Thursday, November 21, 2019
 

L’integrazione europea dopo la Brexit e per la crescita

di Maurizio Melani

Gruppo dei 20, 16/9/2016

La Brexit ha evidenziato sentimenti diffusi anche in altri paesi dell’UE dovuti al disagio economico e sociale, impoverimenti delle classi medie e contrazioni dei sistemi di welfare conseguenti a nuove condizioni di competitività a livello globale, politiche economiche marcatamente liberiste e mutamenti tecnologici nei processi produttivi che hanno colpito fasce crescenti di lavoratori e piccoli imprenditori marginalizzati. Nell’Eurozona, con effetti di percezione estesisi al Regno Unito, si sono aggiunte le modalità di gestione dell’enorme debito pubblico di alcuni paesi, centrate su politiche procicliche e sulla priorità assoluta del pareggio di bilancio a prescindere dall’andamento del ciclo economico. Altro disagio è venuto dagli effetti percepiti o reali dei fenomeni migratori, riguardanti nel Regno Unito anche le migrazioni intraeuropee e le paure indotte dal terrorismo. Affrontare questo stato di cose è necessario anche per contrastare la crescita di forze disgregatrici, populiste ed anti-europee alimentate da ampi fenomeni di disinformazione di cui sono spesso responsabili gli stessi governi e le forze politiche che scaricano le responsabilità di scelte impopolari sulle istituzioni europee, nonché rappresentazioni negative, sensazionalistiche ed esasperate, fornite da un sistema mediatico che opera secondo logiche di mercato e di acquisizione di quote di “audience”. La trattazione di questi problemi, impossibile a livello nazionale, richiede una gestione integrata. È impossibile farla a 27, se non per il mercato unico, inclusivo però della libera circolazione delle persone e per qualche altra politica. Molti non vogliono infatti la “ever closer union” insita in tale gestione. In una logica di unione differenziata a cerchi concentrici, un nucleo di paesi disposti ad una più stretta integrazione, di cui la moneta unica è un aspetto essenziale, potrebbe quindi gestire congiuntamente una serie di beni comuni: investimenti pubblici con il loro indotto per sostenere domanda aggregata e fattori dell’offerta, una assicurazione europea contro la disoccupazione, la gestione dell’immigrazione (controllo delle frontiere, accoglienza e integrazione, interventi mirati di sviluppo sostenibile nei paesi di transito e di origine), sicurezza e difesa con la parziale messa in comune di assetti e base industriale, economie di scala e superamenti di duplicazioni. Occorrerebbe a tale scopo un bilancio comune, con risorse proprie eventualmente alimentate da perequazioni delle imposizioni fiscali su società transnazionali, riducendo gli ampi margini di elusione esistenti, in grado di emettere e garantire obbligazioni e gestito da una autorità politica responsabile di fronte ad una articolazione ad hoc del Parlamento Europeo. Con un inevitabile ruolo propositivo di Germania, Francia e Italia, di questo nucleo centrale dovrebbero far parte i paesi fondatori ed altri dell’Eurozona favorevoli a questa visione. Concetti in questa direzione sono in documenti italiani, franco-tedeschi, franco-italiani, italo-tedeschi, dei paesi fondatori e dell’Alto Rappresentante. Ma le diversità sulla politica economica costituiscono un freno assieme alle riluttanze ad ulteriori condivisioni di sovranità. L’inasprimento dei toni dopo il vertice di Bratislava e in attesa delle elezioni in Francia e Germania lo hanno evidenziato. Un bilancio comune potrebbe peraltro attenuare i timori tedeschi di scarsa responsabilità fiscale, azzardo morale e condivisione di debiti decisi da altri. Per questa prospettiva, da realizzare con gli strumenti offerti dal Trattato di Lisbona o con accordi tra gli stati interessati, come per Shenghen o il Fiscal Compact, si dovrebbe impegnare una leadership europea con la volontà e la capacità politica di ridare slancio al processo di integrazione.


 

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