Monday, December 16, 2019
 

Elogio della diversità bancaria (ed errori del decreto popolari)

di Leonardo Becchetti

Di seguito il testo integrale dell’intervento del convegno organizzato il 17/02/2015 in Senato

1. Introduzione

Non nascondiamoci dietro un dito. La riforma delle popolari (e l’idea di voler abolire il voto capitario prima in toto ora solo per banche sopra gli 8 miliardi di attivo limitando peraltro il diritto dei soci di dissentire da questa scelta con il recesso) interviene in modo brutale su uno dei punti più delicati del rapporto tra economia e democrazia. Stiamo di fatto decidendo se, in linea di principio e nei fatti, qualcuno con molti soldi, fatti non sappiamo come, può comprare sempre e comunque un’intermediario finanziario (nato magari con intenti mutualistici, solidali, cooperativi, di servizio alle imprese del territorio) e trasformarlo in quello che vuole. O se invece le comunità siano libere di darsi delle organizzazioni che perseguano quelle finalità e che competano sul mercato con altri tipi di banche, lasciando alla democrazia e alle dinamiche di mercato (e non a un decreto governativo) decidere chi prevarrà.

Inizio il mio intervento con quattro domande a cui vorrei trovare una risposta.

  1. Perché dopo la crisi del 2007 in cui sono fallite moltissime grandi banche spa nessuno ha proposto la loro conversione forzosa in banche cooperative?
  2. Se Mps e Carige sono in difficoltà perché nessuno pensa di abolire le grandi spa in Italia?
  3. Se si ritiene che alla fin fine l’abito (ovvero la forma di governance) non fa il monaco e quello che conta sono solo le persone (cosa su cui non sono completamente d’accordo come i dati descritti di seguito dimostreranno) perché il governo vuole abolire un abito?
  4. Perché in nessun paese del mondo i governi hanno partorito l’idea geniale di proibire la forma cooperativa a banche sopra gli 8 miliardi di euro di attivo (e gli esempi di banche cooperative sopra quella soglia sono numerosi come evidenzia la lista di grandi reti e banche allegata in appendice) ? Siamo noi italiani più intelligenti di tutti?

Una possibile risposta per chi come me non trova risposte sensate a questi quattro enigmi. Il governo ha voluto fare un’azione paradossale per provocare una reazione ragionata del mondo cooperativo e popolare. Una tesi in senso hegeliano che produce la reazione di un’antitesi e porta ad una sintesi ragionevole. Se così è sarò il primo a stringere metaforicamente la mano a Renzi e al governatore Visco. Se invece non è così e credono veramente nella tesi mantengo i quattro quesiti aspettando risposta.

A queste 4 domande ne aggiungo una quinta posta da Minoli nella sua intervista sul Sole24 Ore a Padoan: ”perché la Merkel ha difeso il suo sistema di banche popolari e noi no ?” La risposta (un po’ “asimmetrica”) di Padoan è stata: le banche popolari tedesche erano più in difficoltà delle nostre, le nostre sono più sane e la Merkel è intervenuta per difenderle e ricapitalizzarle.” Ne deduco che la sensibilità politica per un mondo fatto di milioni di soci (1.199.096 soci per il credito cooperativo e più di un milione di soci delle banche popolari) è maggiore in Germania che in Italia.

Tutto quello che segue è documentato da una vasta bibliografia che vi allego. Parto dalla letteratura teorica che ricorda che una banca a voto capitario ha una differenza sostanziale rispetto ad una banca spa. Il principio non è quello della massimizzazione del valore dell’azionista. La banca a voto capitario si propone di massimizzare la torta del valore aggiunto (il vero contributo creativo di un’impresa all’economia in termini di benessere economico) e di ripartirla poi in modo equo tra gli stakeholders (depositanti, soci, lavoratori, comunità locali). La banca spa invece si propone di massimizzare la fetta (degli azionisti) e non la torta. E siccome la dimensione di depositanti, soci, lavoratori e membri di comunità locale è più importante per la stragrande maggioranza di tutti noi di quella di azionisti (spesso piccoli e maltrattati) la banca a voto capitario e cooperativa produce tendenzialmente più benessere di quella spa.

