Monday, March 18, 2019
 

Bassa occupazione, declino demografico e immigrazione

di Luigi Bonatti

Può l’immigrazione curare la patologia italiana (bassa occupazione, crescita anemica e declino demografico)?
Nella sua forma attuale, il populismo italiano è un animale bicefalo a due bocche: la prima si è alimentata della mancata inclusione nell’economia formale di un grande numero di italiani (concentrati nel Sud), mentre la seconda si è nutrita principalmente del notevole afflusso di migranti di questi ultimi anni (che il Paese non è strutturalmente in grado d’integrare decentemente) e del disagio con cui ciò è stato vissuto da un’ampia parte della società italiana.
Il nesso che lega i due fenomeni può essere colto solo sfuggendo alla diatriba tra truce propaganda anti-immigrati da una parte e retorica dell’accoglienza dall’altra, e riflettendo su un dato di fatto: l’Italia – insieme ad altri paesi dell’Europa meridionale – rappresenta un’anomalia nella storia dei movimenti migratori, quella cioè di un Paese che nell’ultimo trentennio ha attratto un numero sostanzioso di migranti pur essendo afflitto da disoccupazione strutturale (in particolare giovanile) e soprattutto da bassa partecipazione al mercato del lavoro. Effettivamente, l’Italia è l’unico tra i Paesi industrializzati europei – con Grecia e Turchia – ad avere un tasso di occupazione (percentuale di occupati tra coloro in età da lavoro) stabilmente al di sotto del 60% (vedi figura 1), ovvero circa 10 punti percentuali sotto la media dell’UE (se il tasso di occupazione italiano fosse uguale a quello medio europeo, avremmo quasi 4 milioni di occupati in più dei poco più di 23 milioni che abbiamo attualmente) e addirittura quasi 20 punti in meno dei Paesi europei più virtuosi.

Figura 1: tasso di occupazione nei paesi Ocse, 2018 (% popolazione in età da lavoro che è occupata)

Fonte: Ocse

A spingere la media italiana molto sotto quella europea è il Mezzogiorno: solo il 44% dei meridionali in età da lavoro hanno un’occupazione (tra le donne si scende al 32%, un tasso paragonabile solo a quello delle donne turche). A questo riguardo, va notato che, se il reddito pro capite del Sud è il 56% di quello del resto del Paese (la stessa percentuale dell’inizio degli anni 70 del secolo scorso!), circa metà di questo enorme divario è da attribuire al più basso tasso di occupazione (l’altra metà alla più bassa produttività). In altre parole, se il Sud avesse il tasso di occupazione del resto del Paese avrebbe già dimezzato il suo divario in termini di reddito pro capite.

Accanto alle tante italiane e italiani che non lavorano, ci sono oggi in Italia – secondo le statistiche ufficiali – circa due milioni e mezzo di occupati stranieri sui poco più di 5 milioni di stranieri regolarmente residenti (vedi tabella 1). Con poche eccezioni, costoro sono occupati in attività a basso o bassissimo valore aggiunto: badanti, domestici, addetti alla pulizia, braccianti agricoli, operai non qualificati, titolari di microimprese nel piccolo commercio o nell’edilizia, ecc. (vedi figura 2), e i loro redditi si concentrano nella coda più bassa della distribuzione (secondo i dati INPS la retribuzione media annua di un dipendente extracomunitario è inferiore del 35% a quella del complesso dei lavoratori: 13.927 euro contro 21.509 euro). Non c’è quindi da sorprendersi se un gran numero di famiglie straniere regolarmente residenti sono povere o molto povere: l’aumento della povertà relativa riscontrato in Italia in questi ultimi anni è interamente dovuto agli stranieri (vedi figura 3), e il 30% di essi è in condizioni di assoluta povertà (vedi tabella 2). E’ poi probabile che l’incidenza della povertà sia alta anche tra quei circa 1.300 mila italiani che hanno acquisito la cittadinanza nell’ultimo quindicennio.

Tabella 1: Immigrati e mercato del lavoro in Italia (1° trimestre 2017)

Figura 2: Percentuale di lavoratori stranieri in varie occupazioni *°

Fonte: Fondazione Moressa

* Si noti che il 47,5% dei lavoratori extra-UE con titoli di studio tecnici e scientifici sono occupati come lavoratori non qualificati, contro l’1,8% dei lavoratori nativi e il 21,9% di quelli UE.
° Settori principali di attività per le imprese imprese individuali di persone extra-UE sono il commercio al dettaglio (45,4%) e le costruzioni (21%).

Figura 3: Povertà relativa in Italia per luogo di nascita (1991-2014)

Fonte: L. Cannara e G. D’Alessio (2018) “La disuguaglianza della ricchezza in Italia: ricostruzione dei dati 1968-75 e confronto con quelli recenti”, Banca d’Italia, Occasional Papers No. 428.

