Il “Partito del Mezzogiorno” – o del Sud? – ha cercato di entrare nella discussione che si svolgeva ieri nel seminario sulla Banca Europea degli Investimenti come una leva della crescita meridionale, che possa sostenere anche l’economia italiana. Ma questo ennesimo partito sarebbe un aggiunta al sistema ridondante della politica, e della insofferenza meridionale, o dovrebbe essere solo il punto di arrivo di un movimento, di proposta e di analisi, che scuota i partiti esistenti e li costringa al cambiamento? Per la verità, su queste colonne (quelle de Il Mattino ndr), Il 15 settembre ne aveva già parlato Paolo Savona. Le risposte a questa domanda si sono incrociate, ieri, con gli argomenti, di Savona e Scannapieco, che hanno animato un confronto sui limiti della politica economica europea ed il fatto che il Mezzogiorno italiano restasse schiacciato da una bardatura istituzionale che allarga la divergenza tra le aree a bassa produttività e quelle ad alta produttività, nel vecchio continente. Nonostante la spinta che Mario Draghi ha impresso alla politica monetaria.

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Mauro Magatti

La sfida di Francesco e la necessità di una Chiesa unita

[Publishedin Corriere della Sera on 27/09/2014]

L? 11 febbraio 2013 papa Benedetto, comunicando al mondo la sua decisione di rassegnare le dimissioni, dichiarò di non avere più le forze per reggere la barca di Pietro. Eletto per effetto di quelle dimissioni, Francesco sapeva fin dall?inizio che avrebbe dovuto combattere una battaglia durissima. E che avrebbe dovuto guardarsi le spalle, persino dentro le stesse mura vaticane. Forse anche la scelta di rimanere a santa Marta, certamente espressione del desiderio di sobrietà del Pontefice, può essere interpretata come una decisione volta a togliere i tradizionali punti di riferimento a chi, sapendosi muovere felpatamente, sa tessere le proprie trame nelle stanze della Curia. Sta di fatto che, col passare del tempo, papa Francesco ha fatto capire che non è disposto a fermarsi davanti a nessuno: la buona battaglia va combattuta ovunque, anche dentro il Vaticano se serve. La giustizia deve fare il suo corso, in ogni caso. E nessuno può essere considerato colpevole prima di una condanna.

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Giorgio La Malfa

Riformare il lavoro non è la priorità

[Published in Corriere della Sera on 22/09/2014]

Caro direttore,

Sul piano strettamente economico la decisione del governo di procedere in questo momento a un’ulteriore riforma del mercato del lavoro per aumentarne la flessibilità a me sembra un errore. Anzi un errore grave che può compromettere ulteriormente una situazione economica che è già molto seria.

Non è questa solo l’opinione mia e di molti economisti. Oggi è una posizione che trova importanti convalide nelle analisi delle organizzazioni internazionali. Ha cominciato il Fondo Monetario riconoscendo che gli effetti della correzione accelerata dei conti pubblici ha avuto effetti depressivi molto forti. Ma quello che più conta è l’analisi, largamente ignorata in Italia, che ha fatto il Presidente della BCE,  Mario Draghi, in un cruciale discorso tenuto il 22 agosto scorso negli Stati Uniti.

In quel discorso Draghi ha spiegato che nella disoccupazione europea vi sono due componenti, una strutturale collegata alle condizioni di rigidità del mercato del lavoro ed una ciclica  collegata alle condizioni della domanda. Subito dopo ha detto che oggi la priorità è risollevare la domanda aggregata: “Le politiche di intervento sulla domanda  non sono giustificate soltanto dalla significativa componente ciclica della disoccupazione. Esse sono rilevanti perché, data l’incertezza che prevale in questo momento,  esse contribuiscono ad evitare il rischio che la debolezza dell’economia produca un effetto di isteresi [un circolo vizioso in cui la depressione della domanda causa una parziale distruzione della capacità produttiva  ndA].” Ed ha concluso: “Oggi […] i rischi di ‘fare troppo poco’ – e cioè il rischio che la disoccupazione divenga strutturale – sono maggiori  dei rischi ‘di fare troppo’ – cioè di determinare un’eccessiva pressione in aumento per i prezzi ed i salari.”

Se questa è la diagnosi di un autorevole economista che per di piu siede al vertice di una istituzione che è, per cosi dire, istituzionalmente conservatrice, come si può pensare che il problema di cui oggi ha bisogno l’Italia sia un’ulteriore flessibilità del mercato del lavoro? Il primo effetto della maggiore flessibilita sarebbe un ulteriore aumento della disocccupazione e un ulteriore avvitamento dell’Italia nella crisi. Il governo dovrebbe concentrare la sua attenzione sullo stimolo della domanda e lasciar stare il mercato del lavoro che la crisi di questi anni ha già reso anche troppo flessibile.

Non discuto le ragioni politiche  che possono indurre il presidente del Consiglio a ingaggiare una polemica con I sindacati. I sindacati non sono molto popolari oggi, nemmeno fra I loro aderenti, e  quindi scontrarsi con loro può creare delle simpatie nell’opinione pubblica. E il governo può averne bisogno essendo palpabile la disillusione di una parte dell’elettorato che aveva votato Renzi alle elezioni europee.  Tutto questo si capisce, ma non vorrei che la ricerca della popolarità  ci facesse fare nuovi e costosi errori.

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Paolo De Ioanna

La spending review può cambiare la Pa

[Published in Repubblica.it on 22/09/2014]

Ogni ceto burocratico incorpora e utilizza una teoria dei processi economico sociali; questa teoria, a sua volta, incorpora una scala di valori e di priorità. Tra questo ceto e i politici che operano direttamente nelle istituzioni non c’è alcuna soluzione di continuità: c’è necessariamente uno scambio continuo di esperienze, valutazioni, decisioni. La qualità delle politiche pubbliche si alimenta della qualità e della organizzazione di questo scambio. Naturalmente è opportuno che la distinzione di ruoli e responsabilità resti netta, ma si tratta di una convenzione che serve a far funzionare un sistema politico a base democratico-rappresentativa: ci deve essere la possibilità di comprendere bene, chi ha deciso, perché e sulla base di quali elementi cognitivi. Scaricare le cause della crisi sul ceto tecnico burocratico, in particolare giuridico amministrativo, non ha in sé un potere esplicativo reale. Il punto sta nel capire perché il blocco “politica-burocrazia” ha perso una visione realistica delle cose; perché si è chiuso in un arroccamento corporativo delle diverse famiglie di operatori, politici e burocratici, rendendo sterile il dibattito e lo scambio culturale. Il ventennio berlusconiano, esasperando le tecniche del confronto mediatico, ha contribuito a questa piegatura regressiva della società italiana: ma in verità le cause sono più profonde.