La teoria ci ricorda anche che, sempre per le sue caratteristiche strutturalmente diverse, la banca a voto capitario riduce il conflitto d’interessi tra azionista e risparmiatore. Il primo ha responsabilità limitata e partecipa ai profitti mentre il secondo è sostanzialmente interessato a che la banca non subisca perdite o fallisca. Le banche spa più sbilanciate verso l’azionista tendono dunque a scegliere strategie più rischiose e ad aumentare se possono i margini di rendimento a vantaggio degli azionisti. Le banche cooperative sono più propense a trasferire parte del loro surplus ai clienti.

Da un punto di vista “darwininiano” il mercato non ha affatto decretato la scomparsa del movimento cooperativo dopo 150 anni ma ne ha invece visto la fioritura. Le banche di credito cooperativo sono un intermediario chiave nel sistema bancario con 3700 banche, 56 milioni di membri e 215 milioni di clienti in tutto il mondo. Le banche a voto capitario rappresentano il 60 percento degli sportelli in Francia, quasi il 50 percento in Germania e Canada, il 40 percento in Olanda e Austria (e circa il 39 percento in Italia). Una lista non esaustiva di principali istituti e ssociazioni di categoria più importanti nel mondo è allegata in Appendice.

2. Gli errori del decreto popolari

Indico di seguito i 12 motivi per i quali il decreto di conversione forzosa delle popolari in spa è un errore. Non dimenticando che in una delle pagine più oscure della storia di questo paese si voleva fare di più cancellando l’intero sistema della cooperazione bancaria (BCC e piccole popolari incluse)

1) Dimensione delle banche e credito. Ci sono troppi banchieri e poco credito ha detto il premier facendo capire che con meno banchieri (o meglio nel nostro caso togliendo dalla contesa i banchieri mutualistici e cooperativi) il credito aumenta. I dati dicono esattamente il contrario. La maggiore banca dati mondiale disponibile – Bankscope – raccoglie e offre 140.660 “osservazioni” per il periodo che va dal 1998 al 2010. E i dati indicano che le banche cooperative – che seguono la regola una persona-un voto che il Governo Renzi vorrebbe abolire – pur mediamente più piccole di quelle non cooperative, hanno un rapporto tra credito e totale degli attivi mediamente superiore di 5-7 punti percentuali rispetto alle altre banche. In Italia, la differenza è più marcata e pari a 16 punti percentuali. Guardando al sottoinsieme delle popolari, secondo i dati rilasciati dalla CGIA di Mestre e ripresi da Vita nell’arco di tempo che va dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le Popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 15,4 per cento; diversamente, quelle sotto forma di Spa e gli istituti di credito cooperativo hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 4,9 e del 2,2 per cento. Lo stesso trend negativo è stato registrato anche dalle banche estere presenti nel nostro Paese: sempre tra il 2011 e il 2013, i prestiti sono diminuiti del 3,1 per cento. Non è un caso che alcuni degli editoriali più critici (vedasi quello di Marco Onado) siano venuti dalla prima pagina del Sole 24 ore, quotidiano che più ha a cuore il destino del nostro sistema industriale e del credito che esso può ricevere dalle banche. La letteratura empirica conferma la significatività di queste evidenze dimostrando che l’offerta di credito delle banche cooperative è meno prociclica, cioè alimenta di meno i boom creditizi, che fomentano le bolle finanziarie, e fanno mancare di meno il credito nelle fasi di crisi (Ferri et al., 2014b); nelle popolari, a prescindere dalla dimensione della singola banca, ciò dipende dalla vocazione al relationship banking, il modello più adatto a prestare a piccole imprese e famiglie (De Bruyn e Ferri, 2005; 2009).

