Sunday, July 5, 2020
 

Masterplan e legge di stabilità, non c’è compatibilità

di Massimo Lo Cicero

Otto ragioni per valutare le opzioni scadute del tempo passato e le opportunità possibili del futuro remoto nelle linee guida del Masterplan del Governo Renzi

Leggiamo sul sito web del Governo la prima bozza del masterplan promesso prima dell’estate. Sono 20.568 caratteri per 3060 parole. Francamente la prima impressione è la malinconia, le cose passate del buon tempo antico negli ultimi venticinque anni, dopo la crisi del 1992 e la sciagura del federalismo regionale; poi rileggi le pagine e ti sembra deludente il contenuto dello scritto ma, in fondo, leggendolo per la terza volta ti accorgi che il documento è solamente ridondante. E che almeno otto punti emergono dalla marea degli oltre 20.000 caratteri.

In primo luogo si deve chiarire che masterplan e legge di stabilità non possono convivere. Il masterplan ambisce ad avere una strategia ed una visione: strumenti e tempo per arrivare ai traguardi. Insomma è una prospettiva per il lungo periodo. Basa pensare ad uno dei grandi progetti di cui si sente parlare – la ferrovia Napoli Bari – della quale i massimi dirigenti, del ministero competente, dicono che si realizzerà nel 2022. Ovviamente la legge di stabilità è cosa molto diversa: deve diventare legge entro il prossimo gennaio e detterà le condizioni per realizzare una congiuntura che possa saldare il 2015 alla speranza che il 2016 sia il primo passo di una crescita potenziale per l’Italia intera. La legge è uno strumento di breve periodo e, dunque, la convivenza tra i due strumenti non deve e non può sussistere. Ma, nel masterplan fanno capolino azioni e strumenti che potrebbero rimanere nel testo della legge. Se desideriamo ridurre lo scarto tra Nord e Sud non basta la legge ma serve un piano strategico: cioè un masterplan rivisto e meno ridondante.

Il secondo punto da affrontare sono le modalità, preoccupanti, che indicano una strana forma di governo: una cabina di regia, che si allarghi all’Agenzia per la coesione territoriale ma possa condividere anche le azioni del Dipartimento per le politiche di coesione, ed Invitalia. Troppo diverse nel tempo, trascorso, e nelle funzioni attribuite loro queste organizzazioni. Unificarle o farle cooperare tra loro? E se si affiancano anche Regioni e città metropolitane, ma per altre azioni di sviluppo? Non sembra una scelta felice.

Mentre un riordino che semplifichi l’ingerenza degli organismi pubblici nelle scelte imprenditoriali sarebbe utile. Anche perchè – questa è la terza osservazione – non si trova traccia di politiche di relazione tra banche ed imprese per accelerare la ripresa della crescita. In cambio, quarta osservazione, servirebbero sia la Cassa Depositi e Prestiti che la Banca europea degli Investimenti, per dare forza e presenza ad un piano Junker, che avrebbe dovuto decollare entro il 2015, e del quale, invece, si parla poco. Peccato, perché questo piano di 300 miliardi di euro sarebbe la risposta idonea alla creazione di infrastrutture ed investimenti reali, dalla banda larga all’energia: cioè il complemento della politica fiscale rispetto alla politica monetaria non convenzionale che Draghi sta governando dalla BCE.

La quinta osservazione è preoccupante, perché ritorna nel lessico del masterplan la singolare espressione “politica industriale”. Curioso che la sola volta che si parli di imprenditorialità, nel masterplan, si legga che occorre “mettere in movimento la società civile del Mezzogiorno affinché diventi protagonista di una nuova Italia, l’Italia della legalità, della dignità del lavoro, della creatività imprenditoriale, in una parola del progresso economico e civile”. Sarebbe meglio parlare di imprenditori, banche, ricercatori, che si colleghino alle imprese ed agiscano per garantire processi innovativi. In una parola la “politica industriale” sembra e rimane una sorta di chimera. Perché è l’impresa che crea la ricchezza, se e quando la logistica, le infrastrutture, i mercati finanziari e le banche offrono all’impresa questi pilastri sui quali poggiare le basi della propria azione.

La sesta osservazione è collegata alla precedente. Serve, invece, una politica fiscale che accompagni la capitalizzazione delle imprese e la riduzione dei costi delle imposte, delle tasse e dei cunei previdenziali. Questa politica fiscale deve avere una premessa ferma e definitiva: meno tasse e meno spessa pubblica inutile. Con strumenti vari e diversi, e comunque collegati allo spirito fiscale dell’Unione Europea, che definisce le imposte come strumenti nazionali e non come strumenti regionali o locali, bisogna creare lo spazio per allargare il nostro mercato interno: per fare posto ai delle famiglie ed agli investimenti delle imprese. Questa è la strada maestra della crescita. Al sud come al nord.

Si parla molto, nel masterplan, di fondi, europei e nazionali; di ogni genere e tipo: la soluzione del problema, che nasce dalla loro scarsa efficacia, è molto semplice ed è la settima osservazione. Il modo per supportare le imprese, al di fuori dei circuiti dei mercati finanziari e delle banche, non dipende dal quantum e dalla procedura con cui lo Stato, o le sue appendici regionali, devono attribuire questi grants alle imprese. Si devono, invece, definire le dimensioni ed il ritorno di profitto che verrà ottenuto dall’investimento realizzato. Questo esito è governato da analisti ed imprenditori ed è assai difficile che istituzioni pubbliche siano in grado di battere imprese efficienti, o di imporre alle stesse, procedure singolari ed attriti inutili. C’è un problema nei rapporti tra istituzioni pubbliche ed imprese: bisogna evitare che i progetti cadano nelle mani di chi riesce ad attirarli e non in quelle di chi riesce ad estrarre valore dagli investimenti che realizza.

L’ottava osservazione è la singolare destinazione di 15 patti di programma: distribuiti tra Regioni meridionali e Città metropolitane. Speriamo che questi patti non siano identici alla eredità di quelli degli anni novanta. Che non sono stati dei capolavori. Ma teniamo presente anche che le regioni sono organi di programmazione mentre le città metropolitane dovrebbero essere organismi adeguati a servizi come i trasporti, le scuole, le reti idriche o telefoniche, ed altre infrastrutture metropolitane. Le Regioni pensano al futuro possibile e trasferiscono quelle aspirazioni a chi riesce a realizzarle. Le metropoli e gli organismi, a diretto contatto con i sistemi urbani, realizzano e gestiscono in proprio il contenuto di quei progetti. Strano fare di due erbe un fascio.

P.S. Questi sono 6343 caratteri e 979 parole!

Articolo apparso su Il Mattino il 5/11/2015

 

Tags: , , ,

Comments

No comments so far.
 
About us

La Fondazione Universitaria Economia Tor Vergata è uno strumento di relazione tra università, imprese e istituzioni.

Approfondisci »
Links & Resources
Help & Support

Problemi con il sito web?
Contatta il webmaster .

webmaster@poeco.uniroma2.it
Contatti

Via Columbia, 2
00133 Roma
Tel.: 06 72595570/5533
Fax: 06 72595569
segreteria.fondazione
luigi.paganetto