Una discussione sulla crisi italiana e sulle vie per uscirne in modo democratico ritengo debba prendere le mosse dall’analisi delle cause per le quali abbiamo lentamente perso una visione ed una prassi di politica industriale; le scelte di specializzazione industriale si portano appresso scelte scientifiche, culturali, di assetto del sistema educativo e territoriale, dei rapporti tra capitale e lavoro. Senza una specializzazione industriale robusta e condivisa, è difficile creare valore nella catena dell’economia globalizzata; ci siamo immessi nei flussi del mercato globale senza un’idea chiara dei nostri punti di forza e debolezza, sperando solo nella capacità adattativa dei nostri operatori, pubblici e privati. Abbiamo preferire galleggiare, pensando che la questione cruciale fosse quella della spesa pubblica e del suo controllo; questione essenziale ma del tutto strumentale rispetto all’idea di sviluppo e alla connessa strategia che si intendeva seguire. Anche una apertura ai mercati deve fare conti con una precisa idea delle filiere settoriali e tecnologiche nelle quali si ritiene di mantenere una forte specializzazione produttiva. Dagli anni ’80 le isole, molto ingombranti, delle grandi partecipazione pubbliche che facevano molta ricerca ed innovazione e spingevano la crescita sono state lasciate a se stesse e alla loro capacità di investire e difendersi da sole sui mercati globali; i governi che si sono succeduti hanno teorizzato la loro neutralità sempre e comunque; infatti le grandi partecipate pubbliche hanno fronteggiato da sole questa situazione; la macchina pubblica è stata lentamente deprivata di ogni capacità di indirizzare, soprattutto valutare e correggere le politiche industriali, che non c’erano, con l’abbandono della scuola, di università e ricerca al loro destino, quasi fossero meri utilizzatori finali di risorse pubbliche da tosare per fare cassa.

Il mezzogiorno è divenuto un non problema. Il federalismo che non c’è e i costi standard sono divenuti l’alibi verbale di una stagione di fallimenti industriali e politici. E’ in questa temperie che cresce e si sviluppa l’egemonia del ceto forense: burocrati pubblici, magistrati, professori, avvocati, membri delle Authority. Un ceto che declina il verbo della partecipazione democratica al procedimento amministrativo come la linea di modernizzazione amministrativa del sistema. In questo ceto il profilo procedurale è tutto; gli specialismi che devono coesistere e integrarsi in ogni robusta politica pubblica (trasporti, energia, ricerca, innovazione, cultura universitaria,) declinano. Le procedure sono tutto, coincidono con le politiche. Una chiave esplicativa di questo fenomeno può essere forse questa: le complicazioni procedurali e giuridiche si ampliano quando una società (e il suo gruppo dirigente) perde le coordinate del suo sviluppo. Quando perde la scheda qualitativa della domanda che viene alimentata dall’equilibrio tra il finanziamento del bilancio pubblico, l’equità percepita del prelievo e la qualità della spesa. Quest’ultima appare quindi come un peso inutile mentre tutto si risolve solo se la pressione fiscale diminuisce e libera reddito disponibile per imprenditori e lavoratori.

Questa visione è il verso di un recto della medaglia, e il recto è la debolezza strutturale di una visione di politica industriale e dello sviluppo tecnologico e infrastrutturale; è la caduta degli investimenti fissi lordi, che ha fatto da ammortizzatore per la spesa finale, allo scopo di mantenere vincoli europei di bilancio alquanto stupidi. E’ qui che si installa la dominanza di una pseudocultura giuridico- contabile che è divenuta egemone, di fatto, dentro la macchina pubblica. Come se ne esce? La revisione della spesa se ha come scopo l’innovazione strutturale delle politiche e il forte rilancio degli investimenti, in una visione chiara e una scala nitida di priorità, può essere il metodo e l’occasione per superare il federalismo senza risorse e un contabilismo fine a se stesso, senza orizzonte valutativo e senza bussola; per far avanzare il ruolo di un ceto tecnico, di specialisti delle politiche pubbliche, ai quali i giuristi offriranno solo la veste per soluzioni innovative, dentro le priorità nitidamente scelte dalla politica.

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Domenico Lombardi

I Brics sfidano i veti “fallimentari” del blocco euroamericano

Gli emergenti non vogliono un’altra Argentina e all’Onu invocano default (e salvataggi) non punitivi

[Published in IlFoglio.it on 17/09/2014]

Come anticipato su queste colonne, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha approvato una risoluzione per adottare un meccanismo multilaterale per la ristrutturazione dei debiti sovrani e facilitare la gestione delle crisi debitorie.
Per dare propulsione all’iniziativa, il prossimo 7 ottobre l’Assemblea discuterà dell’attuale crisi argentina e, la settimana seguente, il presidente della medesima Assemblea dedicherà ai contenuti di tale iniziativa un’intera sessione, con l’intervento di esperti internazionali come il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, e agenzie specializzate, tra cui il Fondo monetario internazionale. Entro fine anno, verranno decise modalità, tempi e contenuti della futura convenzione che avrà valore di trattato internazionale per le nazioni che vi aderiranno. Se effettivamente adottata, tale convenzione costituirebbe una novità assoluta nel processo di riforma del sistema finanziario internazionale per la dinamica politica che la sta gradualmente facendo emergere.

Non è inusuale per i paesi in via di sviluppo proporre meccanismi statutari che tutelino il debitore sovrano e i creditori cooperativi nella risoluzione delle crisi sovrane. Nel 1933, il Messico formulò la prima proposta del genere alla conferenza panamericana. Una simile proposta fu avanzata nuovamente durante i lavori preparatori della conferenza di Bretton Woods nel 1944. Nel 1978, l’agenzia dell’Onu Unctad riaprì il dibattito sul tema. Nella metà degli anni Novanta, l’economista di Harvard di area democratica, Jeffrey Sachs, propose che il Fmi diventasse un tribunale fallimentare per i debitori sovrani e, un decennio più tardi, la sua collega repubblicana di Stanford, Anne Krueger, collocata ai vertici del Fmi dall’Amministrazione Bush, presentò l’ultima proposta, ad oggi, per un meccanismo statutario. Quello che hanno in comune tali proposte è che sono state invariabilmente affondate sul nascere da un gruppo misto, composto sia da autorevoli paesi creditori sia da paesi debitori cooptati ma timorosi di compromettere con il loro appoggio la capacità di ricevere finanziamenti dai primi.

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Massimo Lo Cicero

I mille giorni di Renzi ed il mercato del lavoro

Non scrivete le risposte se non formulate domande puntuali

[Published on 17/09/2014 in Massimo Lo Cicero blog and in Il Mattino with the title "Lavoro e Diritti: perché sono cambiati i tempi"]

Matteo Renzi ha annunciato al Parlamento la strategia per un programma dei mille giorni. Alla Camera, nel primo dei due discorsi del premier, il lavoro è stato il primo punto all’ordine del giorno, enunciato in maniera perentoria: “al termine dei mille giorni il diritto del lavoro non potrà essere quello di oggi”. “Non c’è cosa più iniqua che dividere i cittadini tra quelli di serie A e quelli di serie B” perché deve essere superato un “mondo del lavoro basato sull’apartheid”. “Se saremo nelle convinzioni di avere tempi serrati” nei lavori parlamentari per assegnare la delega al Governo “rispetteremo” il lavoro del Parlamento “altrimenti siamo pronti anche a intervenire con misure di urgenza, perché sul lavoro non possiamo perdere anche un secondo in più “. Per concludere questa piccola summa delle opinioni del premier ”sul lavoro pronti a intervenire con decreto”. Il dado è tratto: si deve trovare una soluzione ai problemi del mercato del lavoro. Problemi che generano attriti e dislivelli nelle retribuzioni e creano squilibri nei percorsi di formazione e di apprendimento tra chi deve e vuole trovare un lavoro: ma incontra solo gli attriti ed i dislivelli retributivi tra quel lavoro che deve ottenere, in condizioni molto diverse da coloro che lavorano a tempo indeterminato e con salari e previdenza molto più alti di quelli che vivono, come dice Renzi, in una condizione di apartheid. L’intenzione di forzare la delega al Governo è evidente. Farlo in una direzione che migliori il sistema sarebbe un bene ma bisogna trovare domande adatte ad una soluzione affidabile dei problemi.