2) Rischio. Il decreto popolari desta forti perplessità nella forma e nella sostanza perché muove in direzione contraria a quanto suggerito da una parte importante della letteratura bancaria negli ultimi anni. Tale letteratura non identifica alcuna correlazione tra rischiosità di una banca e voto capitario e tra capitalizzazione di una banca e voto capitario. Come è noto la maggiore o minore rischiosità di una banca dipende da fattori quali volatilità degli utili, diversificazione del portafoglio crediti, stabilità della raccolta fondi, facilità di reperire capitali in momenti di crisi, leva bancaria cruda. Su molti di questi indicatori le banche a voto capitario non fanno affatto peggio delle banche spa. In termini di volatilità degli utili è notorio che le banche a voto capitario fanno molto meglio e ciò è la diretta conseguenza di quel ridotto conflitto d’interesse tra azionisti e soci di cui ho parlato in introduzione. Sempre i dati Bankscope (140.660 osservazioni banca-anno) ci dicono che nel periodo 1998-2010 la deviazione standard del ROA è più di 4 volte maggiore per le banche non cooperative e la deviazione standard del ROE doppia. Anche in termini intertemporali la volatilità di ROA e ROE delle banche non coperative resta di gran lunga superiore confermando risultati consolidati in letteratura. Hesse e Cihák (2007) all’FMI e International Labour Office (2013) rilevano la maggiore stabilità delle banche cooperative nel confronto internazionale, cosa che in Italia vale per le popolari (Bongini e Ferri, 2007); per l’Europa, Ferri et al. (2013 e 2014a) mostrano, rispettivamente, che le banche cooperative né prima né con la crisi performano peggio delle spa e che dal 2007 Fitch e Moody’s hanno ridotto i rating alle cooperative meno che alle spa; De Jonghe e Öztekin (2015) trovano che, nonostante il minore accesso ai capitali esterni, la capitalizzazione delle banche cooperative non è inferiore alle spa. E mantenere la diversità nelle forme organizzative (cioè la coesistenza di banche for-profit e banche orientate ai soci) è cruciale a preservare servizi finanziari ben funzionanti e inclusivi (Bülbül et al., 2013; Michie e Oughton 2013). Un lavoro molto interessante recente è quello di Ayadi et al (2014) che identificano quattro tipologie di banche (investment, wholesale, diversified retail, focused retail). Le banche a voto capitario prevalgono nel secondo e terzo modello che sono significativamente meno rischiosi sotto quasi tutti gli indicatori considerati sopra. Dovrebbe preoccupare da questo punto di vista il fatto che i regolatori europei abbiano costruito gli stress test guardando solo ai coefficienti di patrimonializzazione. Un autorevole collega come Marco Pagano membro dell’Advisory Scientific Committee dello European Systemic Risk Board in audizione presso la commissione europea ha sottolineato come le grandi banche spa “abbelliscano” (“tweak”) i loro coefficienti di patrimonializzazione con ampio uso di obbligazioni ibride, meccanismi di rating interno e cartolarizzazioni con derivati del credito. Sottolineando come la correlazione tra coefficienti di patrimonializzazione “abbelliti” e leva cruda sia del tuto sparita, con alcune grandi banche sono tornate ad avere rapporti tra debito e capitale proprio (fino a 50) superiore ai livelli pre-crisi che erano a attorno a 30 per le quattro grandi banche d’affari americane.

3) Stress test. Qualcuno ha sollevato il problema di una possibile criticità delle banche popolari che avrebbero passato con difficoltà gli stress test di Bruxelles. Ma commentatori autorevoli favorevoli al provvedimento (vedasi Salvatore Bragantini su CorSera) si sono affrettati a dire che i grassi buffer di capitale proprio delle grandi popolari potranno essere utili per risolvere le crisi di capitale di alcune grandi spa in crisi come Carige e MPS. Le cose paiono dunque stare proprio al contrario e si elimina dal mercato la specie di relativamente maggior successo per salvare alcuni esponenti di quella in difficoltà. Alcune banche popolari e la banca di sistema del credito cooperativo (ICCREA) hanno passato con risultati eccellenti gli stress test. Se e laddove ci sono criticità si risolvono come si è sempre fatto sollecitando aumenti di capitale o nei casi più difficili aggregazioni ad hoc (cosa che il sistema popolare-cooperativo fa da sempre da sè rendendo numerosità degli istituti e dimensione media un fattore endogeno e dettato dai relativi successi/insuccessi di mercato). Perché gli altri paesi europei non iniziano loro a cancellare banche mutualistiche e cooperative che si tengono ben strette ? Guardando ai dati degli stress test non è affatto vero che le grandi popolari o le banche a voto capitario ne escano male. Ubi ed Iccrea passano molto bene il test e la media delle grandi popolari è leggermente migliore delle imprese della medesima classe dimensionale (una sintesi dei risultati degli stress test è descritta in un articolo pubblicato sull’Inkiesta). Giova inoltre ricordare che la capacità di capitalizzarsi anche in tempo rapido non richiede necessariamente l’abbandono del voto capitario. Dall’agosto 2014, è stata introdotta nel Testo Unico Bancario (art. 150 ter), attraverso una iniziativa legislativa promossa da Federcasse in sintonia con la Banca d’Italia e con il consenso del Parlamento, una nuova opportunità di patrimonializzazione per le BCC. Essa prevede per determinati soggetti istituzionali (Fondi di Garanzia delle BCC e Fondi Mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione) di sottoscrivere “azioni di finanziamento” per rafforzare il capitale delle BCC in caso di crisi (strumento straordinario e di carattere temporaneo). Si può fare anche per le popolari