Tabella 2: Famiglie in poverta’ assoluta in italia per territorio di residenza e luogo di nascita (percentuale)


In prospettiva futura, quanto sopra avrà due prevedibili conseguenze. La prima getta dubbi sul presunto contributo che, secondo alcuni, gli immigrati apporterebbero alla sostenibilità della finanza pubblica italiana. Attualmente, infatti, la popolazione di origine straniera, essendo per lo più entrata in Italia in anni relativamente recenti, tende ad essere più giovane di quella nativa e bilancia il fatto di pagare poche tasse e contributi previdenziali (a causa dei bassi o bassissimi redditi di cui dispone e dei lavori precari che spesso svolge) con il fatto di usufruire meno di quella nativa di prestazioni previdenziali e sanitarie. Presto però non sarà più così. Essa avrà inoltre bisogno di forti interventi di carattere assistenziale per contrastare l’alta incidenza della povertà tra le famiglie di origine straniera (già col reddito di cittadinanza questo diverrà evidente). La seconda conseguenza è che, in un Paese a bassa mobilità intergenerazionale come l’Italia, molti immigrati di seconda generazione rischiano di restare segregati in attività precarie e al limite della sussistenza. Si cronicizzerebbe così quanto è già visibile oggi, cioè la massiccia presenza di un sotto-proletariato di origine straniera, rendendo endemiche situazioni di acuta disuguaglianza foriere di rabbia e tensioni sociali.

L’aumento netto dell’occupazione riscontrato in Italia in quest’ultimo quarto di secolo è stato dovuto in parte considerevole a lavoratori immigrati impegnati in attività a bassa qualifica, contribuendo in tal modo a determinare quella stagnazione della produttività aggregata che è stato uno dei tratti distintivi dello sviluppo italiano dell’ultimo ventennio (vedi figura 4). Evidentemente, solo in piccola misura si è materializzato in Italia quell’effetto positivo su produttività e PIL pro capite che il lavoro non qualificato di origine straniera ha avuto in altre economie avanzate, permettendo alla forza lavoro nativa di spostarsi verso attività a più alto valore aggiunto (come ad esempio quando l’offerta di lavoro straniera a basso costo per i servizi di cura favorisce la partecipazione delle donne native al mercato del lavoro). Tale beneficio in termini di PIL pro capite viene pressoché vanificato se permangono nel Paese ospitante cospicue sacche di lavoratori nativi non qualificati che non sono occupati e che reclamano sussidi e trasferimenti (vedi reddito di cittadinanza). Questo è il caso dell’Italia, dove i nativi a bassa qualifica che sono disoccupati o inattivi rappresentano una quota sostanziale della popolazione in età da lavoro. Il rischio è che, in presenza di una specializzazione produttiva quale quella italiana caratterizzata da un numero relativamente modesto di impresetecnologicamente avanzate, e di un mercato del lavoro fortemente dualistico quale il nostro, la disponibilità di un’ampia offerta di manodopera immigrata disponibile a lavorare per salari molto bassi (in Italia, anche tanti immigrati con titoli di studio superiori accettano lavori a bassa qualifica e malpagati) favorisca anche in futuro delle modalità produttive più intensive nell’uso di lavoro non qualificato e una composizione del prodotto sbilanciata verso beni e servizi a bassa tecnologia. In altre parole, è concreta la possibilità che l’immigrazione contribuisca ad ancorare l’economia italiana su un sentiero a scarso contenuto tecnologico e bassa domanda di lavoro qualificato.

Figura 4: Produttività del lavoro (pil per ora lavorata), 1990=100


Fonte: Conference Board e OCSE

A ciò si è soliti obiettare che comunque all’immigrazione non c’è alternativa, in quanto il calo demografico in atto in Italia impone il ricorso agli immigrati per far fronte alla futura carenza di lavoratori. Questo a rigore è falso, ed è possibile appurarlo anche con un calcolo approssimativo. Accettando infatti le proiezioni dell’ISTAT o dell’Agenzia della Popolazione dell’ONU, secondo le quali l’Italia – in assenza di flussi migratori – avrà a metà di questo secolo intorno ai 51 milioni di abitanti (contro i più di 60 milioni che ha attualmente), è facile calcolare che, se l’Italia avesse allora il rapporto occupati-popolazione che la Germania ha oggi, il nostro Paese avrebbe 4 milioni di occupati in più di quanti ne ha ora. Inoltre, un graduale ma consistente aumento del tasso di occupazione non solo permetterebbe a breve-medio termine di gestire la transizione demografica correntemente in atto senza dover necessariamente ricorrere a manodopera di origine straniera, consentendo al tempo stesso di far crescere il reddito pro capite soprattutto nelle aree dove oggi è più basso, ma creerebbe le basi per un progressivo recupero della natalità. L’evidenza internazionale mostra infatti che esiste una relazione positiva tra tasso di occupazione e tasso di fecondità (vedi figura 5), e anche dall’esperienza italiana appare come la difficoltà di trovare lavori che diano un reddito accettabile e sufficientemente stabile induca i giovani a posticipare o addirittura a rinunciare a fare figli.