Proviamo ad indicare i nodi da sciogliere. Non per trovare le domande adatte, non siamo così presuntuosi, ma almeno per indicare i temi sui quali i parlamentari, prima, ed a legge delega approvata, dopo, i ministri ed i loro staff, dovranno trovare queste domande adatte a risposte utili e ricevibili. Da Parlamento e Sindacati, ma anche dai lavoratori singolarmente. In particolare quelli che il premier ha classificato come segregati in un regime di apartheid. Espressione azzardata, ed un pochino forzata, ma non priva di senso nella sua essenzialità.

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Rocco Cangelosi

Riforme amministrative in cambi di flessibilità

[Published in l'Unità.it on 16/09/2014]

La crisi economica attuale, iniziata nei Paesi europei già nel 2008, nata in seguito alla crisi del mercato immobiliare americano con il crollo dei cosiddetti subprime, oltre a produrre le ben note conseguenze di carattere finanziario sui bilanci pubblici dei principali Stati europei, ha dato vita, in Italia, ad un proliferare “patologico” di norme da parte di tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese dal 2008 al 2014.
La specifica patologia da cui l’ordinamento italiano è affetto è stata ben studiata da Luciano Vandelli che l’ha diffusamente esaminata nel suo arguto libro “Schizofrenia delle riforme quotidiane”.
Espressioni come “decreto salva Italia”, “decreto semplificazioni”, “decreto liberalizzazioni”, “decreto sviluppo”, “decreto del fare” sono entrate a far parte del linguaggio utilizzato sia dalla carta stampata, ma anche dalla pubblica amministrazione che oramai considera tali abbreviazioni quasi come patrimonio giuridico comune di ogni ufficio pubblico.
In realtà, ogni singolo provvedimento di legge, comunque lo si chiami, contiene al suo interno decine e in alcuni casi, centinaia di norme che, nella visione del Governo che le ha approvate, avrebbero dovuto consentire il raggiungimento dei seguenti macro obiettivi:
1 – superamento della crisi economica e rilancio dell’economia;
2 riduzione del debito pubblico e della spesa della pubblica amministrazione;
3 semplificazione e ammodernamento dell’amministrazione statale e delle sue procedure.

A distanza di sei anni dall’inizio della crisi si possono contare circa una trentina di decreti legge che sono intervenuti nei tre settori appena citati, introducendo nell’ordinamento una sovrabbondanza di norme, molte delle quali hanno obbligato la pubblica amministrazione ad intraprendere strade di direzione opposta.

I decreti contano più di mille articoli, al cui interno si possono contare decine di migliaia di norme alle quali la pubblica amministrazione è chiamata a dare concreta attuazione con il serio rischio di “ingolfare” la macchina amministrativa che non riesce a stare dietro a questi continui cambiamenti.

Tutto ciò prescindendo dalle valutazioni di come tale schizofrenia normativa abbia contribuito a modificare il ruolo del Parlamento nel decidere le soluzioni più adatte per affrontare la crisi economica, visto il sovente ricorso al “voto di fiducia” nell’approvazione dei decreti legge.

Il continuo cambiamento normativo è il miglior alibi concesso alla pubblica amministrazione per la mancata attuazione delle previsioni legislative, in quanto una collettività non si concentra sull’esecuzione delle leggi, quando, nel dibattito pubblico, sisuccedono convulsamente idee volte a rinnovare continuamente i programmi e gli obiettivi sociali mediante l’introduzione di nuove norme.

La situazione economica permane nella sua gravità ed anzi vi sono segnali di peggioramento ( specie nell’andamento della crescita o meglio sarebbe dire “decrescita” del PIL ).

I vincoli europei ( Patto di stabilità e crescita e fiscal compact ) impongono, nel frattempo.,ulteriori interventi normativi nel segno dell’austerità e della riduzione della spesa che non produrranno altro – si può essere facili profeti – che un aggravamento della recessione in corso.

In questo senso la strategia di concentrare l’attenzione sulle riforme costituzionali ed istituzionali appare finalizzata a creare le condizioni destinate ad incentivare maggiori investimenti esteri in Italia, dando, nelle relazioni internazionali, la sensazione e poi il preciso messaggio che il Paese torna ad essere attrattivo perché connotato da un ambiente istituzionale moderno.

Nel proseguire tenacemente nell’opera di ammodernamento dell’amministrazione tuttavia occorre forse cambiare filosofia : iniziare a diffidare delle norme per affidarsi maggiormente alla buona amministrazione, alla concreta attività di esecuzione delle leggi, al “far arrivare i treni in orario”; in ciò aiuterebbe l’effettiva restaurazione di principi gerarchici e meritocratici troppo spesso disattesi.

Una democrazia decidente si accompagna necessariamente ad una capacità dell’amministrazione di concludere in propri procedimenti con decisioni effettive e ben istruite.

Qualche spunto viene anche dall’esperienza americana: Cass Sunstein, lo zar della regolazione degli Stati Uniti, descrive, nel suo ultimo libro intitolato “Semplice. L’arte di governo nel terzo millennio”, la sua esperienza di consigliere del Presidente Obama, che gli affida la mission di vigilanza sulla effettiva necessità di nuove norme, alla luce della quale gli viene consentito di interdire l’iniziativa diretta ad introdurre nuove leggi di qualsiasi agente pubblico.

La continua decretazione d’urgenza in Italia va in senso diverso dando luogo ad un diluvio normativo senza pari ed i risultati in termini di indicatori di efficienza amministrativa sembrano decisamente divergenti ( in peggio ) rispetto alla media OCSE e ciò va detto anche senza nutrire eccessiva fiducia nella valutazione economica ( mai ideologicamente neutrale ) delle politiche pubbliche fatta dalle agencies internazionali ( che hanno talvolta sgovernato il mondo globale).

La Corte Costituzionale fa quel che può per arginare il fenomeno ( ed i moniti del Presidente della Repubblica sono il spesso richiamati dalla giurisprudenza della Consulta ) ma è evidente che ci vuole un più forte senso di autolimite dei Governi per cambiare strada.

In questa direzione la riforma della pubblica amministrazione proposta dal Ministro Madia va valutata nella sua effettiva portata : essa mira per la prima volta da lungo tempo al ricambio generazionale, si propone di contrastare la corruzione, si propone di semplificare l’amministrazione.

I primi due obiettivi sono chiari e speriamo conseguibili con gli strumenti messi in campo che sono quelli realisticamente attivabili, il terzo obiettivo è più difficile perché è più vago se non si riflette sul tema dell’anima da restituire all’amministrazione pubblica.