4) La crisi finanziaria globale è stata soprattutto una crisi di grandi banche spa. E gli eventi più gravi nel nostro paese dalla crisi finanziaria in poi (e da quando Tremonti salvò i nostri maggiori gruppi passando dal valore di mercato al valore di libro per i derivati in bilancio) riguardano tutti grandi banche spa. Ciò ha portato molti osservatori autorevoli (tra cui Martin Wolff) a dubitare del fatto che una banca debba essere un’organizzazione dedita alla massimizzazione del valore per gli azionisti visto che fare credito è attività a basso rendimento ed alto rischio mentre altre sirene come quelle del trading proprietario promettono risultati a breve migliori per gli azionisti generando però maggiore rischiosità non sempre avvistabile ai radar degli indicatori contabili. E’ per ridurre tentazioni come questa che paesi come Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito e Belgio hanno varato misure di separazione tra banca commerciale e banca d’affari in direzione di una nuova Volcker Rule piuttosto che privarsi della ricchezza di banche vocate al credito per il territorio. Il modello da questo punto di vista è il Canada dove la crisi finanziaria globale non è mai arrivata perché le banche avevano il divieto di trading proprietario e dove il sistema DesJardins di banche a voto capitario si è conquistato sul campo (non con un editto governativo) il 48% della quota di mercato. Noi invece muoviamo pericolosamente in direzione opposta imboccando l’autostrada contromano.

5) Biodiversità. La biodiversità è un pregio nei mercati finanziari come negli ecosistemi come ricordato dal rapporto Liikanen e da un pregevole lavoro di sintesi pubblicato dall’ILO nel 2013 e considerazioni sviluppate sul Financial Times. L’esistenza di diverse specie di intermediari finanziari aumenta la resilienza del sistema e dunque la sua resistenza a shocks. Un parassita (fattore di crisi nel nostro caso) può attaccare una specie bancaria ma non le altre. Ad esempio le troppo-grandi-per-fallire sono più sensibili a shock sui derivati e le piccole e medie a quelli sul credito (tipici delle fasi conclusive di un ciclo recessivo). Eliminare una specie dall’ecosistema (le grandi popolari) rende l’ecosistema più fragile ed è quindi un errore

6) illiberalità, concorrenza, mercato: è il mercato che decide se una specie o l’altra è migliore o prevale. Le nostre strade sono piene di sportelli bancari e la rete è piena di offerte. Saremo noi col nostro voto a decretare quote di mercato e prevalenza delle diverse forme (bcc, spa, popolari). Non un arbitro che ne toglie una dal campo di gioco e tra l’altro limitando il diritto di recesso vuole anche limitare la libertà dei soci di votare con il proprio risparmio per un altro tipo di banca che resta coerente con le motivazioni originarie che hanno condotto all’acquisto della quota. Questa decisione limita il mercato e la concorrenza e non la stimola