Figura 5: Tasso di fecondità e tasso di occupazione femminile, 2015


Fonte: INPS

Resta però il fatto che gli italiani certi lavori – quelli che in prevalenza svolgono gli immigrati – non vogliono più farli. Occorrerebbero dunque delle politiche pubbliche che li incentivassero a farli. In generale, è chiaro che per dare un lavoro decente a quei tre milioni circa di persone con i quali avvicineremmo il tasso di occupazione italiano alla media europea servirebbe un mix di policy che vadano in direzione opposta a quelle assistenziali volute dall’attuale governo. Esse andrebbero infatti volte da una parte a creare le condizioni per attrarre/favorire lo sviluppo di imprese competitive, favorendo così quell’up-grading tecnologico della struttura produttiva italiana che è conditio sine qua non per la creazione di buoni posti di lavoro (soprattutto nelle aree attualmente più depresse), edall’altra a rendere appetibili per la popolazione autoctona quelle attività a basso valore aggiunto – prevalentemente nei servizi – senza le quali sarebbe del tutto irrealistico e velleitario alzare significativamente il tasso di occupazione (soprattutto là dove ora è più basso, cioè nel Sud). Non c’è qui lo spazio per entrare in dettagli, ma uno degli strumenti da considerare, accanto alla diminuzione sostanziale e permanente del cuneo fiscale, è quello proposto dal Nobel Edmund Phelps, ovvero i sussidi alle imprese che danno lavoro continuativo a lavoratori a bassa qualifica.

In sintesi, alzare sostanzialmente e permanentemente il tasso di occupazione italiano richiederebbe delle politiche pubbliche costose. D’altra parte, anche importare manodopera straniera renderebbe necessarie costose politiche di integrazione, oltreché ingenti spese per il contrasto alla povertà. Un rialzo consistente del tasso di occupazione comporterebbe inoltre che gli italiani tornassero – con adeguati incentivi – a fare una serie di lavori che in questi ultimi decenni sono divenuti progressivamente prerogativa degli immigrati. Alla luce di una realistica valutazione del potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia italiana, ciò appare incompatibile con l’assorbimento e l’integrazione di nuovi flussi migratori quali quelli degli ultimi decenni (o dell’ordine dei 191 mila di media annua previsti dall’ISTAT nelle sue proiezioni da oggi al 2070). Condizione strutturale per l’integrazione degli immigrati è infatti che abbiano lavori regolari pagati decentemente. Non si vede come questo sia realizzabile integrando nel contempo quegli italiani che sono oggi fuori dall’economia formale, creando cioè un numero di posti sufficientemente attraenti per dare lavoro a quei circa 3 milioni e mezzo di persone attualmente non occupate (per lo più residenti nel Sud) con cui potremmo allineare il nostro tasso di occupazione alla media UE e soprattutto alzare notevolmente il nostro reddito pro capite (in particolare nel Sud).

Concludendo: in Italia non appare auspicabile perpetuare un modello di sviluppo in cui al calo demografico della popolazione autoctona viene fatto fronte con un flusso persistente di immigrati.Tale modello prefigura infatti il consolidamento della tendenza alla formazione, peraltro già da tempo in atto, di consistenti nuclei di popolazione povera di origine non italiana dedita ad attività a basso o bassissimo valore aggiunto, in occupazioni precarie o nell’economia sommersa, a sostegno della quale occorreranno forti aumenti di spesa sociale, necessari a mitigare gli effetti deteriori di situazioni di segregazione e di acuta disuguaglianza tra abitanti dello stesso Paese. Esso tende inoltre a perpetuare il patologico coesistere di una forte presenza di lavoratori di origine straniera con il basso tasso di occupazione della popolazione autoctona in vaste aree del Paese (in particolare nel Mezzogiorno), la quale invoca assistenza a causa del livello troppo basso dei propri redditi. Curare a fondo questa patologia consentirebbe di tagliare l’erba sotto i piedi al populismo italiano e soprattutto di migliorare la qualità della vita di milioni di italiani. La grande sfida che le componenti più responsabili della società italiana devono affrontare è quindi quella di mettere a punto l’insieme di politiche necessarie a curare tale patologia, di coagulare intorno ad esse il necessario consenso e di realizzarle con coerenza, sapendo che esse richiedono perseveranza e tempi lunghi.

 

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