Tale anima si è persa da tempo : essa risiedeva nel provvedimento amministrativo autoritativo che ormai attualmente riguarda solo una minima parte delle attività amministrative e difficilmente potrà ritrovarsi negli strumenti di diritto privato quali conosciuti nell’amministrazione negoziata ( spesso fonte di ritardi e di corruzione ).

Forse occorrerà chiedersi cosa riservare alla decisione autoritativa ( interessi pubblici eminenti o indisponibili quali la tutela del paesaggio, dell’ambiente e l’area del comune ) e cosa alla negoziazione ( la restante parte del governo dell’economia ).

Le misure economiche progettate – oggetto del decreto competitività – sono parziali ma condivisibili : agevolazioni alle imprese per l’acquisto di macchinari; riduzioni della bolletta elettrica per le imprese, misure di settore a favore dell’ agricoltura e dell’ambiente.  Anche qui, sullo sfondo , ci sono le riforme che tardano a venire : a parte la riforma del mercato del lavoro oggetto di un disegno di legge delega già pendente in Parlamento occorrerà metter mano alla riforma del welfare ( anche per realizzare la spending review più incisiva ) e ciò significa pensioni e sanità.

La spinta riformista del governo Renzi si e’ per il momento concentrata sull’ apparato pubblico statuale, procedendo a colpi di decreti senza considerare ponderatamente tutti gli aspetti implicati dalle scelte urgenti, a partire dai costi e dalla funzionalità della macchina amministrativa . Ne consegue che il governo dispone adesso di uno strumento – la pubblica amministrazione-che rischia di divenire più demotivato dall’incertezza normativa, ed in definitiva meno efficiente se non più costoso.

La riforma amministrativa troverà un più compiuto assetto ed una organica sistemazione nei decreti legislativi attuativi della legge delega già presentata alle Camere dal Ministro Madia?

A partire dall’autunno il Governo si concentrerà sull’economia.  Ci ascolterà l’Europa ? A ben vedere le riforme avviate su il Senato e la legge elettorale non hanno destato grande interesse in Europa: il Financial Times le ha definite riforme per la vetrina. Il commissario Katainen responsabile per gli affari economici e monetari ha detto chiaramente che le riforme devono essere attuate e non semplicemente annunciate. Il giudizio della stampa e dell’opinione pubblica internazionale e’ probabilmente eccessivamente severo, ma il richiamo di Draghi ai paesi che non hanno la capacita’ di riformarsi ,con l’invito a trasferire la loro sovranita’ a Bruxelles, e’ indicativo di un sentimento sempre più diffuso nei confronti del nostro paese,considerato l’anello debole dell’eurozona.

Va inoltre considerato che il blocco politico e sociale che si e’ formato dopo le elezioni recenti del Parlamento europeo con una Grosse Koalition che abbraccia popolari socialisti liberali, non si discosta molto dalle politiche di austerità fin qui seguite. D’altra parte la nuova Commissione europea recentemente varata segna la vittoria del duo Junker/Merkel e dei popolari europei che sia in Commissione, sia nel Consiglio europeo, si aggiudicano il maggior numero di posizioni e anche le più importanti.

Significativo è stato il recente Consiglio Ecofin, che ha fatto emergere chiaramente le difficoltà‘,alle quali si troverà confrontato il Governo Renzi, se non darà‘ segnali concreti nell’attuazione delle riforme che interessano all’Europa.Ne’ si può fare affidamento soltanto sulle recenti misure varate dalla BCE (riduzione del tasso di sconto ai minimi storici, acquisto ABS,LTTRO etc), volte a ridare fiato all”economia riportando il tasso di inflazione e il cambio euro/dollaro a dei livelli accettabili.

Pensare che il miglior uso della flessibilità contenuta nella normativa comunitaria esistente,possa condurre a dei cambiamenti radicali e’ puramente illusorio.  Occorrono proposte per una nuova politica economica europea accompagnate da quei cambiamenti strutturali necessari in un paese come il nostro, ma che tardano a venire perché gli obbiettivi primari della politica sono concentrati altrove e riguardano adesso la nuova legge elettorale.

Per quanto sacrosanto sia il conseguimento di questi obiettivi non introduce agli occhi dei nostri partners europei quei cambiamenti sostanziali suscettibili di assicurare un sistema normativo più efficiente, un sistema fiscale più equo e con una ridotta pressione su lavoro e imprese, un mercato del lavoro più aperto, un’ industria più competitiva, grazie alle liberalizzazioni auspicate. Il governo italiano non e’ stato finora in grado di declinare a Bruxelles cosa intenda per un migliore uso della flessibilità, dando l’impressione di ricercare soluzioni di comodo per rinviare nel tempo il rispetto degli impegni assunti. E anche qui entra in gioco la qualità delle norme e la riflessione necessaria sulle modalità della loro adozione . Si pensi al fiscal compact e agli impegni di bilancio introdotti in costituzione, senza valutare la sostenibilità dei vincoli assunti nel presupposto di una crescita del PIL e del tasso di inflazione che fanno invece registrare un allarmante diminuzione.

* Rocco Cangelosigià consigliere del presidente della Repubblica

*Giancarlo Montedoro, consigliere giuridico del presidente della Repubblica

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Gustavo Piga

Il Fiscal Disfact? Le ragioni del referendum

[Published in Il Fatto Quotidiano on September 16th, 2014]

L’ottusa austerità imperante oggi in Italia ha una causa, ha un colpevole, dal nome e volto ben riconoscibile.  Qualcuno lo chiama formalmente Fiscal Compact, io lo chiamo “il Fiscal Disfact”. Non è mera ironia: “disfact” richiama disfatta, ricorda il verbo “disfare”, disfare quanto costruito in questi 60 anni di pace post-bellica europea, mettendo a rischio (ogni giorno che passa sempre di più) la coesione all’interno dei singoli Paesi e tra Paesi dell’area euro.

E’ per questo che contro di esso, nella sua versione importata nell’ordinamento italiano, la legge 243 del 24 dicembre 2012, abbiamo promosso quattro quesiti referendari per i quali stiamo terminando di raccogliere le firme, entro il 30 settembre, in tutte le piazze d’Italia (il sito del Comitato Promotore è su www.referendumstopausterita.it). Un referendum per l’Europa dell’euro, ma anche per un’altra Europa: non a caso il logo della nostra iniziativa ha i colori blu e gialli della bandiera europea ma anche il motto “Stop Austerità”. Sono quattro quesiti che se la prendono con quelle parti – austere anch’esse – della legge 243 che sono state aggiunte in più dal Governo Monti rispetto a quanto l’Europa richiedeva di recepire, e quindi non suscettibili di accusa di impossibilità ad essere oggetto di referendum. Sono quattro quesiti contro gli eccessi di zelo dei Governi italiani, sussiegosi verso la Germania che, quando ad esempio la norma europea ci permette di raggiungere a regime lo 0,5% di deficit strutturale su PIL ci porta,  in un impeto masochistico senza pari, ad aggiungere la parola “almeno”, facendolo diventare “almeno  lo 0,5%”, così tarpando le ali alla ripresa delle aspettative e dell’economia. Uno dei quesiti mira dunque ad eliminare la parola “almeno” dalla legge, obbligandoci a raggiungere lo 0,5% di deficit e non lo zero.