7) consolidamento ed economie di scala. Il rapporto Liikanen degli esperti UE riprende le conclusioni più recenti della letteratura scientifica dicendo che la dimensione ottima delle banche è 20 miliardi di attivo. Al di sopra prevale l’effetto dei rischi sistemici che la crisi di una grande banca crea e l’eccesso di potere lobbistico che produce sui regolatori. Nella sua audizione Marco Pagano riporta i dati di alcuni lavori empirici che indicano il forte aumento di rischio sistemico prodotto da banche spa di grandi dimensioni. Molte delle grandi popolari in questione sono già sopra questa soglia. L’argomento che la trasformazione delle grandi popolari in spa serve a favorire il bene del consolidamento bancario e le fusioni con altre spa non regge. Visto quanto scritto nel rapporto degli esperti UE il consolidamento non è un bene ma un male

8 ) contendibilità. Si dice che uno dei problemi delle popolari è la scarsa contendibilità, ovvero la difficoltà che un gruppo dirigente migliore ha di scalzare il gruppo dirigente al comando quando quest’ultimo è meno efficiente. Innanzitutto, come ben ricordato dall’ex direttore centrale di Bankitalia De Mattia in un’intervista la scorsa settimana, il fine di una banca non è la contendibilità ma fare bene credito e tutelare il risparmio. Ad ogni modo per il problema della contendibilità ci sono mille soluzioni diverse da quella della cancellazione di una specie (la banca popolare di grandi dimensioni) tutte più volte discusse e relative a limiti di mandato, meccanismi più oliati di raccolta delle deleghe e alle regole di presentazione delle liste al momento delle elezioni in assemblea. Non la cancellazione di una specie

9) impresa, dimensioni e democrazia. C’è chi dice che la regola una-persona-un-voto funziona bene per le piccole assemblee ma non per le grandi dove è meglio la regola un’azione un voto. E’ come dire che la democrazia funziona bene per i tinelli dei condomini o al massimo per le circoscrizioni ma che, siccome è difficile convincere tanti elettori che un governo nazionale o regionale non funziona, è meglio dare un voto proporzionale al denaro che si possiede. Che è più che il voto di censo perché il voto di censo esclude i non abbienti mentre in questo caso la regola un’azione-un-voto dà voti multipli ai più ricchi (premiando beninteso chi apporta capitale all’azienda). Fermo restando che poter scegliere questa via è ovviamente sacrosanto, i limiti di tale opzione sono sotto gli occhi di tutti. Essa sottintende che chi ha più soldi è più saggio e ci possiamo fidare che farà il bene del territorio e dei suoi portatori d’interesse. Oppure che il suo interesse a trarre il massimo profitto dal capitale versato coinciderà con l’interesse di tutti gli altri (clienti, piccoli azionisti e risparmiatori, lavoratori, comunità locali). Oppure ancora, che il regolatore è il nostro principe azzurro benevolente e perfettamente informato che ci salverà dai conflitti d’interesse tra proprietari del capitale e altri stakeholders costruendo e facendo rispettare un sistema di regole tale da vincolare l’interesse del grande azionista di controllo a quello degli altri portatori d’interesse. Peccato che la crisi finanziaria e la letteratura economica insegni che più i gruppi finanziari crescono di dimensione, più la loro capacità di “catturare” i regolatori aumenta e dunque questa possibilità si riduce. Ma è proprio in questa direzione che va il decreto. Meno libertà finanziaria, meno anticorpi, meno democrazia

10) incostituzionalità. L’art. 45 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”. Non mi pare che abolendo la mutualità nelle popolari il governo “promuova e favorisca l’incremento” del principio mutualistico. L’azione del governo viola chiaramente questo principio

11) Limite quantitativo alle popolari è in contraddizione con art. 41 della costituzione sulla libertà dell’iniziativa economica

12) urgenza della procedura. Si è usato lo strumento del decreto legge mettendo il tema delle popolari assieme a molti altri nell’investment compact su cui il governo chiederà con tutta probabilità un giuramento di fedeltà al parlamento. Il decreto legge si usa per questioni di particolare urgenza ma poi si danno 18 mesi di tempo alle popolari per cambiare natura. Una palese contraddizione. O siamo in una situazione di emergenza e allora in 18 mesi siamo travolti dai mercati finanziari oppure non c’è nessuna urgenza e il decreto non ha senso. La velocità di azione è dettata dal fatto che bisogna sfruttare questo “presunto” (e sottolineo presunto) momento di difficoltà delle banche a voto capitario per portare a casa un colpo che non ha precedenti nella storia di nessun paese ?

