Monday, December 9, 2019
 

La divergenza tra le due Italie

di Massimo Lo Cicero

Perché il Mezzogiorno si allontana dal centro nord ed il centro nord si chiude in un becero egoismo locale. Serve una nuova coscienza nazionale per supportare lo sviluppo del nostro paese.

Le dimensioni, del reddito e della spesa, negli ultimi tre anni sono la testimonianza, in Italia, di un sistema economico che si disintegra progressivamente. Dopo la crisi finanziaria, lo abbiamo capito, si è aperta una stagione recessiva ma gli effetti si distribuiscono in maniera asimmetrica tra le due parti del paese. Nel Centro Nord, il reddito pro capite – cioè la remunerazione che rappresenta il valore del prodotto generato – è il doppio di quello meridionale. Ma la spesa procapite è molto meno distante dalla dimensione del reddito, nello scarto tra nord e sud. Si produce molto di più e si spende di meno nel centro nord rispetto al Mezzogiorno. Se il reddito pro capite oscilla tra 31mila e 17mila euro, la spesa si presenta meno divaricata: 18mila contro 13mila euro. Circostanza che rivela un volume di produzione ed una capacità di risparmio nel centro nord che si configurano come una leva per accedere a tempi migliori. Una porta di accesso che nel Mezzogiorno è ancora impraticabile.

D’altra parte, nel rapporto di Mediobanca sulle medie imprese italiane, si nota che quelle del Mezzogiorno diminuiscono – e quindi la base manifatturiera del Sud si contrae mentre si allarga la dimensione dei disoccupati e di coloro che si ritirano dal mercato del lavoro – ma si presentano con una grinta competitiva in alcuni rami di attività: l’agroalimentare, la meccanica, l’avionica. La politica monetaria espansiva, e non convenzionale, di Mario Draghi sta riducendo progressivamente il valore dell’euro rispetto al dollaro: 113,14 euro il 9 febbraio del 2015. Le imprese che si collocano nelle tre filiere appena citate sono in piena espansione delle esportazioni. Le auto riprendono ad essere costruite e vendute e, dunque, gli operai di quelle imprese riescono a recuperare reddito, cioè salari, e tornano progressivamente nel mercato del lavoro. Ma questo scheletro, di imprese che esportano, è troppo piccolo rispetto alla disoccupazione ed al mancato lavoro di chi non si iscrive neanche alle liste di disoccupazione. Mentre la base demografica nel Mezzogiorno si colloca in uno spettro che passa dall’illegalità alla criminalità, organizzata mediante numerose sfumature di grigio.

Il Sud, insomma, negli ultimi tre anni ed anche prima, a partire dal 2008, non cresce abbastanza per far decollare il proprio mercato interno. Chi esporta rappresenta un segmento minimo della produzione potenziale del sistema. La selva grigia del lavoro, che tracima nella criminalità, alimenta una misera parte del mercato domestico mentre sposta ben oltre i confini italiani ricchezze non dichiarate. La capacità di spesa, per dodicimila euro all’anno, è troppo bassa per spendere oltre i perimetri della sopravvivenza: il canone di locazione, le bollette, poche e parche spese necessarie. Non c’è mercato nel Sud: basta guardare le vetrine dei commercianti e la diffidenza verso l’espansione della produzione che molte imprese avvertono. Dunque si riapre una forbice: la divaricazione tra spesa e reddito prodotto.

Nel centro nord le imprese e le famiglie hanno ricostruito, invece, un equilibrio tra reddito e spesa che sta mettendo in moto la crescita. Gli ottanta euro per ogni lavoratore, dato che i lavoratori sono prevalentemente nel Nord ed i disoccupati sono nel Sud, rafforzano la capacità di spesa del Nord e non certo quella del Sud. Ma questo Sud, che non riesce a chiudere il cerchio del reddito e  della spesa per alimentare la crescita, sarebbe in grado di essere supportato e sostenuto dal Nord? Non crediamo che questo sia possibile. Il Nord  pensa oggi di dover accumulare risorse per se stesso: attraverso esportazioni, caduta del prezzo del petrolio ed euro debole. L’euro, in particolare, alimenterà EXPO e molte località del centro nord, da Venezia a Firenze e Bologna, molto vicine a Milano: il turismo europeo ed internazionale attratto dalla esposizione universale. Questa accumulazione vedrà le imprese e le famiglie del centro nord integrarsi con la parte più interessante dell’Europa: la Germania; i paesi baltici; i paesi dell’Unione monetaria, che non hanno la moneta unica come valuta ma crescono e negoziano con il resto del mondo.

Questo è lo stato delle cose. Credo che un Ministro per il Sud rappresenti oggi una modesta occasione: una sorta di lord protettore, costretto a cercare tra gli altri ministeri (il Tesoro, il bilancio dello stato, i fondi europei ed i contratti di programma dello Sviluppo Economico) gli strumenti da ricollegare alle regioni meridionali che, spesso, finiscono per confondersi e perdersi in molti rivoli.

La seconda ragione di sconforto sta nella difficile trasmissione della politica monetaria di Draghi alle imprese da parte delle banche. La metà dei crediti concessi alle imprese nel Sud sono incagli o sofferenze. Bisognerebbe utilizzare, allora, le risorse della BCE per comprare obbligazioni della BEI, la banca europea degli investimenti, ed accelerare gli investimenti che Junker propone all’Europa, con una massiccia dose di innovazione al Sud. Innovazione che relegherebbe ancor più ai margini le regioni, troppe e troppo diverse, ed alimenterebbe la speranza di un Mezzogiorno che possa diventare una grande macroregione.

Questa opzione rimanda agli anni del secondo dopoguerra, cioè alla fondata e coesa esistenza di una coscienza nazionale, capace di superare i danni della guerra e ricostruire il paese. Ma le Regioni del centro nord, che comunque hanno sperimentato la propria capacità di integrarsi verso l’Unione Europea, sono oggi chiuse in una sorta di egoismo che si specchia nella inconsistenza, politica ed amministrativa, delle regioni meridionali. Queste due deficienze non si compensano e non sembra possibile, nel breve periodo, che le classi dirigenti del Nord e quelle del Sud sappiano come ritrovare la dimensione di una coscienza nazionale ed unitaria. Mentre la presunta locomotiva del Nord potrebbe decidere di lasciare andare alla deriva le carrozze meridionali. Sarebbe una opzione devastante anche per la locomotiva e non solo per le carrozze, abbandonate al proprio destino, perché sarebbe anche il destino della locomotiva stessa.

Articolo apparso su Il Mattino e sul blog Rubettino editore il 10/02/2015

 

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