Se dunque certamente l’effetto dell’azione del Comitato Promotore del Referendum non è quello di mirare direttamente al Trattato Internazionale, non vi è dubbio che la nostra azione è comunque volta ad avviare in tutto il Paese ed in tutto il continente europeo per la prima volta un dibattito aperto e democratico sulle ragioni della ottusa austerità che il Fiscal Compact impone senza se e senza ma. Non sarà infatti sfuggita ai più la data di approvazione della 243: la vigilia di Natale 2012, a conferma della rapidità e della segretezza con cui la norma fu approvata dal nostro Parlamento, quasi all’unanimità e senza alcun dibattito all’interno del Paese.

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Leonardo Becchetti

Soldi ai partiti e peso delle lobby
[Published in Avvenire.it on 16/09/2014] Colpisce il silenzio disattento (o interessato?) sulle insidie della nuova legge sul finanziamento dei partiti. Eppure l’approfondita inchiesta a puntate sviluppata sulle pagine di questo giornale le sta mettendo inesorabilmente in luce. Dopo la cornucopia degli anni passati che ha portato troppi soldi pubblici nelle casse dei partiti, la crisi del debito e la pressione dell’opinione pubblica (la cui volontà per l’abolizione del finanziamento pubblico si era chiaramente manifestata anche in un referendum) hanno favorito una graduale riduzione di quei contributi che, con la nuova legge (la n.13 del 21 febbraio 2014), sono destinati a diminuire fino a sparire nel 2017 per essere sostituiti dalla donazione volontaria del 2 per mille dell’Irpef da parte dei contribuenti. Si stima che, stante l’attuale clima “anticasta”, solo poco più della metà degli iscritti ai partiti donerà. Il canale delle donazioni di privati previsto dalla legge diventa dunque sempre più importante. E, come “Avvenire” ha dettagliatamente spiegato, da questo punto di vista, le nome prevedono un tetto massimo di 100mila euro per ciascuna donazione (facilmente aggirabile con donazioni multiple) e, sorprendentemente, si distrae sul problema della trasparenza e della pubblicità, stabilendo che i contributori non hanno l’obbligo di rivelare la propria identità a meno che non intendano usufruire della deducibilità fiscale del contributo. Questo dettaglio fondamentale della nuova normativa è in totale controtendenza rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in diversi Paesi europei come Austria e Germania dove esiste l’obbligo di trasparenza sopra i 50 dollari, sterline o euro. Alcune recenti evidenze dagli Stati Uniti (dove pure l’obbligo di pubblicità esiste e le organizzazioni della società civile sono molto attive nel monitorare i comportamenti dei parlamentari) dimostrano che il predominio del finanziamento privato produce effetti indesiderati. In un recente lavoro pubblicato su una delle maggiori riviste scientifiche di economia (il Journal of Economic Perspectives) nel 2013 Adam Bonica Nolan McCarty, Keit. Poole e Howard Rosenthal si pongono una domanda molto interessante: perché la democrazia non ha rallentato il crescere delle diseguaglianze? («why democracy hasn’t slowed rising inequality?»). La sostanza della loro rigorosa analisi empirica è sintetizzata in un dato. Il 40% dei contributi elettorali nelle elezioni federali americane proveniva nel 2012 da un’esigua minoranza (l’uno per diecimila dei più ricchi) con effetti e influenze sull’attività politica degli eletti che possiamo immaginare. Nel 1980 la stessa quota era inferiore al 10%. L’enorme e crescente concentrazione del finanziamento dei politici nelle mani di una ristretta élite dei più ricchi di fatto altera la regola democratica (una persona/un voto) orientando il sistema elettorale verso la regola delle società per azioni dove i voti si pesano in base alla ricchezza posseduta e riportandoci di fatto verso un modello di voto di censo. E allo stesso tempo è possibile ritenere che la stessa capacità di influenzare l’agone politico si sia riversata sul fronte culturale favorendo la diffusione di ideologie come quelle per cui «la diseguaglianza favorisce la crescita» e della «ricaduta benevolente» sulla quale anche l’Evangelii Gaudium di Papa Francesco interviene in modo piuttosto critico.
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Leonardo Becchetti

La rottura del Fiscal Compact e i futuro dell’UE

[Published in La Felicità Sostenibile blog on September 14th, 2014] Renzi ha comunicato che l’Italia non rispetterà i Fiscal Compact con la prossima legge di bilancio. Non ridurrà il deficit e resterà soltanto sotto il 3%. Liberando risorse da utilizzare per stimolare la crescita. La ratio è che il perseguimento della politica del rigore renderebbe ancora pià grave la crisi di deflazione e stagnazione peggiorando la situazione debitoria. E che i primi a violare le regole sono i partner europei e in particolare la Bce che ha fallito nell’obiettivo di garantire un livello di inflazione prossimo al 2 percento evitando la caduta in deflazione. E la Germania stessa che accumula surplus superiori al 6% senza pagare dazio e senza minimamente proporsi di correggere lo squilibrio. Quanto alle politiche fiscali espansive di Juncker esse restano solo una promessa all’orizzonte ancora lontana dal realizzarsi. La violazione del patto è semplicemente comunicata ai partner così come è stato per la Francia che ha spostato l’onere dell’aggiustamento al 2017. La sfida alla Germania e ai paesi rigoristi del nord è lanciata. All’orizzonte due possibilità. Una ricomposizione di compromesso dell’eurozona su politiche monetarie e fiscali diverse e lontane dal rigore. Oppure il progressivo approfondimento del contrasto fino alla creazione pilotata di due diverse aree monetarie a Sud e a Nord dell’area euro. La mia soluzione ottimale è sempre la stessa. Vale la pena sopportare i costi dell’euro solo se è possibile sfruttare al massimo il suo potenziale co una politica di ristrutturazione dei debiti coperta dall’ombrello della BCE con acquisto dei titoli sul mercato e conversione in titoli senza tasso d’interesse ripagati da ciascun stato con le risorse da signoraggio (progetto PADRE). Con effetti benefici su deflazione e tasso di cambio. E solo se le politiche fiscali UE cambiano verso e si costruisce un sistema simmetrico di aggiustamento degli squilibri delle bilancie dei pagamenti. E’ inoltre necessario un processo di armonizzazione fiscale perchè la moneta unica tra paesi membri che al loro interno hanno differenze così marcate e persino paradisi fiscali non è sostenibile.