13) Il principio che le comunità locali possono darsi motivazioni ideali nel costruire una realtà bancaria che eventualmente cresce e viene premiata dal mercato e dalla concorrenza viene violato dalla regola che al raggiungimento degli 8 miliardi la partita si conclude. Si può giocare con queste cose fino ad un certo livello dimensionale ma quando poi si cresce troppo le regole cambiano e le finalità con loro. Anche questo mi pare un serio vulnus all’art 45 della costituzione

3. Suggerimenti per una riforma

Il principio cardine della libertà e della democrazia è che nessun governo deve costringere un’organizzazione produttiva che si è liberamente data una regola a cambiare natura (e in particolare nel nostro caso ad un intermediario finanziario) se non esistono problemi specifici per il bene comune (nel caso in questione credito e tutela del risparmio). Perché dobbiamo costringere Ubi banca che ha fatto meglio di Unicredit negli stress test a diventare una banca spa ? O perché Banca Popolare Etica che è ancora qualcosa di diverso quando arriverà agli 8 miliardi di attivo dovrà necessariamente cambiare pelle, governance e mission e abbandonare un modello che la porta oggi ad avere un rapporto tra sofferenze e totale dell’attivo del 2% per approdare ad un modello che ha mediamente un rapporto tra sofferenze e totale dell’attivo dell’8% ?

Basta e avanza quello che già c’è. La vigilanza di Bankitalia interviene nei casi critici con energia commissariando se necessario gli istituti in crisi. Come nel caso recente della popolare dell’Etruria che peraltro già nell’Agosto scorso aveva deliberato di trasformarsi in spa. E non ci pare che alla notizia della trasformazione in spa i capitali siano accorsi confermando che ciò che attira capitale sociale è la qualità della banca e non la presenza/assenza del voto capitario.

Per parlare di riforme ottimali bisogna ovviamente distinguere tra BCC e popolari. Nel primo caso partiamo dal fatto che il sistema cooperativo ha una capitalizzazione ben superiore a quella media nazionale delle banche di quelle dimensioni dettata dal fatto che le Bcc non distribuiscono gli utili e li accantonano a riserva (TIER1 14% contro 11% del sistema bancario). E una percentuale di crediti deteriorati solo di qualche decimale superiore alla media di settore come confermato in un recente discorso dal dr. Barbagallo (2015). Questo non vuol dire che non sia urgente intervenire. Quello che oggi sentiamo dal dr. Barbagallo appare assolutamente in linea con gli auspici ed i desiderata di chi vuole valorizzare la specificità di questo genere bancario. Fondamentale, come ricorda Barbagallo, spingere per un’autoriforma che rinforzi la capitalizzazione delle BCC attraverso un sistema di garanzie e fondi di garanzia di rete con adesione obbligatoria alle organizzazioni di categoria simile a quanto esiste oggi in Austria e in Germania (da preferire a mio avviso ad un’integrazione più spinta che è la strada scelta in Francia, da Rabobank in Olanda o dal gruppo Pohjola in Finlandia). Importante lavorare anche sui punti deboli del ricambio delle classi dirigenti e del rischio di cattura da parte della classe politica locale (cosa che non ha in nulla a che fare con il voto capitario). Importante a mio avviso anche porre obblighi di diversificazione settoriale dei crediti (con quote massime sugli impieghi) per evitare l’eccesso di prestiti in settori come quello immobiliare.

Per le popolari si può ragionare su come favorire in qualche modo il rafforzamento del capitale. Fermo restando che le assemblee di soci sono libere di cambiare forma organizzativa se vogliono (Popolare dell’Etruria docet), la mia proposta è quella di non forzare queste banche ad abbandonare il voto capitario, ma di aumentare la quota massima di capitale azionario per il singolo socio dall’attuale 1% al 3%. E di offrire nel caso premi di voto multiplo ai soci che hanno apportato maggiori risorse per capitalizzare la banca.