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Gustavo Piga

Il trucco dei conti europei: pagano solo le popolazioni, non i colpevoli

[Published in Gustavo Piga blog on 07/09/2014]
Da Repubblica, pagina 2, tanto per non dimenticare, si cita Barroso a Cernobbio:
Qui si accusa la Grecia di aver truccato i conti, ma a bloccare i controlli di Eurostat fu proprio la Germania perché non si voleva che si svelassero i suoi, di segreti contabili“. Al di là di ammirare il coraggio veramente leonino di Barroso che rivela segreti una volta fuori dalla Commissione europea da lui presieduta fino a qualche giorno fa, sarebbe facile ricordargli come, essendo stato Presidente dal 2004, avrebbe potuto tranquillamente forzare Eurostat lui stesso a effettuare i controlli sui derivati del Tesoro greco con Goldman Sachs, che scoppiarono in faccia all’Europa solo nel 2010. La verità è che quando il mio libro sui derivati dei governi uscì (lo trovate su questo sito), nel 2001, denunciando le transazioni via derivati dei Tesori europei per imbellettare i conti pubblici, si sarebbe già potuto mettere fine a questa pantomima, risparmiando all’Europa molta parte dell’austerità che Draghi (a torto) ritiene sia stata necessaria per chetare i mercati finanziari. Sarebbe interessante se Barroso sostanziasse e tirasse fuori le prove di quanto sostiene, ma non avverrà perché probabilmente coinvolgerebbe ancora oggi una fetta troppo grande di chi è al potere in Europa. La verità di Barroso, per quanto ipocrita, serve tuttavia a confermare per l’ennesima volta l’assenza di una componente “morale” di questa crisi, con i buoni da una parte, i tedeschi, ed i cattivi dall’altra, l’area Sud dell’euro. L’avevamo detto in occasione delle rivelazione sugli acquisti greci dei sottomarini tedeschi, lo ribadiamo ora. L’immoralità è stata bi-partisan, certamente, ma ha riguardato i dipendenti e i dirigenti delle tre istituzioni preposte al controllo dei conti europei (BCE, CE, Eurostat) nonché i diversi politici coinvolti, assieme alle banche d’affari che si lanciarono allegramente e senza scrupoli nel business dei derivati. La loro scriteriata dissennatezza ha causato sofferenza e miseria in tante famiglie, del Sud e anche del Nord d’Europa. Non pagheranno per questo, ma ricordiamolo.

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Nicola Rossi

In difesa (del ruolo) degli economisti

[Published on Aspenia, no. 66/2014 on September 6th, 2014]

Ora ci è messa anche Angela Merkel che solo qualche settimana fa, davanti a 18 premi Nobel, si è chiesta come mai la scienza economica si fosse rivelata incapace di anticipare, prima, e comprendere, dopo, la crisi dell’area dell’euro. Prima di lei sono passati alla storia l’accostamento – dovuto a Papa Benedetto XVI – di “maghi ed economisti” e la domanda rivolta dalla Regina Elisabetta, pochi mesi dopo lo scoppio della crisi, agli economisti della London School of Economics: “Why did no one see it coming?”. Ma forse sarebbe dovuta passare alla storia soprattutto la risposta offerta in quella occasione dagli economisti britannici: la responsabilità andava ricercata, secondo alcuni di loro, nella “failure of the collective imagination of many bright people”. Una risposta, per la sua ovvietà, in sé indice di una discreta mancanza di immaginazione.

Sarebbe assai poco interessante negare l’evidenza e consentire alla scienza economica di nascondersi dietro i volti di coloro i quali – e non sono affatto mancati – in realtà avevano segnalato per tempo quel che stava arrivando. La realtà è purtroppo assai più prosaica: gli economisti utilizzano strumenti altamente imperfetti per interpretare una realtà a volte tutt’altro che stabile nelle sue relazioni di fondo. Operano, per usare una metafora, parzialmente bendati e con coltelli da cucina un paziente perfettamente sveglio e assolutamente reattivo. Il che, se si tratta di intervenire su un alluce valgo, può non essere un gran problema (e anche qui ci sarebbe da discutere …), ma lo diventa eccome quando le cose si fanno più serie.

Ci sfugge – nel senso che non la si trova nella cassetta degli attrezzi di ogni economista – la dinamica del processo che genera squilibri che si rivelano nel tempo insostenibili e, in particolare, il ruolo che in questa dinamica giocano il credito e la finanza. Non che manchi chi, in modi e tempi diversi, ha analizzato quella dinamica e quel processo ma la realtà è che processi tendenzialmente insostenibili non fanno parte del bagaglio quotidiano degli economisti.

E’ straordinariamente istruttivo il fatto che nel loro lavoro quotidiano gli economisti abbiano sostanzialmente dimenticato che le banche centrali nascono per gestire la fiducia ed il suo opposto, il panico. E non solo (e forse non tanto) per contribuire ad attenuare l’andamento del ciclo economico. Non è straordinario che si usi il termine “non convenzionale” per indicare quelle politiche che più direttamente richiamano i momenti fondativi di tante banche centrali occidentali?

Ci sfugge – anche qui, non a tutti -  il fatto che quando il sistema economico è sottoposto a tensioni rilevanti, la sua stessa struttura ne è significativamente influenzata e, di conseguenza, le relazioni interne al sistema su cui gli economisti poggiano le loro valutazioni possono esserne alterate tanto da indurre significativamente in errore.

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Massimo Lo Cicero

Mario Draghi: Apollo od Ulisse?

Le due strade della forward guidance La coerenza dei comportamenti, che puoi controllare, e la persuasione morale che puoi trasferire agli altri attori del sistema [Published in Massimo Lo Cicero blog on September 5th, 2014 and in Il Mattino on September 5th with the title "Draghi coraggio: tassi allo 0,05%] Mario Draghi ha utilizzato fino in fondo gli strumenti di cui può e deve disporre: il controllo della dinamica, positiva o negativa, dei prezzi; la politica monetaria ed i suoi effetti sui comportamenti delle banche, che devono concedere credito alle imprese e sottoscrivere titoli del debito pubblico, in adeguate proporzioni. I problemi che Draghi ha affrontato sono tre: gestire la relazione tra merci, moneta e prezzi; supportare con la politica monetaria una potenziale espansione del credito da parte delle banche, riducendo i tassi e rendendo liquido il sistema bancario; agire con coerenza sugli sviluppi dei programmi che aveva annunciato. Ha messo la sua faccia sulla opzione di una espansione che possa ribaltare la crisi ed ha fatto quello che aveva detto di saper fare, con grande tempestività. E lo ha fatto perché era sul punto limite di rottura: quello nel quale la deflazione diventa recessione e l’economia si avvita su se stessa. L’inflazione è una crescita generale dei prezzi e la deflazione è una caduta generale dei prezzi. Ma le merci sono molte ed ognuna di esse ha un prezzo. Nella deflazione, come nell’inflazione, non tutti i prezzi si modificano al medesimo ritmo. Quindi si modificano i prezzi relativi delle merci: se aumentano le tariffe sui servizi, diminuiscono i prezzi degli alimentari ed aumentano le tasse; si riduce il reddito delle persone e c’è un modifica della struttura relativa dei prezzi. Le famiglie, vista la pressione fiscale e la crescita delle tariffe sui servizi, comprano alimentari e pagano l’affitto, quando ci riescono. Anche fossero fermi i prezzi dell’abbigliamento,  o si riducessero meno degli alimentari, non ci sarebbe capacità di spesa per insufficienza del redditi falciati dalle tasse. In questo scenario, di prolungata mancata inflazione, serve una spinta per rimettere in moto la relazione tra redditi e spese delle famiglie. Si deve riprendere la domanda effettiva, le scorte si assottigliano, grazie alla ripresa dei consumi, e le imprese riprendono a produrre: a condizione che le banche finanzino nuovi investimenti. Draghi ha ridotto ulteriormente i tassi di interesse, portandoli ad un livello prossimo allo zero e, nel caso estremo, sotto lo zero: se le banche, alle quali la BCE concederà mezzi monetari, non li utilizzeranno per finanziare le imprese, quelle banche dovranno pagare un tasso di interesse, una penalità, alla BCE per non aver creato credito con i mezzi ricevuti dalla banca centrale. La scelta di Draghi per una possente espansione della politica monetaria, attraverso i tassi ridotti e la creazione di strumenti non convenzionali per rendere liquide le banche, è necessaria per supportare la crescita ma non è ancora sufficiente. Serve anche una scossa che riaccenda la fiducia nelle imprese, e crei nuovi progetti di investimento, e serve una riconversione radicale dei bilanci pubblici: tagli alla spesa corrente, tagli alle tasse, avvio di progetti infrastrutturali che riducano la produttività media del sistema europeo e siano, anche una sponda di domanda effettiva per le imprese. Nel suo discorso a Jackson Hole, del 22 agosto, Draghi ha individuato un sentiero stretto che i Governi dell’Unione Europea dovrebbero e potrebbero praticare: trasformare la politica fiscale riducendo spese correnti e tasse; riqualificare la politica degli investimenti pubblici utilizzando anche la Banca Europea degli Investimenti ed i Fondi Europei, conferiti dagli Stati, per creare nuove infrastrutture. Ieri, nella conferenza stampa che segue la riunione del Comitato Direttivo della banca, ha indicato, ancora una volta, come la politica fiscale dei Governi debba collocarsi in parallelo con la politica monetaria della BCE. La politica monetaria ha un indirizzo strategico, si muove lungo una prospettiva di lungo termine (forward guidance). Nel dibattito mondiale questa prospettiva strategica viene contesa da due metafore: Apollo ed Ulisse. La prospettiva Omerica (Ulisse) definisce un percorso ma chi lo ha progettato si impegna a realizzarlo. Questo è il caso di Draghi. La prospettiva delfica (Apollo) indica quello che potrebbe essere il futuro ma è molto meno vincolante e stringente per colui che ne ha descritto lo scenario potenziale. E questo è il caso delle agenzie di rating che spiegano come credano che debba andare il futuro delle organizzazioni che osservano! Draghi ha assicurato all’Unione Europea una strada possibile per avviare la ripresa della crescita e sostiene con la sua organizzazione, ed il suo carattere, questa strada. Ma Draghi ha anche indicato una sorta di moral suasion all’Unione: scegliere politiche fiscali più idonee ed incisive e ridurre gli attriti ed i limiti degli apparati pubblici degli Stati: le mitiche riforme del mercato del lavoro e del mercato dei capitali, oltre che della pubblica amministrazione. Alleggerendo attriti e limiti, avviando una ripresa degli investimenti supportata dalla politica monetaria, la occupazione si dovrebbe espandere, grazie ai crescenti investimenti, e la disoccupazione, per converso ridursi. Mario Draghi rappresenta oggi un delicato pilastro per lo sviluppo della crescita europea: dato che sostiene l’impianto della politica monetaria, che ha progettato e sta realizzando, nonostante alcuni dei componenti del suo consiglio direttivo avrebbero fatto meno di quanto sia accaduto ed altri avrebbero fatto più di quanto sia accaduto. Ma anche perché spende la sua capacità di persuasione morale agli altri attori del sistema (politico, imprenditoriale e finanziario) cercando di ottenere le condizioni per un concerto che sia davvero capace di riattivare la crescita nel vecchio continente. Links utili http://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2014/html/sp140822.en.html Unemployment in the euro area Speech by Mario Draghi, President of the ECB, Annual central bank symposium in Jackson Hole, 22 August 2014 http://www.ecb.europa.eu/press/pressconf/2014/html/is140904.en.html Introductory statement to the press conference (with Q&A) Mario Draghi, President of the ECB, Frankfurt am Main, 4 September 2014 http://www.dallasfed.org/news/speeches/fisher/2014/fs140404.cfm Speeches by President Richard W. Fisher Forward Guidance (With Reference to Monty Python, Odysseus, Apollo, Paul Fisher, Deng Xiaoping and Mario Draghi’s Old Man) Remarks before the Asia Society Hong Kong Center Hong Kong · April 4, 2014

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Barca: l’Italia sta meglio del 2011. Ma troppe le posizioni di rendita.

[by Paolo Festuccia, published in LaStampa.it on August 17th, 2014]

Per tutte le crisi la terapia sta nella diagnosi». E per Fabrizio Barca quello che manca al Paese «è l’innovazione e una guida risoluta da parte dello Stato». Lei per primo tra i ministri di Monti sostenne che i governi tecnici sono un’eccezione, ma poi è necessario il ritorno della politica. Cosa pensa delle tesi di Draghi sulla «cessione di sovranità da parte degli stati per le riforme strutturali» e della replica del premier Renzi? «Qualunque cosa penso è chiaro che siamo in una fase di recupero del primato della politica che è la cifra, la novità di questo governo. Con l’esecutivo Monti eravamo in una fase di suprema sostituzione di sovranità nazionale. Tant’è che il nostro governo agiva sostanzialmente su una condizione di resa di fronte all’incapacità di governare il Paese. E quelle condizioni erano state sottoscritte dallo sconfitto». Cioè da Berlusconi… «E quindi al generale sconfitto che abdica, subentra un nuovo generale che applica quelle condizioni di resa». Tanti, in questi giorni, evocano il 2011: peggio oggi o allora? «L’Italia sta certamente meglio, e in misura molto rilevante lo deve al lavoro fatto dal governo Monti. Quell’azione compiuta in quella fase ha rimesso l’Italia su binari dell’autonomia nazionale. Binari sui quali marciava da quindici anni e che erano binari di crisi. Il guaio è che anche oggi l’Italia marcia su quegli stessi binari; anche se non è in una situazione di potenziale rottura come era nel novembre del 2011». Pensa che al premier Renzi, vista la situazione economica, potrà servire il soccorso azzurro? «La questione la lascerei alle raffinate tattiche del presidente del consiglio». Gli ultimi dati del Pil mostrano un’Europa con il segno meno davanti. Anche la Germania frena: come se ne esce? «L’Europa, crisi internazionali a parte, è sospesa in un assetto istituzionale instabile, insostenibile che si chiama unione monetaria senza unione fiscale. E quindi di fronte alla crisi non ha potuto assumere decisioni di bilancio significative, unitarie, generali come hanno fatto gli Stati uniti». E l’Italia? «Quello che manca sostanzialmente all’Italia da vent’anni a questa parte è l’innovazione attraverso una piena e risoluta concorrenza e una guida da parte dello Stato, nel senso di amministrazione centrale. Per prendere di petto questa situazione è indispensabile riliberare gli spiriti di creatività molto forti nel Paese, facendo saltare le posizioni di rendita che già si erano accumulate negli anni ottanta». A cosa si riferisce? «Mi riferisco alle concessioni improprie, alle privatizzazioni malfatte, alla necessità di un rafforzamento di guida dell’amministrazione centrale nei grandi lavori pubblici, nell’ ingegnerizzazione del turismo, nel governo dell’ambiente e nell’utilizzo intelligente del patrimonio culturale». Nei giorni scorsi è riesplosa la critica per l’incapacità italiana a sfruttare i fondi Ue. E il premier Renzi ha ricordato il suo «ottimo lavoro per open coesione (trasparenza totale in rete su progetti e esecuzione)». Ma questo non risolve il nodo: perché l’Italia è sotto accusa? «Open coesione a cui ha fatto riferimento Renzi è un pezzo della soluzione. Ci sono, infatti, quelli che dicono bisogna programmare meglio, fare meglio…Io dico che il problema sta nella mancanza assoluta di controllo del processo di attuazione. Non vigila lo Stato, che non fa monitoraggio, non vigilano gli enti, non ne sanno nulla i cittadini. Ora, però, il fatto stesso che i fondi strutturali siano oggetto di dure critiche è paradossalmente il segno del successo della strada di open coesione, tant’è che di tutti gli altri investimenti pubblici nulla di simile sappiamo. La risposta, dunque, è fare più di quello fatto». Lei e Renzi criticate le élite… «Ma il problema è che ne siamo parte dell’élite. Ci dicono gli studiosi di fallimento delle élite che quando le nazioni falliscono non è perché le leadership non sono capaci di cambiare, è che non vogliono cambiare perché estraggono rendite da una condizione di stallo. Quindi, ci vuole uno choc. Il mondo, infatti, non è mai uscito da un equilibrio perverso senza una rottura, un conflitto, una lotta. Per questo che ci piaccia o no in democrazia servono i partiti».