Assolutamente da evitare appare la conversione forzosa alla regola un’azione un voto (e il divieto implicito nel decreto per una popolare di fare altrimenti sopra la soglia degli 8 miliardi) e da non considerare un first best neppure l’assunzione di questa regola seppur con limiti alla quota di possesso azionario da fissare al 3% (anche se questo sarebbe un compromesso tra la situazione ex ante e il passaggio tout court alla banca spa). Ribadisco che le soluzioni per una maggiore contendibilità non hanno nulla a che fare con l’abbandono del voto capitario quanto piuttosto con le modalità di voto, la raccolta delle deleghe, la costruzione di liste di maggioranza e di minoranza, i limiti di mandato. Da mantenere la clausola di gradimento sui nuovi soci e da valutare possibili ipotesi alternative come numero minimo di posti in cda per i fondi d’investimento e scorpori di banche spa controllate dalla cooperativa più rispettose dell’intento dei soci che hanno scelto la forma cooperativa.

4. Conclusioni

Premessa finale. L’obiettivo di questo intervento non è certo quello di parlar male delle banche spa che sono preziose e fondamentali per il sistema. Ma, parafrasando, se qualcuno ha la malaugurata idea di imporre per legge la trasformazione del genere femminile in genere maschile bisognerà pur spiegare quanto potrebbe essere triste e pericoloso un mondo fatto di soli uomini.

In estrema sintesi quanto considerato sopra indica che i dati e la storia in Italia e negli altri paesi del mondo ci dicono che le banche a voto capitario prestano di più, hanno minore volatilità degli utili e non sono più rischiose delle banche spa. Sono nate ed esistono in tutto il mondo (sopra e sotto la soglia degli 8 miliardi di euro di attivo) per libera decisione di comunità di soci e nessun governo pensa di convertirle forzosamente in spa. Sono elemento fondamentale di biodiversità e resilienza del sistema finanziario. L’intervento a gamba tesa del governo è illiberale e antidemocratico e rischia di impoverire seriamente economia e democrazia nel paese cancellando per editto una specie con una sorta di genocidio societario che non ha eguali nella storia.

Le proposte di riforma devono essere in grado di superare lo stress test di governance (e lo stress test è sempre un’ipotesi estrema): se arriva da qualche parte un narcotrafficante con una società di copertura che ricicla i suoi proventi può comprarsi la società e trasformarne la mission ? Può costringere una banca ad abbandonare la mission di fare credito a famiglie e imprese sul territorio per dedicarsi prevalentemente al trading proprietario speculativo con danni per la comunità locale, il paese e la stabilità del sistema ? Se approviamo la proposta del governo (in un paese come il nostro che ha differenza di UK, US, FRA, GER e BEL non va in direzione di una Volcker rule per mettere limiti al trading proprietario) la risposta è sì. E questo accade tra l’altro nel nuovo contesto normativo sul salvataggio delle banche con il passaggio dal bail in al bail out che aumenta i costi del conflitto tra azionisti e depositanti inasprendo i costi di una crisi bancaria per questi ultimi. Insomma il socio che acquisiva una quota di una banca al servizio del territorio si trova suo malgrado e senza possibilità di recesso in una banca diversa e il depositante a dover pagare in proprio in caso di eventuali spericolate avventure speculative di una banca che ha cambiato pelle

Quanto considerato ci impone di tornare alle domande iniziali.

1) Perché dopo la crisi del 2007 in cui sono fallite moltissime grandi banche spa nessuno ha proposto la loro conversione forzosa in banche cooperative ?

5) Se Mps e Carige sono in difficoltà perché nessuno pensa ad abolire le grandi spa in Italia?

6) Se si ritiene che alla fin fine l’abito non fa il monaco e quello che conta sono solo le persone (cosa su cui non sono completamente d’accordo come spiegherò poi ma non nel senso del chiacchiericcio e della vulgata) perché il governo vuole abolire un abito ?

7) Perché in nessun paese del mondo i governi hanno partorito l’idea geniale di proibire la forma cooperativa a banche sopra gli 8 miliardi di euro di attivo (e gli esempi di banche cooperative sopra quella soglia sono numerosi) ? Siamo più intelligenti di tutti ?