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Rainer Masera

Le quattro regole d’oro per tornare ad investire [Published in La Repubblica on June 30th, 2014] Causa primaria della lunga crisi in Europa è il crollo degli investimenti, superiore a 500 miliardi (la componente principale di riduzione del Pil) fra il 2007 e il 2013. La caduta ha interessato, pur con ampie divaricazioni, investimenti privati e pubblici in tutte le economie. La contrazione ha colpito in particolare l’Italia, incidendo pesantemente sulla produttività; anche per l’inaridirsi del credito, il rapporto investimenti/ Pil è sceso nel 2013 al 17%, il minimo dal dopoguerra come ha sottolineato il Governatore Visco. I tagli alla spesa hanno colpito pesantemente gli investimenti pubblici, con una contrazione di un terzo dal 2010. Rilancio degli investimenti e recupero di produttività e competitività sono necessari per l’Europa, soprattutto per l’Italia. Gli investimenti a sostegno della crescita e dell’occupazione sono il complemento alle riforme di struttura e il modo per trasformare l’austerità delle politiche fiscali da meccanismo perverso di aumento del rapporto debito- prodotto a strumento di risanamento delle finanze pubbliche. L’impegno della Bce a rilanciare il credito con le misure prese il 5 giugno, la ricapitalizzazione delle banche in vista dell’unione bancaria, l’apertura di nuovi canali di finanziamento tramite i mercati (che vede l’Italia all’avanguardia) fanno ritenere che il credit crunch sia in fase di superamento. Il vincolo del credito agli investimenti recede. Si può aprire una nuova fase in cui l’accumulazione privata e quella pubblica possono operare sinergicamente per rilanciare innovazione e crescita. Si pone ora la questione di un nuovo rapporto tra investimenti pubblici e privati in infrastrutture. Il problema ha dimensione europea ma rilevanza fondamentale per l’Italia. È necessario adeguare lo stock di infrastrutture che costituiscono il capitale pubblico e devono sempre più comprendere capitale privato: si tratta di costruire un nuovo intreccio fra pubblico e privato che tenga conto dei vincoli di spesa e di imposizione fiscale, senza disperdere i fondamenti dell’economia sociale di mercato. Investimenti in ricerca di base e applicata, istruzione, università, economia digitale, imprese piccole e dinamiche, tecnologie di energia pulita e rinnovabile si affiancano agli investimenti tradizionali nelle infrastrutture fisiche (trasporti, energia, tlc, trattamento dei rifiuti, cura del territorio). Gli investimenti ad alto valore aggiunto sono necessari per il rilancio. Occorre innovare i sistemi di finanziamento, utilizzando l’effetto leva dei fondi pubblici nazionali ed europei disponibili (non solo come finanziamenti diretti ma attraverso idonee forme di garanzia) con i finanziamenti privati degli investitori istituzionali, ma anche a livello retail. I nessi fra investimenti pubblici in Italia ed accumulazione di capitale produttivo, tangibile e intangibile vanno affrontati in modo radicalmente innovativo. Le istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Ocse) e la Banca d’Italia hanno evidenziato che lo stock accumulato di infrastrutture è inferiore ai flussi di spesa: per molti Paesi emergenti ma anche per l’Italia, in media solo metà degli investimenti sostenuti nel settore pubblico si traduce in accumulazione di asset produttivi a causa di inefficienze, sprechi, corruzione e criminalità organizzata. La rivoluzione del processo di accumulazione è la prima riforma in Italia, in particolare per le infrastrutture fisiche. Investe quattro fasi: 1. Valutazione ex ante dei progetti da parte di un’unità tecnica centrale (di carattere pubblico ovvero agenzia privata/pubblica) sulla base di priorità economiche e sociali tenendo conto degli effetti rete, comunque con tasso di ritorno positivo; 2. Selezione e valutazione creditizia con l’esigenza di regole certe, e attenta analisi di rischi e tempi di realizzazione; 3. Attuazione e realizzazione di procurement efficienti, con responsabilità organizzative definite, stazioni appaltanti efficaci, monitoraggio di budget, tempi ed efficacia di esecuzione, con particolare riferimento al collaudo; 4. Valutazione ex post con esame a consuntivo di costi e tempi di esecuzione rispetto a quelli stabiliti e accertamento delle cause di scostamento e di eventuali responsabilità civili e penali. Tali fasi sono operativamente distinte, ma richiedono indirizzo unitario e regia integrata. Occorre comprendere nella rivoluzione delle procedure gli investimenti delle amministrazioni centrali, di enti territoriali, di società di pubblica utilità. Un processo efficiente di accumulazione del capitale pubblico è condizione per attrarre investimenti privati, evitando il crowding-out ma favorendo il crowding-in e moltiplicando le risorse disponibili per gli investimenti a lungo termine. L’importanza dell’accumulazione efficace di capitale produttivo pubblico deve essere riconosciuta in sede europea con la revisione delle ottuse regole di bilancio del Fiscal Compact. Il governo ha riconosciuto la validità di queste argomentazioni e le sta proponendo a livello europeo. Occorre tradurre le aperture registrate in flessibilità concreta. In Italia non ci si può sottrarre dall’esigenza di intervenire simultaneamente sulle modalità del processo di accumulazione del settore pubblico per superare la critica che non siamo neanche in grado di utilizzare i Fondi strutturali europei.

http://www.formiche.net/2014/09/16/il-fatto-quotidiano-ecco-lappello-piga-anti-fiscal-compact/
 
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