Se foste genitore dabbene mandereste vostre quattro bellissime figlie di 20 anni in minigonna a passeggiare all’eur alle 22.30? Il governo italiano è un buon genitore della ricchezza economica e democratica del movimento solidale e cooperativo? O lo è più la Merkel e i governi francese, olandese, finlandese, canadese e di tutto il resto del mondo? Supponiamo che il governo osservi che il 95% degli incidenti stradali avvengono per colpa di conducenti che guidano macchine di grossa cilindrata pensando di essere piloti di formula uno. Il governo osserva il problema e non solo ripaga a proprie spese ai conducenti le macchine di grossa cilindrata distrutte senza imporgli nessun cambiamento sulle regole di guida ma decide anche…di obbligare chi possiede una Panda a convertirla in una macchina di grossa cilindrata.

Supponiamo ancora che il PD sia un partito dal 15% dei voti e che grazie alla qualità delle proprie idee politiche acquisti consenso crescente presso gli elettori. Sarebbero contenti i politici del PD se arrivasse una legge che stabilisce che, qualora superino il 30% dei voti devono far confluire i propri voti in Forza Italia ? E viceversa ovviamente. L’esempio vuole essere assolutamente bipartizan.

Desjardins in Canada ha un attivo di 223 miliardi di dollari canadesi, 44,900 addetti e 5,6 milioni di soci. Il gruppo eroga un milione al giorno in borse studio e donazioni. Bloomberg ha definito nel 2014 Desjardins la prima banca più solida dell’America del Nord e la seconda del mondo (WCM, 2014). “Come cooperativa non guardiamo solo ai profitti a breve ma all’impatto di lungo termine. E’ normale pertanto per noi investire in cooperazione, ambiente, istruzione, finanza sostenibile. Sappiamo che questo sarà conveniente nel medio termine e nell’interesse dei nostri soci.“ Il governo con questo provvedimento ha deciso che in Italia non potrà mai crescere in Italia qualcosa di così bello. Sarebbe stata una tragedia per il Canada se qualcuno avesse avuto l’idea del decreto popolari laggiù 20 anni fa.

Io il mio dovere l’ho fatto nell’avvisarvi dei pericoli sono felice e sereno per questo. L’ho fatto anche a nome della storia e dell’attualità di centinaia di milioni di soci del mondo cooperativo di tutto il mondo (e dei due milioni di soci italiani). L’ho fatto su carta stampata, blog, social e in questa sede (ringrazio ancora Stefano Fassina per aver organizzato questo momento) per portare tutti i possibili elementi critici che aiutino a fare una scelta nell’interesse del paese e non solo di alcuni. Le mie considerazioni resteranno agli atti (e pubblicate in rete). Assieme alla bibliografia e alle fonti per stimolare riflessioni, considerazioni e controdeduzioni da cui voglio imparare. Mi siedo ora ad ascoltare opinioni diverse ma vi prego di fondarle su dati ed evidenze. Risparmiateci vi prego l’orribile chiacchiericcio e sentito dire (di così bassa qualità da non poter non ingenerare il sospetto di essere in taluni casi prezzolato) letto in questi giorni su alcuni giornali. Se avete controdeduzioni dovete fondarle su dati, numero di osservazioni e darle una significatività e robustezza statistica. Il caso singolo non fa legge perché non stiamo decidendo se commissariare questa o quella banca ma se abolire per editto un genere che prospera in tutti i paesi civili. Dopo le nostre considerazioni la palla poi passerà ai politici. La cosa più grave sarebbe trasformare la questione in una battaglia tattica della grande partita tra maggioranza e minoranza, maggioranza ed opposizione senza guardare alla sostanza del problema. Questo del decreto popolari è solo un grandissimo errore che rischiamo di fare e che va immediatamente messo da parte. Oppure può essere una grande occasione per stimolare un rafforzamento del genere cooperativo lungo le linee che ho indicato in nome del principio di libertà, democrazia, biodiversità bancaria con riflessi importanti sulla crescita e sulla stabilità. Capirlo non vuol dire essere pro o contro Renzi, Fassina, Brunetta o chi altro. Che vinca l’interesse del paese e non i calcoli e i bizantinismi. Toccherà ai politici che dovranno votare al dunque o emendare il provvedimento decidere se stare dalla parte storia, della libertà e del futuro di questo paese.

Articolo apparso sul blog La Felicità Sostenibile il 17/02/2015

 

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